CAPITOLO VENTI
Sono davanti casa di Alexander, una villetta a schiera in mattoni rossi molto carina, che però fatico a identificare con lui.
Una cordiale donna sulla cinquantina, forse la governate, viene ad aprirmi dopo qualche secondo e mi prega di accomodarmi in salotto, dove sono già attesa. Quello che vedo quando faccio il mio ingresso nella stanza mi allarga il cuore, e automaticamente mi strappa un sorriso. Alexander sta facendo una treccia alla piccola, o meglio, il suo è un misero tentativo di sistemarle i capelli in quella che poco somiglia a una treccia eseguita come si deve. Con un colpo di tosse paleso la mia presenza e la bimba si volta di scatto a guardarmi, dando inizio a un pomeriggio che tutto a un tratto non sembra poi tanto male.
Ci sono cose che non smetteresti mai e poi mai di aspettare. Una carezza, un bacio, l’abbraccio caldo della persona che ami. Io, dopo l’ultima cantonata presa da un uomo, più che altro aspettavo con ansia solo il fattorino della pizza il venerdì sera, sdraiata comoda sul divano davanti alla TV e senza alcuna voglia di cucinare. Adesso, invece, sono qui a godermi questa singolare e tenera scena padre/figlia. Dovrei voltarmi e scappare il più lontano possibile da tutto questo, come la ragione mi suggerirebbe di fare, ma resto immobile, a pensare a quanto mi è mancato persino il suo atteggiamento arrogante, unito al suo presuntuoso modo di comportarsi quando siamo insieme.
Poi Alexander alza il viso e il suo sguardo incontra i miei occhi, sorprendendomi ancora bloccata sull’uscio a fissarli. Subito sorride, come se fosse contento di vedermi lì, a completare l’allegro quadretto familiare.
«Ciao…» balbetto, tutta rossa in viso.
Ci sono diversi tipi di sorrisi, e naturalmente il suo è meraviglioso. Mi piace come sorride perché è un sorriso che arriva anche agli occhi, formando una serie di piccole rughe irresistibili. Gli angoli della sua bocca si incurvano e di colpo l’intero viso si illumina, facendomi venire voglia di fare qualsiasi cosa purché continui a guardarmi e sorrida di nuovo.
«Ben arrivata, ti andrebbe di darmi una mano con questa?» risponde in tono avvilito, indicando l’orribile treccia.
Mi avvicino, notando l’espressione infelice della bambina, che mi guarda con occhi imploranti. Evito di scoppiare a ridere di fronte a quel piccolo disastro e mi avvicino, sedendomi con grazia accanto alla piccola.
«Tranquilla, adesso ci penso io.» So fare trecce bellissime. Me l’ha insegnato mia madre, che quando ero piccola si divertiva sempre a pettinarmi i capelli. Con rapidi movimenti delle dita eseguo un lavoro perfetto, trasformando l’orrore di prima in una grossa treccia, che sistemo con cura di lato sopra la spalla destra, per dare un tocco più sbarazzino all’insieme.
«Ecco, ho finito» esclamo soddisfatta, ammirando il viso contento della piccola. È proprio bella e noto che somiglia tantissimo al padre, con quell’aria seria e gli espressivi occhi verdi fissi nei miei.
«Grazie, spero solo di saperlo rifare anche io, la prossima volta» dice Alexander, guardandomi riconoscente.
«Figurati, è un piacere» rispondo arrossendo. Dopo alcuni secondi di impacciato silenzio, riprende a parlare, prende la bimba per mano e mi prega sorridente di seguirli in cucina.
«Elizabeth ha aiutato Maria, la nostra governante, a cucinare il pranzo. Spero non ti dispiaccia mangiare roba un po’ pasticciata» annuncia con un mezzo sorriso di scuse. Quando vuole, accidenti, sa essere proprio adorabile.
«Figurati, non vedo l’ora. Posso fare qualcosa?» chiedo in fretta, ansiosa di tenere la mente occupata.
«Ecco, se vi va, potete apparecchiare la tavola mentre faccio una telefonata. Mi sbrigo subito.»
Annuisco, felice di sapere che io e la bimba resteremo un po’ da sole, a rompere il ghiaccio, senza la sua ingombrante presenza che mi toglie tutta la concentrazione.
Non appena esce dalla stanza mi volto verso Elizabeth, tentando di apparire allegra e rilassata, anche se in realtà sono davvero nervosa per il semplice fatto di trovarmi qui.
«Allora, cominciamo? Dimmi dove trovare piatti e posate, così poi mangiamo. Ho una gran fame!» esclamo guardandola.
Senza parlare, inizia ad aprire i cassetti per fare come le ho chiesto e sembra proprio una piccola donna di casa, intenta a fare del suo meglio.
«I piatti sono lassù?» domando, indicando un ripiano che lei osserva, probabilmente perché data la bassa statura non ci arriva da sola. Alla fine, mi guarda e annuisce, chiedendomi in silenzio di prenderli io.
«Sai, sarebbe più facile se ora mi parlassi, anziché farmi fare l’indovina» suggerisco in tono gentile.
«Dimmi. Cosa hai cucinato di buono? Posso fidarmi?» la incalzo, senza smettere di guardarla.
«Maria ha preparato il riso con le polpette. Io l’ho solo aiutata a fare le palline di carne. E ho anche lavato le patate e l’insalata» rivela compiaciuta, dopo pochi attimi di incerto silenzio.
Finalmente, la bimba ha parlato e io di colpo mi sento più leggera, come se mi fossi appena tolta un grosso peso dal cuore. Se non altro, insieme facciamo progressi.
«Davvero? Sei stata brava» dico in tono solenne, accarezzandole la testolina bruna.
«Abbiamo preparato anche la torta di mele» aggiunge soddisfatta, e il mio viso si illumina nel vederla tanto contenta.
«Come sapevi che è il mio dolce preferito?» Lei scoppia a ridere, e proprio in quel momento nella stanza fa il suo ingresso Alexander, visibilmente sorpreso da tanta insolita allegria.
«Cosa mi sono perso?» esclama, riscuotendosi dallo stupore iniziale.
La bimba sorride contenta e io sorrido ancora di più, mentre lui ci osserva perplesso, come se non credesse ai propri occhi.
«Niente, abbiamo appena finito di apparecchiare la tavola. Visto che tu non hai fatto ancora nulla, potresti iniziare a servirci il pranzo. Sei d’accordo?» domando, rivolta a Elizabeth.
Lei annuisce subito con convinzione, ansiosa di vedere il padre al lavoro.
«Al vostro servizio, ragazze» ribatte pronto, e in men che non si dica siamo tutti e tre seduti al grande tavolo della cucina, a mangiare quell’insolito pranzo preparato con cura apposta per me.
«Hai avuto una mattinata pesante? Sembri stanca» osserva a un tratto lui, notando forse le mie occhiaie scure.
Sapevo che dovevo darci dentro col fondotinta, ma per l’occasione volevo sfoggiare un look naturale, e questo è il pessimo risultato ottenuto.
«Abbastanza, ma il punto è che non sono riuscita a dormire bene. Ho fatto un sacco di incubi» ammetto con un sospiro.
«Ti capita spesso?» chiede dispiaciuto, guardandomi come se la cosa lo preoccupasse.
«Purtroppo… che ne dite se più tardi andiamo al parco, prima che faccia buio? È una così bella giornata che mi sembra un peccato sprecarla, stando chiusi in casa» propongo, provando a cambiare argomento.
«Perfetto. Chi lava i piatti?» aggiungo in fretta, e tutti e due scoppiano a ridere.
L’atmosfera allegra che si è creata tra noi mi fa sentire strana. Condividere questi momenti con loro, come se fossimo una vera famiglia, mi fa sentire in perfetta armonia con l’ordine cosmico e ha acceso in me sensazioni insolite, come se prima nella mia vita mancasse qualcosa che solo ora ho capito di desiderare. E subito avverto un triste nodo in gola, perché so che quello che voglio non è possibile. Almeno, non adesso con Alexander.
Ammetterlo mi addolora, per cui evito di pensarci troppo e propongo allegra di iniziare a sparecchiare, annunciando che sarò io a lavare i piatti, visto che loro mi sembrano proprio due veri scansafatiche.
«Elizabeth, che ne dici, mentre aspetti, di guardare un po’ la TV? Guarda cosa ti ho portato» annuncio seria, andando a prendere il mio asso nella manica dalla borsa.
Non appena tiro fuori il DVD della Sirenetta lei spalanca gli occhi estasiata, come se nella vita non aspettasse altro, anche se probabilmente lo avrà visto almeno un centinaio di volte. Afferra al volo la mano del padre e lo trascina eccitata in soggiorno, per iniziare subito a guardare la TV.
Dopo un paio di minuti mi accorgo con sgomento di non essere più sola e sento l’alito caldo di Alexander accarezzarmi il collo in maniera pericolosa.
«Io lavo e tu asciughi?» suggerisco per smorzare la tensione, mentre la mia mente viaggia lontano e pensa a quelle piccole cose quotidiane di cui non ci si annoia mai, come lavare i piatti accanto a qualcuno di molto speciale. Subito rabbrividisco, rimproverando in silenzio me stessa.
«Non c’è bisogno che adesso lavi i piatti, lo farà poi la governante» spiega in tono gentile.
«Non ci avevo pensato» mormoro, distratta dalla sua vicinanza.
«Sai, sei sporca di saponata proprio qui…» sussurra al mio orecchio, sfiorandomi delicatamente la punta del naso. Inorridisco al solo pensiero di sembrargli ridicola.
«Davvero?» esclamo arrossendo.
«No, ma volevo un pretesto per toccarti» ribatte in tono malizioso, e io fremo di nuovo. «Stai tremando?» aggiunge, accorgendosene immediatamente.
«Che dici? Non sto affatto tremando» rispondo secca, mentendo. Il vero problema qui è che penso troppo, invece di restare coi piedi ben piantati per terra.
«Invece sì. È forse colpa mia?» insiste lui, a voce ancora più bassa.
«Hai mai letto Confucio?» chiedo nervosa, cambiando in fretta argomento.
«Che intendi?» incalza lui, senza capire.
«Intendo quella parte fondamentale dove suggerisce di rimanere zitti pur rischiando di sembrare stupidi, invece di parlare a vanvera e togliere ogni dubbio in proposito» commento acida. Anziché arrabbiarsi per le mie parole, scoppia in una fragorosa risata, che mi conquista ancora di più. Cosa ho detto di così divertente?
«Sai, penso che non la smetterai mai di stupirmi» dice, tornando di colpo serio in viso.
«Piacevolmente, spero.» mormoro, maledicendo la sua vicinanza.
«Senza dubbio» conferma gentile, irresistibile più che mai. Poi si prende il mio sguardo e lo cattura, lo rende suo e di nessun altro. Il mio autocontrollo, a fatica rimesso in piedi, cede e poi si dilegua completamente, facendomi sentire piccola e senza più difese davanti a lui. Un moto di rabbia mi pervade e alzo il mento in segno di sfida, per provare a proteggere me stessa dalla dolce ma pericolosa tentazione che lui rappresenta.
«Smettila di fissarmi» ordino brusca.
«Perché mai? Mi piace troppo quello che vedo» protesta divertito, per niente turbato dal mio tono seccato.
È talmente sfacciato che lo ucciderei, se non fosse per il fatto che dopo mi sentirei persa senza di lui. Il suo viso è vicinissimo al mio, le sue labbra anche. Reprimo un gemito, gli cingo il collo e dopo un secondo le nostre labbra si sfiorano, dapprima lentamente, poi cercando sempre di più, in un bacio rovente che non lascia spazio a nient’altro. Dimentico tutto e mi lascio andare contro il suo petto, facendo aderire meglio i nostri corpi. Lui mi stringe più forte a sé in maniera quasi possessiva, come per impedirmi di scappare, senza sapere che mai e poi mai adesso riuscirei a farlo, perché mi sta tenendo dal cuore, legandolo forte a sé.
Sono in trappola ma allo stesso tempo mi sento in estasi e penso che così stretta a lui non temo più niente. Avrei persino il coraggio di saltare nel vuoto giù da un burrone, se mi tenesse per mano dicendo che tutto va bene. Se e...