Zucchero filato
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Zucchero filato

  1. 256 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

L'amore non è semplice, ma è fatto di cose semplici. Ha bisogno di dettagli, di sorrisi, di parole giuste sussurrate all'orecchio. Ha bisogno di mani forti, di spalle larghe, di cuori in grado di lottare. Non servono gesti eclatanti, non serve gridare. Quando ci si innamora di un'anima, quello che conta è lasciarsi andare.
Ora che la storia con Giovanni è finita, il mondo di Camilla ha la forma grigia e prevedibile della sua solitudine. La casa vuota, un lavoro noioso, il silenzio che pian piano avvolge ogni cosa. Poi, un giorno, Matilde le sorride. E all'improvviso tutto cambia: Camilla credeva di aver perso l'amore, e invece eccolo esplodere ancora, in una forma inattesa. Matilde, con le sue gambe lunghe e la sua allegria contagiosa, le fa venire voglia di baci, di ridere a crepapelle, di vivere forte. E di riscoprire passioni che trascura da troppo tempo, come la scrittura. Vuole condividere le sue parole, regalarle ai passanti, urlare al mondo la sua felicità. All'inizio è un gioco: dei bigliettini da appendere per le strade della sua Torino. Poi, però, qualcuno le risponde con una firma dolce e misteriosa: Zucchero Filato. Chi si nasconde dietro questo nome? E perché, ogni volta che lo legge, il cuore di Camilla ricomincia a fare le capriole?

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2019
Print ISBN
9788817129961
eBook ISBN
9788858697344

1

Non so bene che fine facciano gli amori non corrisposti, ma so cosa lasciano ogni volta che qualcosa va storto. Conosco il senso di vuoto che segue la fine di un amore, un amore che il più delle volte non è come ci aspettavamo. Ma non capisco perché, ogni volta che ci innamoriamo, non facciamo altro che vedere le cose positive. Quando siamo innamorati è come se al mondo non esistesse cosa brutta, tutto è meraviglioso, ogni singolo dettaglio diventa grande, tutto viene amplificato, come se non ci fosse spazio per nulla di negativo. E non capisco, non ho mai capito chi, pur di non perdere la persona che ama, decide di farsi andare bene tutto.
Io non sono così. Io parlo tanto, parlo troppo, se qualcosa non mi sta bene lo dico. Forse è per questo che sono qui a raccontare che non c’è cosa più bella di un amore chiacchiericcio, di un amore che sa ridere, ma che sa anche affrontare le discussioni e i piccoli problemi quotidiani.
L’amore va oltre ogni logica, è vero, ma non smettete mai di amare voi stessi quando qualcosa finisce. Non smettete di essere ciò che siete davvero quando qualcuno decide di portarsi via un pezzo di voi. Le persone arrivano, ti scombussolano la vita e poi puntualmente se ne vanno, prendendosi qualcosa di vostro che non riavrete mai più.
Non abbiate paura di cadere quando l’amore vi tradisce e sceglie di non restarvi accanto. Non abbiate paura di piangere, perché farlo non vi rende persone deboli ma fortissime. Persone che hanno lottato e che hanno amato con tutto l’amore possibile.

2

Sono passati novantasette giorni da quando Giovanni è andato via di casa.
Non so bene cosa provo, ma il mio cuore sente una forte malinconia. Mi ha lasciata una sera qualunque, una sera in cui ero appena tornata da una cena con dei colleghi. Mi aveva detto che non stava bene, che con quel freddo non gli andava di uscire e io, senza troppi problemi, ero uscita lo stesso. Non era la prima occasione in cui succedeva una cosa del genere, anzi: negli ultimi due anni erano più le volte in cui uscivamo da soli che in coppia.
Avevo già capito, però, che qualcosa tra noi si stava rompendo. Era accaduto una sera in cui Giulia ci aveva invitati a cena da lei. Giovanni all’ultimo aveva detto di avere troppo lavoro arretrato, e così io ero andata da sola. Una volta arrivata avevo salutato la padrona di casa, lei subito mi aveva abbracciato e poco dopo aveva allungato il collo per guardare meglio dietro di me: «Giò sta cercando parcheggio?». Le avevo risposto in fretta che ero sola, che Giò era dispiaciuto ma non si era sentito bene. Era stato quello, il momento: quello in cui, senza sapere bene perché, avevo deciso che era giusto mentire per lui.
Adesso, a distanza di anni, penso che l’amore ci renda ciechi davanti a determinate situazioni. Me ne sarei dovuta accorgere prima, che qualcosa stava andando per il verso sbagliato, eppure ho continuato a fare finta di niente. Davo colpa al lavoro, alla stanchezza, alle pressioni famigliari. Ero lì, sempre pronta ad accettare, sempre pronta a rispondere: «Sì, come preferisci tu». Se una cosa faceva star bene lui, allora automaticamente stavo bene anche io.
Ho sempre pensato che l’amore fosse questo, venirsi incontro in ogni situazione… ma con il tempo ho capito che venirsi incontro non basta, se i miei passi sono più lunghi dei tuoi. Con il tempo ho capito che l’amore è condivisione, è camminare insieme, e non scollegati. L’amore è quando non si sta né davanti né dietro, ma accanto.
L’amore, per me e Giovanni, era quella cosa che non riuscivamo più a toccare con mano. Ogni volta che avevamo la possibilità di riprenderci, ecco che uno dei due indietreggiava e l’altro, a poco a poco, mollava la presa. Ma, nonostante tutto, non riuscivamo a prendere la decisione finale. Restavamo lì, magari senza dirci una parola per giorni, senza nemmeno salutarci, senza nemmeno avvisarci di un ritardo la sera, senza nemmeno discutere delle nostre infinite incomprensioni. Restavamo lì perché ci piaceva la monotonia, ci piaceva l’idea di non dover ricominciare a raccontarci. Ormai erano anni che tutto era stato detto, ricominciare da zero risultava difficile e nessuno dei due voleva mettere quel fatidico punto.
Fino a novantasette giorni fa.

3

Ricordo bene quella sera. Dopo aver bevuto un bicchiere di vino rosso, Giovanni si era seduto sul divano a sfogliare una rivista di design. Io ero in ritardo, un ritardo pazzesco.
Cercai di apparecchiare la tavola in pochi gesti, non mi piaceva l’idea che facesse tutto lui, così gli lasciai la cena pronta sul tavolo e gli spiegai forse dieci volte tutto quello che doveva fare, come sempre senza ricevere risposta, se non un cenno della testa e il suo solito: «Lo so, lo so, stiamo insieme da dieci anni e conviviamo da cinque, ormai sono in grado di riscaldarmi il mangiare».
Giovanni non era di una bellezza disarmante, anzi, da piccolo era proprio bruttino. Ogni volta che, a Natale, nonna Maria mi presentava la carrellata di tutte le sue foto buffe, io non potevo far altro che notare i ricci crespi, il mento a punta, quelle lentiggini appena nascoste dagli occhiali tondi, le piccole orecchie a sventola e il sorriso da ebete che mi aveva fatta innamorare.
Lo avevo conosciuto in una sera d’inverno. All’epoca era il ragazzo di Anna, una delle mie amiche. Quando me lo aveva presentato, ero rimasta imbambolata per qualche secondo a fissare i suoi occhi grandi, dello stesso colore del cielo in una giornata di sole, al punto che avevo perso il momento in cui aveva pronunciato il suo nome. Strano pensare che, con il tempo, quel colore acceso si sia sbiadito così tanto, nei miei pensieri, che a un certo punto l’ho smarrito e non mi sono più presa la briga di ritrovarlo.
Dopo qualche mese, Anna mi aveva chiamato disperata: il suo bel Giovanni l’aveva lasciata. Le avevo detto che ero molto dispiaciuta e che sicuramente la vita le stava riservando qualcosa di migliore, un amore con i fiocchi, qualcosa per cui valeva la pena aspettare. Lei aveva sorriso e, tra una lacrima e l’altra, aveva chiuso la conversazione dicendo: «Come farei senza di te?». Io, invece, avrei voluto confessarle che quel Giovanni, quel ragazzo alto e riccio, con gli occhiali tondi e le lentiggini sul naso, aveva un posto riservato nei miei pensieri, e che avrei fatto di tutto per rivederlo ancora.
Un po’ di tempo dopo ci eravamo ritrovati davanti a un caffè, nella nostra Torino, con i passanti a fissarci per le troppe risate non trattenute. Era buffo, ma sapeva farmi ridere, e ogni volta che i suoi occhi toccavano il mio corpo sentivo una piccola scarica di piacere. Era una radiografia, mi guardava dalla testa ai piedi e mi diceva: «Anche stavolta sei bellissima». Non gli importava che non avessi trucco, che avessi i capelli raccolti, che indossassi una tuta e non un vestito firmato: a lui non importava niente di tutto ciò, a lui importavo io. E io avevo iniziato a raccontarmi.
Erano passati i giorni, i mesi, gli anni, le nostre promesse con il tempo erano diventate piccoli mattoncini di una calorosa casa in centro. Avevamo scelto i mobili con cura, era il nostro nido d’amore. Se ci penso sorrido perché, al primo impatto, Giovanni non era nient’altro che un ragazzo un po’ sciocco, neppure così bello, e io non mi sarei mai aspettata di amarlo così tanto. Ho imparato a conoscere i suoi malumori, i suoi momenti grigi, i suoi lamenti, le sue paure e le sue paranoie, e ho capito che alla fine nella vita bisogna lasciarsi trovare, bisogna smussare gli spigoli e abbassare un po’ quei muri. Nella vita tutto ciò che conta è trovare una persona che abbia voglia di camminare insieme a noi.
Eppure, alla fine, anni e anni di polvere sui nostri cuori hanno pesato, hanno lasciato spazio al silenzio. E pensare che tu i miei silenzi li capivi così bene, sapevi cosa dire e, soprattutto, sapevi dove posare le braccia ogni volta che i miei occhi tristi ti chiedevano di non dire una parola. Mi rimproveravi spesso perché mi capitava di portare a casa i problemi di lavoro, ma poi ogni volta mi ascoltavi davanti a un buon calice di vino, ascoltavi tutti i miei lamenti per poi alzarti, dandomi le spalle, e andare ad aprire la finestra per buttare tutto fuori. «Cambio aria» mi dicevi sorridendo. Mi ci vollero mesi per abituarmi a questo tuo atteggiamento, ma poi iniziai a capire che era un bene: un sorriso, poi un altro e un altro ancora, e in casa quella tristezza improvvisamente spariva, portata via dal vento.
Osservavi con cura ogni mio movimento, ti piaceva quando mi spostavo i capelli dal viso, quando sorridevo guardandoti dall’altra parte del tavolo, quando le bottiglie vuote sapevano d’amore e quando i letti sfatti nascondevano i nostri sorrisi migliori. Tu eri i miei occhi quando il mondo mi faceva paura. Mi raccontavi il mondo come lo vedevi tu, e io avrei voluto avere i tuoi occhi sempre.
Ma quella sera, novantasette giorni fa, non ho dato alcun peso agli occhi di Giovanni. Sono sgattaiolata in camera da letto e ho iniziato a prepararmi. Ho tirato fuori un tubino nero che non usavo da molto tempo e, scivolandoci dentro, gli ho chiesto di aiutarmi con la zip.
«Sei molto bella stasera.»
«Tu sai di vino e stanchezza.»
«Hai ragione, dovrei riposarmi… Mi dispiace non riuscire a venire con te, ma il lavoro… e poi lo sai che i tuoi colleghi non mi sono mai piaciuti.»
«Non importa… Anzi, sì che importa. Non possiamo continuare così, non siamo più una coppia.»
«…»
«Come sempre non sai cosa dire.»
«È il solito discorso, sono stufo di spiegarti cose che non capisci. Con te deve essere o tutto bianco o tutto nero, una via di mezzo non la conosci, non ti piace.»
«Non iniziare!»
«Mi dispiace, Camilla, ma adesso va così. Più tardi passo da Giorgio a ritirare il vaso che hai fatto riparare, altrimenti possiamo andarci insieme uno di questi giorni.»
«Fai come vuoi. Torno tardi, non aspettarmi.»
Giovanni non capiva, non capiva che a me mancavano i dettagli, quelli che mi avevano fatta innamorare. Non si rendeva conto che l’amore è come i fiori: bisogna prendersene cura sempre, altrimenti muore.
Recuperate le scarpe, ho infilato velocemente il cappotto. Quella discussione, seppur pacata, mi aveva scosso.
“Ogni volta la stessa storia, sono i miei colleghi, le mie amicizie, i miei impegni, il mio lavoro a non andargli bene… forse l’unico problema è che non gli vado più bene io, ma non trova il coraggio di dirmelo.” In macchina ci ho pensato e ripensato. Non riuscivo a capire, non comprendevo questo suo modo di essere distante. Giovanni non era la persona che avevo conosciuto dieci anni prima, c’era qualcosa che non andava e non capivo perché non avesse voglia di parlarmene. Più che sulle sue parole, mi soffermavo sui suoi silenzi lunghi e impetuosi, quei silenzi che dentro di me buttavano tutto per aria.
Ero arrivata alla conclusione che il giorno dopo avremmo dovuto parlare, bisognava capire, chiarire e arrivare a una decisione: stare insieme e ricominciare o dirsi addio. Io avrei scelto la prima, ripetevo nella mia testa che non avrei mai permesso a nessuno di mettersi tra di noi, che avrei lottato per entrambi… ma lui? Lui avrebbe lottato? Improvvisamente, ho sentito il mio cuore cedere, la terra sotto i piedi che iniziava a mancare. Come avrei fatto? Come avrei superato un addio dopo dieci anni?
Avevo una paura folle di perderlo, ma in quel momento ho realizzato che forse sapevo già il finale della nostra storia.
Mi sono fermata al semaforo e, alzando gli occhi verso lo specchietto, mi sono accorta che mancava qualcosa: non avevo nemmeno finito di truccarmi. Ho gettato velocemente una mano nella borsa e mi è parso di vagare nel nulla, toccavo qualsiasi cosa inutile ma ciò di cui avevo davvero bisogno non c’era, non era a portata di mano. Come sempre. Mi sono ripromessa di comprare una borsa più piccola, ma cosa se ne fa una donna di una borsa piccola?
Poi il semaforo è diventato verde e sono dovuta ripartire subito. A Torino se parti con un secondo di ritardo si scatena l’inferno.
Dopo aver parcheggiato la macchina ho mandato un messaggio a Giovanni: “Dobbiamo parlare”. Dopo qualche secondo ne ho inviato un altro: “Tra di noi qualcosa si sta rompendo”. E, infine, subito un altro: “Mi manchi, ti amo!”.
Ho aspettato la sua risposta mentre cercavo di aggiustarmi il trucco nello specchietto, tenendo sempre un occhio sull’orologio.
19.55… 19.58… 20.03.
Nessuna risposta.
Sistemandomi la frangia, ho sorriso allo specchietto come un’imbecille per assicurarmi...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Zucchero filato
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38
  42. 39
  43. 40
  44. 41
  45. 42
  46. 43
  47. 44
  48. 45
  49. 46
  50. 47
  51. 48
  52. 49
  53. 50
  54. 51
  55. 52
  56. Ringraziamenti
  57. Copyright