A undici anni, Virgil Salinas aveva appena finito la prima e si dispiaceva già per il resto delle medie. Tutti quegli anni davanti li immaginava come una lunga serie di ostacoli sempre più alti, fitti e ravvicinati, e lui lì di fronte con le sue gambette magre e fiacche. Con gli ostacoli non valeva niente. Lo aveva scoperto a proprie spese: durante l’ora di ginnastica era il più basso, il più insignificante e sempre l’ultimo a essere chiamato in squadra.
Tutto considerato, avrebbe dovuto essere contento: era l’ultimo giorno di scuola. L’anno era finito. Avrebbe dovuto tornarsene a casa saltellando, pronto per l’estate piena di sole. Invece entrò con l’aria dell’atleta sconfitto: la testa bassa, le spalle incassate, e la delusione che gli pesava sul petto come un’incudine. Oggi infatti era ufficiale: Virgil Salinas era un Fallimento totale.
«Oy, Virgilio» disse la nonna – la sua Lola – senza alzare lo sguardo. Era in cucina ad affettare un mango. «Vieni a prenderne uno. Tua madre ne ha di nuovo comprati troppi. Erano in offerta e ne ha comprati dieci. E cosa ce ne facciamo di dieci manghi? Non vengono neanche dalle Filippine. Vengono dal Venezuela. Ha comprato dieci manghi del Venezuela e per cosa? Quella donna, se li trovasse in offerta, comprerebbe i baci di Giuda.»
Scosse la testa.
Virgil raddrizzò la schiena perché lei non sospettasse che c’era qualcosa. Prese un mango dalla ciotola della frutta e le sopracciglia di Lola si aggrottarono. Sopracciglia non del tutto, perché erano completamente depilate.
«Che c’è? Perché hai quella faccia?»
«Quale faccia?» chiese Virgil.
«Lo sai.» Lola non diede spiegazioni. «Sei stato di nuovo trattato male da quel ragazzino con il muso rincagnato?»
«No, Lola.» Per una volta quel tizio era l’ultima delle sue preoccupazioni. «Va tutto bene.»
«Ehm» fece lei. Lo sapeva che non andava tutto bene. Di Virgil non le sfuggiva niente: loro due avevano un legame segreto. Era stato così sin dal giorno in cui era arrivata dalle Filippine, quando era andata a stare da loro. Quella mattina i genitori e i fratelli di Virgil, due gemelli identici, l’avevano sepolta sotto una marea di abbracci e benvenuti. La famiglia Salinas, a parte lui, era così: personalità incontenibili che traboccavano come pentole a bollore. Virgil, accanto a loro, si sentiva come una fetta di pane rinsecchita.
«Ay sus, mi ricorderò i miei primi tempi in America per il gran mal di testa» aveva detto la nonna. Si era premuta i polpastrelli contro le tempie e poi aveva fatto un cenno verso i due fratelli maggiori, che già allora erano alti, magri e muscolosi. «Joselito, Julius, mi andate a prendere le valigie, sì? Voglio salutare il più piccolo dei miei nipoti.»
Appena erano corsi via – i due fratelli eternamente disponibili –, i genitori le avevano presentato Virgil come un oggetto raro che non capivano affatto.
«Questo è Tartaruga» aveva detto la madre.
Lo chiamavano così: Tartaruga, perché «non esce fuori dal suo guscio». Ogni volta che lo ripetevano, Virgil, dentro, sentiva incrinarsi qualcosa.
Lola, accovacciata davanti a lui, gli aveva bisbigliato: «Virgilio, sei il mio preferito». Poi si era portata le dita contro le labbra e aveva aggiunto: «Non dirlo ai tuoi fratelli».
Erano passati sei anni da allora e lui sapeva di essere ancora il suo preferito, anche se la nonna non aveva glielo più ripetuto.
Poteva fidarsi di lei. E forse un giorno le avrebbe confessato il suo segreto, quello che faceva di lui un Fallimento totale. Ma non in quel momento. Non oggi.
Lola gli tolse il mango di mano.
«Aspetta che te lo affetto io.»
Virgil rimase a guardarla. Era vecchia, con le dita che sembravano carta, ma era un’artista nell’affettare i manghi. Cominciava piano, prendendosi tutto il tempo necessario. «Sai» disse Lola, «ieri sera ho sognato di nuovo il Bambino di pietra.»
Erano diversi giorni che lo sognava, e il sogno era sempre lo stesso: un bambino timido – un po’ come Virgil – si sente talmente solo che va nella foresta e prega una pietra di mangiarlo. Il masso più grande apre la bocca di ghiaia e il bambino ci salta dentro e scompare. Quando i genitori trovano il masso non possono fare nulla. Virgil non sapeva fino a che punto i suoi si sarebbero impegnati per tirarlo fuori, ma era certo che, se avesse dovuto, Lola avrebbe sbriciolato la pietra con lo scappello.
«Ti prometto che non salto dentro a nessun masso» le disse.
«Anak, non me la racconti giusta. Hai la faccia di Federico l’Addolorato.»
«Chi è Federico l’Addolorato?»
«Era un re bambino sempre triste. Ma non voleva che il suo popolo lo sapesse, perché voleva essere considerato un re forte. Un giorno però non riuscì più a tenersi dentro le sue sofferenze e venne tutto fuori, come da una fontana.» Imitò gli schizzi d’acqua muovendo le mani nell’aria, con il coltello da cucina ancora stretto in una. «Pianse tanto che la terra si allagò e tutte le isole, galleggiando, si allontanarono una dall’altra. Federico si ritrovò intrappolato su un’isola tutto solo, e un giorno arrivò un coccodrillo e se lo mangiò.» Porse una bella fetta di mango a Virgil. «Tieni.»
Lui la prese. «Lola, ti posso fare una domanda?»
«Qualsiasi cosa tu voglia chiedere, fatti avanti.»
«Come mai, in tante delle tue storie, ci sono dei bambini che vengono mangiati, ad esempio dalle pietre o dai coccodrilli?»
«Non sono tutte storie di bambini che vengono mangiati. A volte sono anche di bambine.» Lola gettò il coltello nell’acquaio e sollevò un sopracciglio (che non c’era più). «Se ti decidi a parlare, vieni dalla tua Lola. Non scoppiare in zampilli come una fontana, che poi vieni trasportato via.»
«Va bene» rispose Virgil. «Vado in camera mia a guardare se Gulliver sta bene.»
Gulliver, il suo porcellino d’India, era sempre felice quando lo vedeva. Squittiva non appena lui apriva la porta. Virgil lo sapeva, e forse in quei momenti non si sentiva tanto un fallito.
«Perché non dovrebbe stare bene?» gli gridò dietro Lola mentre lui se ne andava. «Anak, non sono tanti i guai in cui possono cacciarsi i porcellini d’India.»
Virgil stava per dare un morso al mango quando la sentì scoppiare a ridere.
Chissà che aspetto ha Dio. Non so se ce n’è uno grande e unico o se invece ce ne sono due, tre, trenta, o magari uno per ciascuno. Non so se sia un uomo o una donna, oppure un vecchio con la barba bianca. Ma non ha importanza. Mi basta sapere che qualcuno mi ascolta per sentirmi protetta.
Di solito io parlo con san René. Il suo vero nome è Renatus Goupil, ed era un missionario francese che andò in Canada.
Una volta fece il segno della croce sulla testa di un bambino, e gli abitanti del posto, pensando che lo stesse maledicendo, lo presero prigioniero e lo uccisero.
L’ho scoperto perché, quando ho compiuto dieci anni, una bambina, Roberta, mi ha regalato un libro intitolato Persone sorde famose nella storia. Io non le avrei mai regalato un libro sulle Persone bionde famose nella storia, né sulle Persone che parlano troppo famose nella storia, e neanche sulle Persone che hanno cercato di copiare il dettato famose nella storia – tutte descrizioni che si applicano a Roberta –, però almeno ho scoperto chi era San René.
Non conosco il linguaggio dei segni, ma ho imparato da sola l’alfabeto e ho inventato un segno per indicare il santo. Incrocio il medio sopra l’indice – nel segno della R – e me li porto tre volte alle labbra. È una delle prime cose che faccio la sera quando vado a dormire, dopo che mi sono tolta gli apparecchi acustici. Allora fisso il soffitto e immagino le mie preghiere che volano in alto, in alto e rimangono sospese sul letto finché non attraversano il tetto. Poi arrivano su una nuvola e lì aspettano di essere esaudite.
Quando ero più piccola, pensavo che la nuvola diventasse così pesante che tutte le mie preghiere sarebbero precipitate giù e io avrei avuto tutto quello che desideravo, ma adesso, a undici anni, non sono più così ingenua. Però me le figuro ancora che volano in alto. Non c’è niente di male in questo.
Le preghiere le dico solo di sera, perché è la parte del giorno che mi piace di meno. È tutto buio, silenzioso, e ho troppo tempo per pensare. Un pensiero tira l’altro e alle due di mattina non ho ancora chiuso occhio. Oppure l’ho chiuso ma non ho dormito bene.
Non mi è sempre stata antipatica, la notte.
Prima, quando andavo a letto, mi addormentavo subito, senza problemi.
Non è colpa del buio. Il buio non mi ha mai dato fastidio. Una volta i miei mi hanno portato in un posto, le Grotte di cristallo, e quando scendevi sottoterra, non ti vedevi neanche la mano davanti alla faccia. Non avevo assolutamente paura. Mi piaceva tantissimo stare là sotto. Mi sembrava di essere un’esploratrice. Finito il giro, papà mi ha comprato una sfera di vetro per ricordo, ma dentro, invece della neve, c’erano dei pipistrelli. La tengo qui vicino a me, sul comodino, e la scuoto prima di andare a dormire, così, tanto per fare.
Quindi non è il buio a tenermi sveglia.
È un incubo.
L’incubo è questo.
Sono in mezzo a una grande distesa dove non sono mai stata. L’erba è gialla e marrone, e sono circondata da folle intere di persone. Incubo Me sa chi è tutta questa gente, ma nessuno somiglia a qualcuno che nella vita conosco veramente. Tutti mi fissano con gli occhi neri e tondi. Occhi senza il bianco. Poi una bambina con il vestito blu si stacca dagli altri e si fa avanti. Dice due parole: «Eclissi solare». Le capisco anche se non indosso gli apparecchi acustici e lei non muove le labbra. A volte nei sogni succede.
La ...