Il mio cuore bianconero
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Il mio cuore bianconero

  1. 224 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il mio cuore bianconero

Informazioni su questo libro

Può una bambina innamorarsi di una squadra di calcio? È accaduto a me quando il mio nonno paterno fece entrare nella nostra casa di contadini emiliani un apparecchio televisivo. Fu allora che vidi per la prima volta una partita di pallone. Ad attrarmi furono i giocatori con la maglia a righe bianche e nere che spiccava sullo schermo. E mi piaceva il nome della loro squadra: Juventus, gioventù. Nell'autunno del 1957, una coppia di calciatori trasformò la curiosità in passione. Uno era un gigante biondo, alto, grande e grosso: John Charles, un inglese del Galles. L'altro era piccoletto, i capelli ispidi e neri, un monello di un'agilità che stordiva gli avversari. Un maghetto poco più che ventenne, con i calzettoni sempre abbassati alle caviglie: Omar Sivori. Veniva da un Paese lontano, l'Argentina, nato da genitori italiani emigrati come tanti in cerca di fortuna. Se il mio cuore di tifosa è da sempre bianconero lo devo a quel gigante biondo e al funambolo con i polpacci nudi. Furono loro a colpire la mia fantasia di bambina, facendo scoccare la scintilla accesa ancora oggi. Sono passati tanti anni da quel 1957 e ho ormai compiuto un lungo tratto della mia esistenza. Ho avuto anch'io alti e bassi, ho vinto e ho perso nel gioco della vita. A tratti sono stati interessi diversi a prevalere, ma non è mai svanita la passione di me bambina per la maglia a righe bianche e nere. Passione tornata prepotente dopo la sventura occorsa nel 2006 alla Juventus: Calciopoli. Dopo l'inferno della serie B, della Juve non ho più perso una partita e l'ho seguita nel percorso per tornare grande. Grazie alle tv a pagamento, ho allargato il mio interesse alla Premier inglese. Così come ascolto interviste e programmi sportivi, e leggo con avidità cronache e commenti di veri o presunti intenditori. Ho scritto libri, però mai avrei pensato di scriverne uno con la Juventus protagonista. Poi ho deciso di raccontarla per come l'ho vista nell'ultimo decennio. Durante i primi tre anni faticosi e dopo, quando ci ha fatto vivere la lunga stagione delle vittorie esaltanti e di alcune cadute dolorose. Antonio Conte e Massimiliano Allegri sono stati i condottieri sul campo, facendoci gioire e imprecare. Però il vero numero uno è stata la società. Guidata da Andrea Agnelli non è più soltanto una società di calcio, bensì un'impresa dell'intrattenimento sportivo. Al momento, senza eguali in Italia. A.G.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2019
Print ISBN
9788817142106
eBook ISBN
9788858696811
1

La tv del nonno Berto

Umberto Grisendi, soprannominato Berto Giavaréina, era il mio nonno paterno. All’inizio dell’inverno del 1956, decise di acquistare un televisore, un apparecchio ancora poco diffuso, specialmente nelle case di chi non era ricco. Io avevo allora compiuto da poco nove anni, il nonno stava per compierne settanta. E la tv non fu un regalo per me e per Mariuccia, la mia cuginetta di quattro anni. E neppure per lo svago del resto della famiglia, ossia dei nostri genitori che dall’alba e per tutto il santo giorno faticavano nei campi e nella stalla. No, il vecchio Berto decise di soddisfare una sua voglia, un suo piacere, e la tv fu sempre a sua disposizione finché lui rimase in vita.
La mia era una famiglia di contadini emiliani. Nati in provincia di Reggio Emilia, a Montecchio, importante comune del reggiano confinante con il territorio parmense. La linea di demarcazione tra i due territori passava, e passa, a metà del ponte sul torrente Enza. Un fiumiciattolo che sfocia nel Po, nella zona di Guastalla. Durante gran parte dell’anno, e non soltanto nei mesi estivi, è quasi sempre in secca, però è capace di provocare piene improvvise e pericolose alla foce, in autunno e in inverno. L’ultima volta è accaduto nel dicembre del 2017 nei comuni di Boretto e Brescello.
Prima di Berto avevano fatto il mestiere di contadino i suoi genitori, i suoi nonni e i bisnonni. E come lui anche i sei figli. Tre maschi e tre femmine: Gildo, Cesare, Mario, Bice, Nora e Francesca. Fatti crescere con il rastrello e la falce tra le mani, anche negli anni della scuola, quando capitava che il padre gli impedisse di dedicarsi ai compiti a casa assegnati dalla maestra.
Non era contadina la mia futura nonna, della quale porto il nome: Adele. Poco più che ventenne, aveva respinto il corteggiamento insistente di Berto preferendo come marito un giovane del paese, figlio unico di una famiglia benestante. Purtroppo una grave malattia l’aveva stroncato, lasciandola vedova dopo pochi anni di matrimonio ma con una eredità importante per quell’inizio di Novecento: un podere con casa e vecchio molino annessi, oltre a un bel gruzzolo in denaro e gioielli.
A quel punto Berto, attratto anche dalle nuove proprietà della donna a suo tempo corteggiata, si era ripresentato alla sua porta. Andò a finire che Adele lo accettò. Divenne così il suo secondo marito, migliorando di parecchio il patrimonio della nuova famiglia. Mentre la vendita di alcuni suoi gioielli sarebbe poi servita a mandare i figli all’onore del mondo, vista la tirchieria di Berto quando si trattava di mettere mano al portafoglio, ad esempio, per mandarli vestiti in modo decente.
La nonna, di cognome faceva Gualerzi. Per uno strano incastro del destino, tanti anni dopo io, Adele Grisendi, avrei sposato il mio primo marito che di cognome faceva proprio Gualerzi!
La dote che la nonna portò in casa contribuì quindi al benessere della famiglia, ma aumentò non poco il lavoro nei campi e nella stalla, visto che i Grisendi erano in affitto su un podere abbastanza vasto. Godevano, però, di una condizione favorevole: il fondo era di proprietà della Curia di Reggio Emilia. Una condizione per quei tempi abbastanza anomala, visto che nelle campagne vigevano quasi ovunque i contratti a mezzadria.
Il contratto d’affitto prevedeva una durata di più anni e al padrone era dovuto soltanto il pagamento del canone annuale pattuito al momento della firma. I prodotti della terra e il ricavato del lavoro dei contadini restavano solamente a loro. Non come nei contratti di mezzadria che, a quel tempo, nelle campagne erano la regola. I mezzadri si sfiancavano sulla terra e con le bestie e poi dovevano dividere a metà il raccolto e il guadagno con il padrone. Pagavano la pigione per case miserabili e l’11 novembre, giorno di San Martino, quasi ogni anno, se il padrone decideva di cacciarli dalla sua proprietà, gli toccava andarsene.
Il podere dove viveva la mia famiglia si trovava nella quasi immediata periferia del paese. Oltre a essere in affitto, godevamo di un ulteriore vantaggio: il proprietario non era per niente invadente. Alla Curia reggiana stava a cuore una cosa soltanto: che le venisse versato con regolarità il canone annuale concordato. Per il resto, capitava di ricevere la visita di qualche sacerdote, ma non più di una o due volte nell’arco dei dodici mesi.
Ricordo bene l’arrivo dell’auto nera della Curia guidata da un autista e mi pare di rivedere scendere un gruppo di tre sacerdoti vestiti con l’abito talare nero, lungo fino ai piedi. Sempre sorridenti, a noi bambine regalavano le caramelle. Si intrattenevano con gli uomini di casa chiedendo del lavoro nei campi, se c’erano problemi alla cui soluzione potevano contribuire, se in famiglia andava tutto bene, se la salute era buona. Di rado entravano in casa.
In quelle occasioni, il nonno Berto riusciva a trattenersi dal bestemmiare, ma riprendeva non appena l’auto aveva imboccato la strada per la città. La mamma e la zia avevano provveduto a colmare il baule della macchina con i prodotti dell’orto, con qualche dozzina di uova fresche e il coniglio che si erano affrettate a macellare mentre i sacerdoti parlavano con gli uomini di casa.
La zia aveva la passione del giardinaggio. Nell’orto crescevano le dalie e altri fiori a stelo lungo. In un angolo di terreno di fianco a casa piantava decine di bulbi di gladiolo, fiore che amava raccogliere e mettere in un vaso al centro del tavolo di cucina. Proprio i gladioli erano sempre pronti a sbocciare quando si presentavano i sacerdoti in visita. Tanto che lei ha sempre pensato che il loro arrivo in quel momento non fosse un caso. Sta di fatto che andava sempre a finire che doveva raccoglierli tutti e consegnarli ai sacerdoti «per guarnire l’altare del Duomo». Li guardava ripartire rabbuiata e so per certo che dentro di sé li mandava al diavolo.
Non era infine una regalia prevista nel contratto di affitto, però esisteva un’usanza dalla quale non si poteva sgarrare: prima di ogni santa Pasqua, una coppia di capponi veniva recapitata direttamente nel palazzo dell’Arcivescovo in città. Di solito toccava a mio padre Cesare ottemperare a quell’incarico. Metteva in moto la motocicletta, caricava la mamma sul sellino posteriore e, con la sporta ben ferma tra di loro, raggiungevano l’appartamento dell’arciprete a Reggio Emilia per la consegna.
La fortuna di essere in affitto e per di più con un padrone che se ne stava alla larga era dovuta allo stesso Berto. Da ragazzo aveva aderito a una confraternita religiosa che si riuniva periodicamente nella canonica della chiesa parrocchiale e assolveva alcuni compiti durante le funzioni. Insomma, il mio futuro nonno era, o almeno si comportava, da buon cristiano. E questo gli aveva giovato. Non credo che in quei tempi avesse l’abitudine molto facile alla bestemmia che poi gli ho conosciuto io.
2

A tavola non si parla

Quella di noi Grisendi era una famiglia allargata. Infatti, insieme al nonno Berto e allo zio Mario, un amatissimo down, convivevano altre sei persone: lo zio Gildo con sua moglie Angiolina e la loro figlia Mariuccia; mio padre Cesare e Jolanda, mia madre, più la sottoscritta.
Dall’inizio di marzo fino ad autunno inoltrato, tutti gli anni viveva con noi un servitore. Di solito si trattava di un giovane ingaggiato con un vero e proprio contratto, i cui termini erano stipulati con la sua famiglia proveniente da un paese dell’Appennino reggiano o parmense. Il ragazzo, tra i sedici e i diciotto anni, veniva assunto a tempo pieno per la durata di otto mesi, da metà marzo a metà novembre, con il compito di aiutare nel lavoro sui campi, nella stalla e ovunque servisse.
E così, quando ci mettevamo a tavola, eravamo quasi sempre in dieci, poiché a mezzogiorno spesso si aggiungeva Prospero, per tutti noi Pinòon, il marito della zia Bice, una delle sorelle di papà. Era assunto a giornata e dunque pranzava con noi, mentre la sera rincasava. Tornavamo a essere soltanto otto dopo la metà di novembre, quando mancava lo zio e il servitore era rientrato al suo paese.
Oltre a lavorare la terra, a impegnare molto la nostra famiglia, donne comprese, era la cura delle vacche. Tutte le poste della stalla erano occupate da mucche da latte che si dovevano accudire e mungere due volte al giorno: la mattina molto presto e nel tardo pomeriggio. L’impegno maggiore era la mungitura. Il latte veniva poi ritirato dal garzone del caseificio, che passava regolarmente attorno alle sette del mattino e della sera. Dopo aver segnato sull’apposito libretto la quantità raccolta, risaliva sul camion e tutti noi potevamo fare colazione o apprestarci a cenare.
Quando le mucche gravide avevano partorito, atteso qualche mese affinché i vitelli fossero saldi sulle gambe, il nonno Berto faceva venire a casa un commerciante di bestiame del paese per contrattarne la vendita. A volte, d’intesa con i due figli maschi, decideva di vendere anche una o due tra le mucche da latte più vecchie che avrebbe subito rimpiazzato. In tal caso, il commerciante si presentava con un acquirente conosciuto in casa come «il milanese» che, dopo qualche scaramuccia sul prezzo, concordava con il nonno il valore delle vacche in vendita e delle sostitute.
Fu merito proprio del «milanese» se la tv entrò in casa nostra molto prima rispetto a quelle dei contadini nostri vicini, ma anche a molte famiglie del paese. Un giorno, dopo avere concluso un affare, io, che stavo sempre nei paraggi in attesa di ricevere dal «milanese» la manciata di caramelle al rabarbaro delle quali andavo matta, lo sentii dire al nonno: «Signor Grisendi, lei abita a mezzo chilometro dal centro del paese, eppure se ne sta sempre qui rintanato tra i campi. Hanno inventato un apparecchio molto più moderno della radio: la televisione. Lo acquisti! Le porterà in casa il mondo e non dovrà fare neppure un passo per essere informato su tutto quel che succede. E potrà godersi tanti spettacoli».
La curiosità del vecchio Berto si accese subito, obbligò «il milanese» a sedersi al tavolo della cucina e lo tempestò di domande. Andò a finire che il giorno successivo fui io a recarmi in paese dall’elettricista al quale facevamo ricorso per ogni necessità, per invitarlo a passare a casa dal nonno. «Devi dirgli» mi ordinò Berto «di non tardare a venire, perché voglio acquistare una televisione e voglio che me la trovi alla svelta.»
Lo rivedo come se lo avessi davanti. Io pronta a partire con la bicicletta e lui sulla porta della cucina. Tiene il bastone alzato verso di me in modo poco rassicurante e mi parla con il tono di chi ti promette guai se non fai come ti ha detto. Il tutto rimarcato dalla specie di grugnito che ben gli conoscevo. Di solito, quando lo ascoltavo, me ne stavo alla larga perché il barometro di casa segnava quasi sempre burrasca.
Dieci giorni dopo il televisore fece il suo ingresso trionfale in casa e fu sistemato sulla vecchia credenza alle spalle del posto a capotavola: quello del nonno Berto. Ed ecco la scena che si ripeteva immancabile ogni sera, durante la cena.
In campagna, visto che al mattino la sveglia suonava all’alba e anche prima, c’era l’abitudine di pranzare a mezzogiorno. Quando il campanone della torre civica sulla piazza del paese terminava i dodici rintocchi, stavamo già con i piedi sotto il tavolo. E subito dopo, sia in inverno che in estate, tutta la famiglia si ritirava per la pennichella. Per questo, a pranzo, la tv restava muta.
La sera, in primavera e in estate, quando il garzone del caseificio aveva caricato il latte sul furgone e se n’era andato, gli uomini di casa riempivano un secchio con l’acqua del pozzo per lavarsi e, indossate una canottiera e una camicia pulite, si presentavano a cena. Dunque, nella buona stagione si cenava che il sole non era ancora calato del tutto, attorno alle venti. Negli altri mesi aveva ormai fatto buio e, siccome si cenava molto prima, la serata si allungava.
L’arrivo dell’apparecchio televisivo cambiò da subito le abitudini a tavola. Il nonno Berto cenava velocemente, poi girava la sedia e ci dava le spalle. Schiacciava il tasto per accendere l’apparecchio e non ci degnava della sua attenzione. Se ne stava fermo con il mento sulle mani appoggiate al suo bastone e ascoltava avido il telegiornale imponendo a tutti noi il silenzio. A quel tempo non la conoscevo, ma gli si confaceva perfettamente la frase più famosa del marchese Del Grillo: «Io so’ io e voi non siete un cazzo!».
Con la tv cessò quasi del tutto l’abitudine della famiglia di parlare durante la cena, la prima vera occasione nell’arco delle ventiquattro ore di scambiare opinioni, informazioni e pareri. A volte il nonno ci riprendeva con il suo speciale grugnito per il minimo bisbiglio e così il pasto volava via rapido. Anche noi bambine, abituate a fare un po’ di confusione, come ipnotizzate dalla scatola parlante e con le immagini, ci adeguammo da subito alle nuove regole imposte dal nonno. E non fu necessario che ce le avessero spiegate.
La mamma e la zia sparecchiavano, lavavano i piatti e li riponevano insieme alle stoviglie, sempre attente a non fare rumore. Nel frattempo gli uomini inforcavano le biciclette e andavano a spasso. Lo zio si recava a casa di un vicino suo amico, mentre mio padre preferiva arrivare fino al paese, al caffè dei Combattenti dietro la piazza, per una partita a carte. In inverno, se non era brutto tempo, salutava me e mamma quasi tutte le sere, mentre in estate si limitava a una o due volte alla settimana. Capitava che portasse anche me, pure quando il freddo era pungente. Allora me ne stavo seduta sulla canna della bicicletta e protetta sotto il suo tabarro di lana pressata.
Il nonno Berto si mostrava completamente disinteressato verso quel che gli accadeva intorno. Neppure il terremoto lo avrebbe turbato e sono convinta che non si sarebbe preoccupato neppure se qualcuno di noi si fosse sentito male. Infatti, dopo la fine del telegiornale, se ne restava immobile e senza distrarsi mai a meno di un metro dallo schermo. A guardarlo, dava la sensazione di assorbire tutto senza provare nessuna emozione. Né voglia di ridere o di piangere e non sembrava neppure si stesse godendo lo spettacolo che ogni sera la Rai-Radiotelevisione italiana gli offriva.
La tv era divenuta il suo giocattolo da vecchio, sempre ammesso che ne avesse avuto uno da bambino. Tutte le sere assistevamo allo stesso rito che si concludeva quando andava a coricarsi. Immancabilmente dopo avere ascoltato la musichetta della Rai che chiudeva le trasmissioni. Al contrario di lui, a quell’ora tutta la famiglia stava a letto già da un pezzo.
Finito di cenare, la mamma e la zia avevano sempre qualcosa da fare e seguivano il programma scelto dal suocero mentre piegavano il bucato, rammendavano o lavoravano a maglia, specie in inverno. Io e mia cugina Mariuccia, più piccola di me di cinque anni, ciondolavamo per la cucina senza dare, in apparenza, troppo peso alla tv. Eppure oggi scopro di continuo che nella mia mente si sono fissati i volti degli attori delle commedie trasmesse in collegamento con teatri italiani. Sono rimaste tracce di trasmissioni come Lascia o raddoppia? o Il Musichiere. Oppure i volti dell’Amico degli animali, Angelo Lombardi, e del maestro Manzi, che insegnava a leggere e scrivere agli italiani, aiutando non pochi a uscire dall’analfabetismo. Mentre per me le sue lezioni erano un ripasso. Per non parlare del ritmo e delle strofe delle canzoni. Eravamo ormai a un passo dai mitici anni Sessanta.
La mamma era sempre la prima a risalire in camera e io con lei. Seguita poco dopo dalla zia Angiolina con la piccola Mariuccia addormentata in braccio. Salvo certe sere nelle quali rimaneva alzata per ascoltare un programma di musica leggera o le operette allora in voga. Quando sono un po’ cresciuta, specialmente durante le vacanze da scuola, io aspettavo che papà e mamma si fossero addormentati e scendevo in cucina accanto a lei.
Il nonno si comportava come se non vedesse nessuna di noi. Ma ricordo bene il sorriso sornione che non riusciva a celare del tutto. E sono certa sin da allora che saperci alle sue spalle lo facesse sentire come un gallo nel pollaio.

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il mio cuore bianconero
  4. Introduzione
  5. 1. La tv del nonno Berto
  6. 2. A tavola non si parla
  7. 3. I volti e le voci della tv
  8. 4. La scoperta del football
  9. 5. Adolescenza, terra di mezzo
  10. 6. Le domeniche allo stadio
  11. 7. La vita cambia direzione
  12. 8. La famiglia rossa
  13. 9. Il grande amore all’improvviso
  14. 10. La vita cambia per sempre
  15. 11. Ho ritrovato la mia squadra
  16. 12. Il dramma di un giovane uomo
  17. 13. L’indimenticabile estate del 2006
  18. 14. Andata e ritorno dall’inferno
  19. 15. La montagna da scalare
  20. 16. Le stagioni tribolate
  21. 17. Il ritorno di un capitano
  22. 18. Un’altra indimenticabile estate
  23. 19. Allo Stadium come a teatro
  24. 20. Il trio delle meraviglie
  25. 21. Cambio della guardia tra contestazioni
  26. 22. Il mister di Livorno
  27. 23. Ancora una delusione
  28. 24. L’azienda Juventus
  29. 25. I Giganti
  30. 26. Le cadute
  31. Copyright