Cazzo, quella era sua nonna. Che ci faceva lì?
Joselito si è tolto il fazzoletto che gli copriva la faccia e lo ha infilato in una tasca dei pantaloni. Impugna ancora la pistola; suda. È sul sedile posteriore, dalla parte del finestrino destro.
«Accelera!» urla Dimas dal sedile davanti, agitatissimo.
L’auto avanza a tutta birra.
«Che è successo?» chiede Carlos, il conducente, teso, le mani strette sul volante.
«Quel figlio di puttana ci ha sparato» risponde Dimas.
«Ma vi ha ferito?» chiede Irma, che cerca una posizione migliore tra Joselito e El Chato.
«Mi ha mancato di poco» dice Joselito, e si gira all’indietro per vedere se li stanno seguendo, e poi si accorge, con una certa eccitazione, del braccio di Irma che sfiora il suo. «Ho sentito il proiettile che mi passava vicino all’orecchio destro.»
Carlos fa una manovra per superare un’altra macchina e per poco non perde il controllo del volante.
«Attento, coglione» esclama Dimas.
«State buoni» dice El Chato, con il suo tono autoritario. E subito dopo, l’espressione nascosta dietro gli occhiali scuri, chiede: «Ma lo avete accoppato?».
Joselito resta in silenzio; sposta lo sguardo al finestrino.
«Ha risposto al fuoco e abbiamo dovuto ripiegare» dice Dimas in fretta. «Ma lo abbiamo colpito varie volte.»
Imboccano il Boulevard Venezuela.
«Quante?» insiste El Chato.
«Non lo so» risponde Joselito, voltandosi verso di lui. «Io gli ho sparato almeno due volte al petto prima che rispondesse al fuoco.»
«Avreste dovuto ucciderlo» insiste El Chato. «È la procedura.»
È lui il responsabile della squadra, ma aveva ordinato a Dimas di pianificare e dirigere l’operazione perché avevano ricevuto l’ordine all’improvviso, restava molto poco tempo, e El Chato era concentrato su altre faccende.
«Non abbiamo potuto» dice Dimas. «Era molto rischioso. Il figlio di puttana ci poteva sorprendere di nuovo.»
«Abbiamo lasciato lì la bandiera» dice Joselito, mettendo la faccia fuori dal finestrino per rinfrescarsi.
A lui non devono chiedere conto di niente: ha solo eseguito l’ordine ricevuto.
«E se è ancora vivo?» torna alla carica El Chato.
«Non credo» dice Dimas, senza troppa convinzione. «Ci ha sparato per riflesso, in automatico. A quest’ora sarà morto dissanguato.»
«E allora perché non lo avete ammazzato?»
«Ti sto dicendo che è iniziata una sparatoria ed era meglio ripiegare» spiega Dimas esasperato.
Joselito pensa che non è vero, che a Dimas è mancato il coraggio, ha avuto paura e ha dato l’ordine di ritirarsi.
«È qui, vero?» chiede Carlos prima di imboccare una strada laterale.
Dimas e Carlos hanno attraversato queste stesse strade mezz’ora fa, solo per verificare che la via di fuga funzionasse, prima di andare a prendere gli altri tre e di dirigersi verso la casa dell’obiettivo.
Dimas risponde di sì.
Nel momento in cui svoltano a destra, vedono una macchina della polizia che scende a grande velocità, in senso contrario, per il Boulevard Venezuela.
«Calma» dice di nuovo El Chato col suo tono autoritario.
Joselito sbircia con la coda dell’occhio.
«Ci hanno visto» dice Carlos.
«Vai avanti senza fermarti, e gira a sinistra nella prossima strada» gli dice Dimas, nervoso, perché il piano era che a metà dell’isolato El Chato e Irma scendessero, dato che erano venuti soltanto per la copertura e per verificare che l’operazione venisse eseguita.
Sono tutti sul chi va là, con le pistole pronte in mezzo alle gambe, caso mai la macchina ricomparisse.
Carlos svolta a sinistra.
«Accelera al massimo!» gli ordina Dimas.
Imboccano una parallela del boulevard.
«Io credo che abbiano proseguito per la loro strada» dice Irma.
«In ogni caso non sono ancora ricomparsi» dice Carlos lanciando occhiate nervose allo specchietto retrovisore.
«Gira qui a destra!» gli ordina Dimas.
Carlos sterza bruscamente.
Più avanti, di fronte a un negozio, gli dice di fermarsi.
Irma e El Chato scendono in fretta ed entrano nel negozio.
Carlos riparte.
«E adesso?» chiede.
«Cerchiamo di arrivare all’Avenida Veinticinco» dice Dimas. «Lì lasciamo la macchina e ce ne andiamo ognuno per la sua strada.»
A Joselito torna di nuovo in mente l’espressione meravigliata di sua nonna. Che ci faceva a quell’ora proprio in quel posto?
«Quanto rompe quel Chato» dice Dimas rabbioso. «Si crede chissà chi…»
«È il capo» dice Carlos. «È lui che deve rendere conto.»
Joselito si è chinato tra i sedili per tirare fuori dallo zaino un altro caricatore; lo sta infilando nella pistola quando sente il grido di Carlos: «Eccoli!».
La macchina è sbucata da una strada laterale; a gran velocità, con la sirena spiegata, li sta per affiancare.
Joselito si tira su mettendosi al riparo sotto il finestrino sinistro, la pistola puntata. In una frazione di secondo vede la faccia del poliziotto al volante e spara. Quello perde il controllo della macchina che va a sbattere contro un minibus parcheggiato sulla strada.
«L’ho colpito!» esclama.
«Che culo!» grida Dimas soddisfatto. «Fagliela vedere!»
Dal lunotto posteriore Joselito osserva la nube di fumo che esce dalla macchina della polizia dopo l’impatto e si sente come se fosse in un film, in attesa dell’esplosione. L’espressione «che culo» continua a risuonargli nell’orecchio.
«Qui a destra!» indica Dimas.
Proseguono per tre isolati.
A questo punto si fermano, scendono dalla macchina e iniziano a percorrere i cinquanta metri che li separano dall’affollata fermata degli autobus sull’Avenida Veinticinco.
Joselito si è tolto il berretto da baseball; scuote la testa per sistemarsi i ricci.
Procedono separati, in formazione, gli zaini in spalla, a passo svelto ma senza correre: Carlos e Dimas su un marciapiede, a cinque metri di distanza fra loro; Joselito sull’altro. Tengono tutti la pistola sotto la camicia.
Due autobus rumoreggiano alla fermata; la gente si affolla davanti alle porte.
Joselito si affretta a salire sull’autobus davanti, che sta per partire.
Una sirena ulula nelle vicinanze.
La prima cosa che avverte è il rumore, come un ronzio lontano. Poi il dolore. E subito dopo l’oscurità, un’oscurità gelatinosa, nella quale lei galleggia alla deriva, lentamente, e dalla quale non può uscire. Il rumore si fa più nitido, acuto, la penetra come un trapano, intensificando il dolore. A questo punto si sveglia. Ancora non riesce ad aprire gli occhi. E capisce: è una sirena. Riprende conoscenza. Dà un posto al dolore che si espande, dallo zigomo sinistro fino al cervelletto.
Avverte le scosse della macchina.
La sua memoria reagisce: è su un’ambulanza o su una macchina della polizia guidata dal grassone con gli occhi chiari? Il terrore la paralizza. Preferisce rimanere al buio, senza cercare di aprire gli occhi. Perché il grassone non l’ha uccisa e basta, perché l’ha lasciata in vita? Quasi di sicuro la stanno portando al Palazzo Nero per torturarla, perché confessi loro ciò che sa dell’attentato contro El Vikingo. Padreterno benedetto. Avverte che le si allentano gli sfinteri.
Sente una voce, ma non capisce quello che dice.
Cerca di tastare con le mani, approfittando del movimento della macchina: sente la stoffa, il bordo metallico. È su una barella. Crede di non sbagliarsi.
L’auto ha un sobbalzo brusco.
«Fa’ più attenzione!»
Riesce a collocare la voce dell’uomo alla sua destra.
«Da dove salta fuori tutta ’sta delicatezza?» esclama l’altro, proprio dietro la testa di lei.
È su un’ambulanza. Quelli che parlano sono paramedici.
«L’erba cattiva è ancora viva» dice la prima voce un attimo prima che il mezzo si fermi.
El Vikingo è accanto a lei! Rende grazie al Sacro Cuore di Gesù, lo implora che lui sopravviva, che sul suo adorato Joselito non cada la maledizione di un delitto.
Il mezzo dondola. I paramedici hanno aperto gli sportelli posteriori.
Il minimo movimento intensifica il suo mal di testa; il suo viso è come anestetizzato.
«Prima il vecchio, che sta agonizzando» dice uno dei paramedici.
Fanno scivolare di lato la sua barella.
Lei vorrebbe aprire gli occhi, prendere per mano El Vikingo per fargli coraggio.
Subito dopo sollevano lei. Il dolore si fa insopportabile; teme di perdere nuovamente conoscenza.
Percepisce l’aria fresca, i rumori della strada, delle ruote della barella sulle piastrelle. In quale ospedale l’hanno portata? Belka, Dio santo, devono avvisare Belka.
Adesso inspira l’odore dolciastro e denso della sala del pronto soccorso. E sente mormorii, ordini, lamenti, passi.
«E questo? Uh… Bisogna bloccargli l’emorragia… Quanti colpi gli hanno sparato?»
È un’altra voce, autoritaria, impulsiva. Forse è il medico di turno che chiede del Vikingo.
«È un investigatore della polizia» dice il paramedico.
«E perché non lo avete portato all’Ospedale Militare?»
«Stavamo per farlo, ma all’ultimo minuto ci hanno ordinato di portarlo qui.»
Non capisce l’esclamazione del medico.
Vorrebbe aprire gli occhi una volta per tutte, tirarsi su, dire loro che è tutto passato, che nel suo caso si è trattato solo di un colpo in faccia; ma si sente ancora come in un limbo, in una lontananza dalla quale intuisce appena suoni e odori.
Fermano la sua barella.
«E lei?» dice una voce di donna.
«Un poliziotto l’ha colpita in faccia con il calcio della pistola» dice il paramedico a bassa voce.
«Che disgraziato…» esclama la donna.
«Era l’unica persona che aveva a portata di mano per sfogarsi per l’attentato contro quello lì» dice il paramedico e poi aggiunge: «Sembra che le abbia provocato una commozione cerebrale. Non si è svegliata per tutto il tragitto…».
«Le ha sfondato lo zigomo…» dice la donna.
Sente che le sollevano una palpebra, poi l’altra.
«Qui c’è la carta d’identità che aveva...