Il campo visto dai numeri 1
Il portiere ha un’immensa responsabilità, è l’unico che non può sbagliare
Dino Zoff
Dino Zoff appartiene a quel tipo di italiani di cui speriamo non si perda mai lo stampo. Se parla di calcio, ricorda tutto e non finirebbe mai, e si commuove quando pensa a due come lui, Bearzot e Scirea. Gente seria, di poche parole, con al centro del cervello e del cuore, quella parola, «responsabilità», che farà da guida anche al nostro colloquio. Prima di commentare il grido di allarme di Conte, come prima di Prandelli, sulla non adeguata considerazione della nazionale, Zoff mi ricorda quello che disse una volta a un suo giocatore che diceva di essere stanco: «Tu ti senti stanco? Dici che non ce la fai più? Pensa ai militari che tornavano dalla Russia a piedi per migliaia di chilometri, nel fango e nella neve. Sai perché ce la facevano? Perché avevano la testa e il coraggio, le due cose che servono sempre nella vita». Ecco, così è Dino Zoff, mito dello sport italiano e persona schietta. Anche quando parla degli azzurri.
No, in nazionale il deserto non lo vedo. Certo ha perso centralità. Travolta, anche mediaticamente, dalle rutilanti campagne acquisti e, soprattutto, dal fatto che molte squadre, anche le più blasonate, hanno in formazione, ormai, due o tre giocatori italiani, quando va bene. E poi c’è una tale offerta TV di calcio che se la nazionale non gioca con una grande…
Per i tedeschi, oggi, la squadra più importante è la nazionale. Per gli italiani credo sia il club per il quale si tifa.
Sì, lo temo anch’io. Sa, ai miei tempi, i giocatori che arrivavano in azzurro erano i protagonisti assoluti dei propri club. Ora molti convocati passano gran parte del campionato in panchina e bene fanno i c.t. a denunciarlo. Appena diventai allenatore della nazionale riunii i giocatori al centro del campo. Dopo i primi convenevoli feci un’affermazione dura, forse inaspettata per chi mi conosce poco. Dissi loro: «Voi, nelle vostre squadre, non contate un c… A parte Totti. L’unico modo di diventare primi nei vostri club è esplodere in nazionale». Furono sorpresi ma capirono. Avevo parlato duro ma chiaro, come faceva con noi Enzo Bearzot.
Com’è diventato il calcio, oggi?
C’è un’esasperazione mediatica eccessiva, non si va dietro ai numeri che invece sono molto importanti: i risultati che hai raggiunto, le partite vinte e perse, i gol, i passaggi ecc. Non è che, siccome ti hanno inquadrato da dieci posizioni diverse, con un colpo di testa ben fatto diventi Pelé. Questo vale anche per gli allenatori. Quanti ne abbiamo visti, personaggi bravi in TV, che poi non hanno combinato nulla con le loro squadre? Quando sento dire, come un titolo di merito, che durante una partita hanno cambiato tre schemi di gioco io, che sono uno semplice, penso che almeno due erano sbagliati. E poi io ho allenato anche la Juve, in tempi di vacche magre. Oggi, su volere dell’allenatore, si cambia anche tutta la rosa. A me davano l’organico e, su quella base, facevo formazione e schema. Ma mi rendo conto che era un altro calcio.
E cosa le manca del calcio dei suoi anni?
Mi mancano comportamenti meno esasperati. Mi piacerebbero meno creste sui capelli e più lanci di quaranta metri o dribbling riusciti. Meno scene quando si prendono i colpi. Mi indignano i balletti dopo i gol, è una mancanza di rispetto per l’avversario. Se li avessero fatti ai miei tempi dubito che avrei giocato trecentotrenta partite senza mai essere espulso. Mi sembra che la telecamera ormai sia diventata più importante del campo.
Come cominciò, nel suo paesino in Friuli?
Mi scambiavano per lo scemo del villaggio. Non pensavo che al calcio. Da quando avevo cinque anni cominciai a giocare in porta, non so perché volevo stare in quel ruolo. Non avevo idoli o modelli, la prima partita in TV la vidi di straforo nel 1954. I grandi mi facevano giocare con loro, sapevano che ero bravino. Ma ero molto timido e ogni tanto subivo un po’ di bullismo, per esempio mi tiravano sempre dal lato in cui c’era più fango. Perché c’era tanto fango, dove giocavamo noi.
Ci pensi bene, perché sentì di voler fare proprio il portiere?
Me lo sono sempre chiesto. Ma in fondo è il ruolo che più mi assomiglia, caratterialmente. Il portiere ha un’immensa responsabilità, è l’unico che non può sbagliare. E però di quella responsabilità, se è bravo, conosce la gloria. E io sono cresciuto in una terra di tradizioni asburgiche: tutti noi, nobili o contadini, eravamo educati alla precisione, alla serietà. I bambini avevano solo doveri, ma assolti quelli potevamo giocare. I miei genitori erano severi, ma se io facevo il mio dovere potevo usufruire di grande libertà. Così passavo anche sette-otto ore a giocare a calcio in cortile. Quando sento oggi i genitori dire che portano il figlio a Trigoria o non so dove per giocare, penso sempre che il miglior campo di crescita dei talenti sia la villa comunale o il cortile di casa.
Mi parla dei suoi genitori?
Erano due persone straordinarie. Quando si vive la vita che io ho avuto si resta con la sensazione di non aver dato loro quello che meritavano. Anche nella fase finale della loro vita, se ne sono andati a un mese di distanza dopo aver vissuto sempre uniti. E anche quando stavano male hanno affrontato la sfida più difficile cercando di non pesare sugli altri. Mio padre partì per l’Abissinia a metà degli anni Trenta, tornò squassato da una nefrite e poi si fece l’Albania, la Jugoslavia e, con l’8 settembre, i campi di lavoro in Germania. È stato contadino fino in fondo. Io penso oggi di aver fatto certamente una bella vita, piena di successi, ma lui ha vissuto tutto il tempo con la natura, la sua vita si è intrecciata con le stagioni, con il mutare delle giornate, con l’andamento del raccolto. Mio padre era severo con se stesso. Si infuriava se non venivano rispettate le bestie o le piante. Una volta, mentre lo aiutavo, col cavallo calpestammo una pianta e lui alzò l’aratro infuriato. Per lui la natura era viva, perché lo faceva vivere.
La sua prima maglietta?
Fu una canottiera sulla quale mia madre cucì un numero di stoffa. Lo ricordo ancora. Era un numero 1, rosso.
Lei non ha mai amato le magliette sgargianti. Al massimo si concesse un verde.
Sì, ma per la ragione che le dicevo prima. A me non importava della foto o dell’immagine TV. Io mi occupavo solo del campo. Diversamente dagli inglesi che pensavano che la maglia gialla attirasse l’attaccante – infatti Banks la usava molto –, io mi ero convinto che non dovessi dare punti di riferimento ai tiri avversari e che perciò nero, grigio o beige, in nazionale, fossero l’ideale.
Torniamo ai suoi inizi. Esordì nell’Udinese a diciannove anni con un micidiale 5 a 1 subìto dalla Fiorentina che avrebbe atterrato un bufalo. Era emozionato?
Emozionato no. Potevo aver paura, l’ho avuta fino alla finale dei Mondiali. Ma quando stavo tra i pali sentivo soprattutto responsabilità, la parola chiave della mia vita.
Poi passò al Mantova, dove doveva sostituire un grande portiere, William Negri detto «carburo» perché aiutava la mamma in una pompa di benzina.
Sì, Negri andò al Bologna e in cambio arrivò Santarelli, portiere storico dei felsinei. Io ero il secondo portiere, troppo giovane per essere il primo, anche se Bonizzoni, l’allenatore, mi aveva voluto con sé. Le racconto questa: a quei tempi si davano undici premi partita ai titolari e altri tre o quattro venivano divisi tra gli altri giocatori della rosa. Santarelli un giorno mi chiamò e mi disse: «Senti, facciamo così, noi portieri, mettiamo i nostri premi in un fondo unico e poi lo dividiamo a metà». Io fui onorato e colpito da tanta generosità. Solo che aveva visto lungo lui, non io. Infatti giocai trenta partite io e quattro lui. Si faccia un conto chi ci guadagnò da quell’accordo…
Lei era in campo in quel Mantova-Inter del 1967 che, con la papera di Sarti, decise lo scudetto a favore della Juve.
L’Inter veniva dalla sconfitta in finale di Coppa dei Campioni con il Celtic. Nel primo tempo meritava ma io realizzai delle gran parate e l’arbitro Francescon fu generoso su un fallo in area ai danni di Mazzola. Poi ci fu quel tiro sbilenco di Di Giacomo e il clamoroso infortunio di Sarti. Era destino. Come forse era destino che io andassi alla Juventus. Pensi che nel 1962 io giocavo con l’Udinese contro i bianconeri e mi ero messo, al solito, la maglia nera. Ma quel giorno anche loro erano vestiti in nero. Così fu Vavassori, portiere di riserva dei bianconeri, a dare al suo avversario la maglietta bianca con la V nera. Destino.
Dal destino alla delusione, qual è stata la più grande della sua carriera?
La finale di Coppa dei Campioni. Erano tutti convinti che sarebbe stata una passeggiata, una pura formalità. Chi gioca davvero sa che non è mai così. Infatti in campo dormivamo, non abbiamo fatto nulla. Quando Magath segnò, non da trenta metri come fu maliziosamente detto, ma dal limite dell’area, non ci fu reazione. Eravamo come ipnotizzati.
Nello spogliatoio che cosa successe?
Silenzio, fu una specie di dramma collettivo. Non si sentiva volare una mosca. E così fu anche sul pullman, in aereo. Nessuno poteva recriminare, non eravamo esistiti. E avevamo una delle squadre più forti che si fossero mai viste. Otto campioni del mondo più Platini, Boniek, Bettega. Scusate se è poco.
Si ricorda litigi nello spogliatoio da giocatore o da allenatore?
Da allenatore no. Se fai litigare i tuoi giocatori tra loro puoi cambiare mestiere. Da giocatore qualche volta: normali conflitti personali, di ruolo, di leadership. Ma, vede, mi fa imbestialire quando leggo che un calciatore dice «abbiamo vinto perché eravamo amici». Perché, se non volevi bene all’attaccante non gli passavi il pallone? Ci si dimentica che questo è un lavoro, per il quale si è pagati bene, che si fa per i tifosi, per la maglia. E soprattutto perché è il tuo dovere, la tua responsabilità. Lo vede? Torna sempre questa cavolo di parola, nella mia concezione dello sport. E della vita.
E con Boniperti che rapporto aveva?
Stare alla Juve era come lavorare alla Fiat. Risultati, ordine, disciplina. Boniperti di calcio capiva, pensi a come compose, pezzo a pezzo, quello squadrone: prendendo dall’Atalanta Cabrini e Scirea e poi Tardelli dal Como. Nel mio libro Dura solo un attimo, la gloria ho raccontato come conduceva le trattative per gli ingaggi. Nel 1976 noi avevamo perso una partita, decisiva per il campionato, a Perugia. Quando, a Villar Perosa, entrai nel suo ufficio aveva con sé la foto dei giocatori della squadra umbra. Mi chiese, indicandoli a uno a uno: «Avete perso con loro, vorrete mica lo stesso ingaggio dell’anno scorso?». Lui cominciava queste sessioni dal mattino, in ordine alfabetico. Io quindi ero sempre l’ultimo e poi lui non aveva grande considerazione per i portieri. Ma un anno decisi almeno di vendicarmi. Avevo trent’anni e non volevo farmi trattare come un pivellino. Il mio turno arrivò verso le dieci. Lo tenni lì fino alle due di notte. Soldi non se ne videro, ma almeno la soddisfazione me la tolsi.
Lei non era appassionato dei tuffi, non era un genere che le piaceva.
No. Ero sempre alla ricerca, da portiere, della semplicità. E della perfezione, che però non ho trovato. Cercavo di supplire con il piazzamento alla teatralità di un tuffo ad angelo. Io ero amico di Castellini, che era un portiere a cui piaceva volare. Ma lui si librava in volo e poi la palla la prendeva. Non come certi esteti che amano più la foto della parata. Pensi che una volta, all’Olimpico, durante un Inghilterra-Italia mi fecero un tiro che necessitava di un tuffo plastico per prendere la palla. Mi ricordo che, mentre ero in volo, già mi vergognavo.
Chi sono i migliori portieri di ieri, oggi e domani?
Abbiamo avuto una scuola fantastica. Albertosi, Vieri, Castellini e il non sufficientemente ricordato Fabio Cudicini. Eravamo, per qualità e numero, i migliori del mondo. Oggi Buffon. Domani vedo Perin e Sportiello. Ma la scuola si è inaridita. I club continuano ad acquistare portieri stranieri... Sono arrivati persino tanti portieri brasiliani. Per usare un eufemismo, potrei dire che erano bravissimi in tutto ma il Brasile non è mai stata la patria dei numero 1. Adesso dicono che è importante che un portiere sappia giocare con i piedi. Vero, certo. Ma se chi gioca in porta può farlo con le mani e gli altri con i piedi, una ragione ci sarà...
Come si para un rigore?
E chi lo sa? Io c’erano periodi in cui li paravo e altri in cui non c’era niente da fare. Devo confessare che non si studiava tanto, ci si affidava all’istinto. Ricordo una volta, col Bologna. Il Trap mi aveva detto che il rigorista rossoblù tirava sempre a sinistra. Purtroppo ci fu proprio un penalty contro di noi e quello si avvicinò al dischetto. Io volevo buttarmi a destra ma pensai che se poi lo avesse tirato a sinistra il Trap mi avrebbe sgozzato. Allora feci come diceva il mister. E quello, ovviamente, tirò a destra. Mi alzai come una furia e gridai verso la panchina: «Maledetto te e io che ti sto a sentire, non mi dire più niente!». Se ci fossero state le telecamere di oggi sarebbe diventato uno scandalo nazionale. Comunque il Trap, da quella volta, non mi disse più nulla.
Parliamo dei suoi primi Mondiali, quelli del ’70.
Sono sincero, ho un ricordo poco simpatico. Ero stato campione d’Europa nel 1968, avevo fatto gran parte delle qualificazioni da titolare. Ma in Messico stetti in panchina. Avevo perso il posto, insieme a Sandro Salvadore, in Spagna, dove pareggiammo con due autoreti di Salvadore stesso. Fu scelto Albertosi, e non la presi bene. Eravamo agli antipodi, come carattere. Non è che ci volevamo bene. Italia-Germania, diciamoci la verità, fu una brutta partita fino ai supplementari, che furono epici. Poi la squadra un po’ si sedette: in fondo, si diceva, siamo arrivati fin qui...
E la staffetta non fatta tra Mazzola e Rivera che giocò solo gli ultimi sei minuti?
Io credo che fu un caso. Sinceramente Valcareggi aveva perso un po’ il controllo dopo la gragnuola di gol dei brasiliani, che erano stellari. Tanto che chiese a Juliano di scaldarsi senza rendersi conto che aveva finito le sostituzioni. Alla fine del primo tempo pareggiavamo e credo che lui abbia avuto paura di alterare la squadra. Mi ricordo il ritorno a Roma, con Valcareggi scortato dalla polizia e la gente inferocita. Com’è il calcio! E com’è l’Italia! Solo una settimana prima erano tutti in piazza a festeggiare, dopo la Germania, gli «eroi dell’Azteca».
Poi ci fu la catastrofe del 1974.
Anche lì erano tutti convinti che fossimo fortissimi. Io avevo la porta inviolata da una vita. Un giocatore haitiano, Sanon, mi infilzò alla prima partita. E io non me lo perdono ancora. Ma in quella spedizione erano troppi a decidere. C’erano Carraro, Allodi, Franchi... Ricordo che, annusando l’aria, dissero solennemente che alla prima polemica il responsabile sarebbe stato cacciato. Ovviamente non successe, neanche dopo che Chinaglia aveva mandato a stendere l’allenatore. Altro che polemica, quella squadra era spaccata, divisa, in conflitto permanente. Ricordo che Allodi, in un viaggio in treno verso Stoccarda, ci riunì tutti e ci ammonì paternamente: «Noi dobbiamo stare uniti, dobbiamo dirci tutto, dobbiamo essere sinceri». Detto fatto. Per primo parlò Juliano che disse: «Allora sono sincero, il cinquanta per cento della squadra non vuole Rivera in campo». Gelo, riunione sciolta e spedizione fallita.
Veniamo al suo Mondiale più difficile, quello del ’78. I famosi tiri da lontano con l’Olanda...
Sono sincero: il tiro di Brandts era imprendibile ma su quello di Haan avrei potuto fare di più. Le ho detto che la perfezione non l’ho trovata...
Veniamo al 1982, il trionfo. Quando lei leva in alto quella Coppa e l’Italia esplode di gioia.
Guardi, non posso parlare di quel Mondiale senza rendere, in primo luogo, omaggio a Bearzot. Era una persona coraggiosa, leale. Quando ti diceva una cosa era quella. E te la diceva in faccia, non passava attraverso i giornalisti. Non gli piaceva certa gente che ruotava, anche a livello dirigenziale, attorno alla nazionale. Per due anni non portò mai la nazionale a Coverciano. Era una persona limpida, se c’era una pallottola in giro lui metteva il suo corpo dava...