Il Roseto è una piccola oasi di pace, una palazzina circondata da siepi fiorite. I suoi abitanti si conoscono tutti, e non perdono occasione per incontrarsi e scambiarsi ricette, favori, consigli. Alla morte della vecchia Dora, la comunità si stringe per farsi coraggio e allo stesso tempo vibra di curiosità: chi prenderà il suo posto nel piccolo appartamento con vista sul giardino? All'arrivo dei nuovi inquilini - una giovane coppia con un figlio di dodici anni - i condòmini sono pieni di eccitazione, pronti ad accoglierli come membri della loro grande famiglia. Silenziosi, discreti, gentili, "gli altri" sembrano i vicini perfetti... eppure c'è qualcosa che non va. Perché si rifiutano di partecipare a feste e riunioni? Perché lasciano sempre solo il piccolo Antonio? E perché non rispondono al campanello anche quando sono in casa? In poche settimane, l'aria al Roseto diventa elettrica: antiche tensioni che tornano a galla, litigi che scoppiano per un nonnulla, una macchia sospetta che invade la facciata allargandosi a dismisura. E il dubbio cresce: di chi è la colpa? Sono stati "gli stranieri" a portare scompiglio con la loro presenza? O le responsabilità vanno cercate altrove? Raccontando con ironia l'intolleranza tra vicini di casa, Aisha Cerami ci regala una galleria di personaggi memorabili e ci fornisce uno specchio per riflettere su noi stessi e sui nostri pregiudizi.

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- Italian
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1
A ridosso della tangenziale sorgeva un quartiere di periferia così minuto da far pensare a quei borghi di campagna isolati dal mondo. Dove gli abitanti non chiudono le porte. Dove a ogni voce sentita viene dato un nome, e dove le parole rimbalzano di casa in casa. Ma qui la vista, invece di appoggiarsi su campi di grano, o su colline profumate di girasoli, vagava mesta posandosi su palazzine di cemento, su uno scorrazzare di galline, su prati abbandonati e muretti vacillanti.
Al centro di questo sobborgo dimenticato, si trovava una palazzina anni Cinquanta di quattro piani. La costruzione era immersa in un lussureggiante giardino fiorito, circondato da una siepe di rincospermo a proteggere l’intimità dei residenti. Su ogni lato del parco spiccavano delle panchine in ferro battuto, e due cassonetti della spazzatura, puliti come il pavimento di una nursery, erano stati sistemati poco distanti dall’entrata. In mezzo al giardino dominava un grande abete, maestoso come sanno esserlo gli alberi di montagna.
I coabitanti della palazzina amavano la loro oasi come fosse una creatura da proteggere. Uniti dalle loro premure, avevano trovato, nelle cure del Roseto e nelle riunioni settimanali, un equilibrio esemplare.
La morte della vecchina irruppe nelle loro vite come un tuono in un cielo senza lampi. Nessuno di loro era pronto a dire addio alla dolce signora Bruni. Una vicina di casa generosa, un’amica per molti, una sicurezza per tutti.
Era stata Maria, la dirimpettaia, a trovare il cadavere riverso in una pozza di urina. Passata per fare due chiacchiere e non trovandola in casa, si era permessa di entrare, allarmata da un’assenza non prevista. Scoperto il corpo, si era lasciata scivolare sul pavimento, sconfitta da un pianto sommesso, misto di ricordi e nostalgia. Quindi, preso il coraggio, si era alzata da terra per cercare di sistemare le oscenità. Le aveva chiuso le gambe e abbassato il vestito, che nella caduta si era arrotolato sopra il ventre, mostrando le rilassatezze di un fisico non più giovane. Poi, con uno straccio, si era messa a pulire il pavimento dai fluidi corporei, e con estrema delicatezza aveva staccato le dita irrigidite dalla zampa del cane. «Tu ora vieni con me, Poldo. Dobbiamo avvisare tutti.»
Aveva invitato a casa le donne, per decidere con calma cosa fare nelle ore a venire.
«A vederla morta sembrava così piccola… come se un pezzo di lei fosse andato altrove.»
Le altre, perlopiù silenziose, gironzolavano per l’appartamento inseguendo un pensiero che quietasse la loro malinconia.
«Dobbiamo provvedere al funerale. La figlia arriverà all’ultimo e mi ha chiesto di darle una mano» disse, sperando di risvegliare le amiche, ormai rapite da riflessioni mortifere. «Dobbiamo reagire.»
Come risposta ci fu uno scuotere di teste e qualche mormorio lagnoso.
«Capisco il vostro stato d’animo, ma ora dobbiamo essere pratiche… Libia, tu conosci l’addetto delle pompe funebri?»
Libia, intorpidita dal dolore, non faceva che pensare a quanto fosse precaria la vita. Un giorno si ride e l’altro si muore. La immaginava sola e spaventata, quella donnina tanto cara. E loro, così uniti e attenti, non erano riusciti a salvarla. Troppo presi dalle proprie vicende, non avevano percepito l’arrivo della disgrazia.
Il giorno che Libia era arrivata al Roseto, otto anni prima, la signora Bruni le aveva detto: «Sei fortunata, qui nessuno ti farà mai del male se ti lasci guidare». Quella frase, apparentemente stravagante, le aveva cancellato tutte le paure. Lei, una ragazzina coperta di tatuaggi, con orecchini ovunque e i capelli rasati da una parte, che proveniva da un ambiente malfamato e crudele, si era ritrovata tra le braccia accoglienti di una piccola comunità illuminata. Dove chi soffre viene compreso, consolato e aiutato. Dora era la migliore nell’usare le parole e la più efficace nel metterle in pratica.
«Ci mancherà tanto… Avrei voluto ringraziarla ancora e ancora» disse, nascondendo il dolore dietro un sorriso. «È grazie a lei se non bevo più.» Chiese un bicchiere d’acqua, la gola le bruciava per le lacrime ingoiate. Poi si rivolse alla padrona di casa: «Anche con te è stata sempre buona. Quando hai abortito ti è stata molto vicina, vero?».
Maria riteneva non fosse il momento giusto per mettersi a elencare le buone azioni di quella donna. «Sì, però restiamo al funerale, per favore…» Ci sarebbero stati momenti per piangere e momenti per ricordare, ma ora era quello per organizzare. «La bottiglia d’acqua frizzante è in frigorifero, altrimenti c’è quella del lavandino.»
«La figlia non si smentisce mai: sempre a chiedere e chiedere, nemmeno la morte di sua madre riesce a smuoverla… Comunque, sì, ci penso io alla bara. Qualcuno però deve occuparsi della chiesa. Dobbiamo fare le cose in grande! Dora era amata da tutti nel quartiere, merita un saluto coi fiocchi!» sentenziò Libia, sparendo in cucina.
La padrona di casa si spostava da un angolo all’altro del salotto, scusandosi dell’ospitalità imperfetta. «Non ho preparato nulla, volevo solo parlarvi… Se avete fame, prendete quello che trovate nel mobile sopra il forno.»
Arina aveva nascosto il viso sotto le ali della madre. Piangeva disperata, sentendosi in colpa per non aver dato retta a quella voce lontana che chiedeva aiuto.
«Non torturarti, piccina cara» la consolava Maria, «non avresti potuto fare molto.»
«Stavo innaffiando, mi dispiace tanto…» In realtà era intenta a spiare una coppia di gatti in amore e quelle grida le erano sembrate venire dalla palazzina accanto. «Posso pensarci io ai fiori? Potremmo usare le nostre rose bianche, sono già sbocciate… Che ne dici, mamma?»
Olga scattò in piedi, come se fosse stata punta da un’ape. La figlia, sballottolata di lato, si rovesciò nel divano, andando a sbattere la testa sul bracciolo di legno.
«Cavolo, ma che ti ha preso?»
«Avevo polpette per lei, era piatto preferito della signora Dora!» gridò Olga col suo strano accento, che tanto faceva pensare ai colbacchi spruzzati di neve.
«Cara, siediti… a parte le polpette, che capisco siano un dispiacere, che ne dici di aiutare tua figlia con i fiori?» Maria non aveva nessuna voglia di gestire lo smarrimento delle ospiti. «Chi si cura della chiesa?»
Romana, una donna sottile come una matita, lasciò i suoi ricordi cadere nel vuoto. Prese un grosso respiro e si avvicinò a Olga, stringendole le spalle curve. «Ce la faremo, supereremo anche questa» sussurrò. «Io parlo con don Cosimo.»
Romana era molto devota, e aveva trovato nella signora Bruni una compagna di fede con la quale conversare di santi e rinunce. «Gli darò da leggere delle preghiere che lei amava tanto.»
Le amiche si abbracciarono in silenzio. Era ora di darsi da fare. Avrebbero reso onore alla defunta, senza farsi abbattere dal tormento.
Il giorno della celebrazione la chiesa, guarnita come una torta nuziale, aveva chiamato a sé l’intero quartiere. Tutti a piangere una donna buona, morta sola tra le zampe di un cane.
Don Cosimo, un uomo caritatevole, molto amato dalla comunità, usò parole di stima e affetto per una cristiana straordinaria, che rispettava Dio in ogni suo atto d’amore: «La nostra cara amica Dora adesso è nel regno dei cieli, e da lassù ci guiderà come ha fatto in terra, verso una vita di misericordia».
Accalcati tra le panche lucide e storditi dall’olezzo d’incenso e sudore, uomini e donne si scambiavano il segno della pace baciandosi la fronte umida e le guance arrossate dalla commozione. Ai lati della navata spiccavano delle prorompenti rose bianche. Su uno striscione c’era scritto: “Il Roseto ha perso la sua rosa più bella”.
«Qualcuno vuole spendere parole per la nostra cara amica?» chiese il prete, allargando le braccia in segno di apertura.
Il Conte, un uomo né bello né brutto, non basso, ma neanche alto, magro ma non troppo, scolorito e chiaramente turbato, alzò la mano.
«Ottimo! Venga pure qui, accanto a me. Abbiamo tutti voglia di ascoltare le sue parole.» Don Cosimo si spostò di lato, in attesa.
Il Conte si guardò intorno, cercando l’appoggio morale dei condomini. Nessuno mostrò interesse. Gli occhi dei presenti erano rapiti da chissà quale memoria. Solo una vecchina lo fissò con severità: la madre. Era seduta sulla prima panca, impettita e plumbea come i vestiti che indossava. Con quel terribile sguardo di disapprovazione, sembrava volesse dire al figlio di tacere, eppure la piccola mano cerea gli fece segno di avanzare.
Il Conte si alzò, e non mosse un passo.
«La prego, venga, non sia timido» scherzò il prete.
«Vorrei parlare da qui.»
La richiesta era insolita, ma nessuno ebbe da obiettare e lui, dopo trenta secondi esatti di silenzio, parlò: «Dora, andandotene ti sei portata via parte della nostra esistenza. Perché noi non viviamo solo delle immagini della nostra memoria, ma anche nei ricordi degli altri, che allontanandosi, con indifferenza o, come nel tuo caso, per effetto della morte, ci tolgono il piacere di esistere oltre il nostro confine. E per questo dobbiamo salutarti consapevoli di salutare una parte di noi… Oggi è anche il nostro funerale».
«Amen» risposero tutti in coro.
La bara venne sollevata da quattro uomini robusti. Uno di loro, Nico, con la faccia contrita e indosso un abito da cerimonia stinto, piangeva. Aveva conosciuto la signora Bruni quando era un adolescente brufoloso, e le voleva bene come si vuol bene a una zia.
Era stata lei a fargli incontrare la sua futura moglie. Allora era preso dagli ultimi esami universitari, e le donne lo interessavano poco o niente, le considerava solo una fonte di distrazione e possibili dolori. Ma quel giorno tutto era cambiato. Dora era tornata dalle vacanze in montagna con tante avventure da raccontare e con una nuova amica: la figlia di una conoscente morta l’estate stessa. Si chiamava Rachele, ed era bella. Aveva gli occhi nerissimi e i capelli color cioccolata. Un naso leggermente curvo, perfetto sul viso ovale e abbronzato. Soprattutto, era una ragazza tristissima, e per Nico la tristezza era eccitante quanto il calore di un bacio.
Ora il cadavere di quell’anima candida gli pesava sulle spalle irrigidite. Avrebbe voluto scappare, per soffrire da solo, in un mondo deserto. Ma non sarebbe mai stato possibile: gli abitanti del Roseto erano sempre lì, a seguirlo in ogni suo gesto.
Il carro funebre era occupato in una manovra complicata, quasi comica. Posarono la bara a terra, quindi Nico si avvicinò alla moglie e al resto della combriccola.
Arina continuava a singhiozzare.
«Hai fatto un ottimo lavoro con le rose» le bisbigliò Romana, accarezzandole il visino triste. «Ora ci sta guardando da dietro il cielo e sorride, io lo so, sorride.»
«Quella è la figlia?» sussurrò Nico, indicando una donna con i capelli paglierini e la faccia smunta.
«Sì, è lei.» Romana decise in quel momento di indossare gli occhiali da sole. «Sono pa...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Gli altri
- Prologo
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- Epilogo
- Ringraziamenti
- Copyright