Buenos Aires, Argentina
Quando i motori della nave si spensero e le pareti di ferro dello stanzone smisero di vibrare, Raechel si strinse a Tamar.
«Siamo arrivate?» le chiese con un filo di voce.
«Sì» rispose Tamar.
Anche le altre sapevano che quel giorno avrebbero attraccato a Buenos Aires, avvertite dai marinai la sera prima, ed erano in attesa, con il fiato sospeso.
E ora il silenzio era totale. Come se il tempo si fosse fermato.
Raechel si strinse ancora più forte a Tamar, che era mutata radicalmente dopo la morte di Kailah, prendendosi cura di lei come una sorella maggiore. Tutta la superbia e l’arroganza avevano lasciato spazio a un atteggiamento ruvido ma protettivo.
«Cosa succede adesso?» chiese Raechel.
«Non lo so» rispose Tamar, seria e preoccupata. Le scompigliò la massa incolta di capelli e aggiunse: «Porcospino».
Raechel sorrise appena. Si era affezionata a quel nomignolo, che adesso era un segno di affetto.
Per almeno mezz’ora nessuna delle ragazze parlò. Infine si sentì cigolare il congegno esterno e il portellone si aprì.
La prima cosa che le ragazze avvertirono fu una folata di aria calda e umida.
«Seguiteci» disse Amos, comparendo. «E non fate scenate o sarà peggio per voi.» Fece un segno con la mano. «In fila, avanti.»
Le ragazze vennero incolonnate sul ponte sotto il suo sguardo attento e poi furono fatte sbarcare alla chetichella.
«Fa caldo» commentò una.
«Un marinaio mi ha detto che questo mondo è al contrario del nostro» le rispose un’altra. «Qui è estate quando da noi è inverno.»
«Zitte!» ringhiò uno degli uomini di Amos.
Mentre scendeva dalla passerella con il libro del padre in mano, Raechel guardò quel nuovo mondo che le si parava davanti. Il cielo era livido, nero e violaceo, dello stesso colore dei segni che le ragazze avevano sui loro corpi. Un cielo tumefatto. Come se Dio stesso fosse stato picchiato, pensò. Provò un senso di smarrimento e strinse la mano di Tamar. Ma subito dopo spalancò gli occhi per la meraviglia. Davanti a lei c’era un grande edificio di legno e mattoni che sembrava un castello. Sulla facciata lesse: Hotel de Inmigrantes. E più oltre vide una immensa distesa di cemento che la sbalordì, facendole girare la testa. Era cresciuta in un villaggio miserabile, abituata solo a interminabili vedute di campi bruciati dal gelo, e quello straordinario fiorire di palazzi sontuosi, uno in gara con l’altro, per un attimo le fece dimenticare la paura per la propria sorte.
«Guarda…» mormorò a Tamar.
E Tamar, con la stessa intonazione sbigottita, anche lei con gli occhi sbarrati per la meraviglia, le rispose semplicemente: «Sì…».
«Sbrigatevi, per la miseria!» ringhiò Amos alle ragazze che si attardavano sulla passerella, frastornate da quello che vedevano.
Raechel notò che c’era anche un’altra nave, molto più grande della loro, dalla quale scendevano frotte di persone.
«Di qua» disse Amos con il suo tono sgradevole e autoritario, indicando alle ragazze un edificio separato da quello principale, al quale erano invece diretti i passeggeri dell’altra nave.
«Quelli non li ha obbligati nessuno a venire qui. Sono liberi» borbottò Tamar. E poi, quando mise piede sul molo, strattonò piano Raechel. «Vieni, non ti voltare» le sussurrò.
«Scappiamo?» chiese Raechel, eccitata.
«Zitto, porcospino» rispose a bassa voce Tamar e uscì dalla fila, cercando di raggiungere i passeggeri dell’altra nave.
«Dove credi di andare?» ghignò Amos. L’afferrò per un braccio e glielo torse dietro la schiena, facendola gemere. Poi la spintonò in un piccolo edificio separato dal corpo centrale dell’Hotel de Inmigrantes.
Quando le ragazze furono tutte dentro, uno degli uomini di Amos chiuse la porta e ci si mise davanti, bloccando l’uscita.
Un inserviente in cima a una scala appoggiata alla parete di sinistra, stava aggiornando la data di un calendario manuale.
«26 Octubre 1912» lesse ad alta voce Raechel.
La traversata era durata quasi tre settimane, calcolò. Tre settimane di violenze e terrore. Tre settimane che erano state lunghe come un’intera, orribile vita per ciascuna di loro.
Ma la sua attenzione fu presto catturata da una vetrata alla sua destra, dalla quale si poteva vedere l’immenso locale dove si stavano dirigendo i passeggeri dell’altra nave. Ce n’erano alcuni vestiti elegantemente che avevano la precedenza su tutti gli altri e che venivano salutati con deferenza dalle guardie e trattati con gentilezza dai funzionari dell’immigrazione. Gli altri – e a Raechel sembrò che fossero tutti uomini – venivano spintonati e messi in fila con malagrazia.
E poi, in quel caos, notò una ragazza con un modesto vestito nero, bella e dall’atteggiamento fiero, nonostante avesse gli occhi gonfi di pianto, scortata da due marinai che la consegnarono a due poliziotti i quali la condussero in un angolo dello stanzone e la fecero sedere, mettendosi poi uno per lato.
«Avanti la prima» risuonò una voce, in uno strano yiddish.
Raechel si voltò.
In fondo alla stanza vide un funzionario con dei baffetti unti e arricciati all’insù che squadrava le ragazze con un’espressione viscida, seduto dietro a una scrivania sopra la quale c’era un’alta pila di moduli e un registro grosso come una Bibbia.
Amos, accanto al funzionario, fece segno alla prima delle ragazze di avvicinarsi. Consultò una serie di fogli pieni di timbri che reggeva in mano, ne scelse uno e lo passò al funzionario.
Intanto un medico che indossava un camice bianco dal colletto lercio, con uno stetoscopio e uno strano strumento in testa, come una specie di disco di alluminio con un buco al centro, si avvicinò alla ragazza che era stata chiamata e le controllò sommariamente le gengive e gli occhi. Poi annuì in direzione del funzionario e si dedicò all’ispezione della ragazza successiva.
A Raechel ricordò gli allevatori alle fiere del bestiame.
«Las niñas están en buen estado de salud» disse Amos.
«Creo que sí» rispose il medico. «Pero déjame mirar, judio.»
Raechel ascoltò con curiosità i suoni melodiosi di quella nuova lingua incomprensibile, tanto diversi da quelli aspri dell’yiddish o da quelli cupi del russo.
«Sono tutte planchadoras?» chiese il funzionario ad Amos, parlando in yiddish con quello strano accento.
«Sì, stiratrici specializzate» rispose Amos in tono divertito.
Il funzionario si arricciò i baffi con uno sguardo lascivo. «Be’ dovrò venire a trovarvi prima che siano troppo usurate» rise.
«Assolutamente» rispose Amos, battendogli una mano sulla spalla. «Le nostre tintorie sono sempre aperte per te.»
Il funzionario prese il registro e schedò la prima ragazza. Subito dopo scrisse una cifra su un foglio.
Raechel vide che Amos inarcava le sopracciglia.
«Vacci piano» fece Amos al funzionario. «Di questo passo prima che siano passate tutte ti dovrò millecinquecento pesos.»
Il funzionario guardò le ragazze che erano ancora in fila. «Come minimo» disse placidamente.
«È un furto!» esclamò Amos.
Il funzionario scattò in piedi, rosso in viso. «Allora vai nell’altra stanza» gli disse. Afferrò i permessi vidimati dalle autorità russe e polacche che accompagnavano le ragazze, tutti falsificati da Amos. «Mostragli questi!» disse sventolandoglieli sotto il naso. «Vediamo se di là fanno passare tutte queste minorenni con questa merda! ¿Crees que no sé que son falsas? Mi hai preso per coglione?»
«Amigo… amigo…» fece subito Amos, cercando di calmarlo. «Perché ti scaldi tanto? Io non volevo.»
«Con la più brutta di queste ragazze ti fai millecinquecento pesos vendendola ai tuoi compari rufiánes» continuò il funzionario, buttando i permessi in aria. «Sei milionario e mi vieni a fare le pulci per quattro spicci?»
«Amigo…»
«Amigo un cazzo!» sbottò il funzionario, ormai paonazzo. «Non fare l’ebreo con me, perché caschi male. Anzi, malissimo!»
«Senti, facciamo duemila pesos e abbassa la voce» disse Amos.
Il funzionario lo fissò in silenzio, calmandosi. Si sedette. «Voi ebrei…» borbottò. Poi, di malumore, disse: «Avanti un’altra».
Quando fu la volta di Tamar il funzionario la guardò ammirato. «Vedi?» disse ad Amos. «Per una di lusso come questa ti dovrei far pagare il doppio. Invece sono onesto e pagano tutte uguale.»
Amos indicò Raechel, dietro Tamar. «Allora per quella mi dovresti far pagare la metà» scherzò.
Il funzionario guardò il corpo ossuto della ragazzina che aveva davanti, quel naso lungo e all’insù, a punta, quasi maschile, la massa di capelli incolti, il petto senza seno, che sembrava una tavola piallata, e rise. Poi cominciò a trascrivere i dati di Tamar.
Raechel arrossì umiliata.
«E quelli chi sono?» chiese Amos, guardando oltre la vetrata.
«Italiani» rispose il funzionario. «Una cinquantina di passeggeri di prima classe, pieni di soldi, e quasi settecento pezzenti di terza. E tra quei settecento ci saranno sì e no trenta donne. Per il resto sono solo uomini, come al solito.» Guardò Amos. «Tutti clienti dei tuoi bordelli, spilorcio di un ebreo» rise.
Anche Amos rise. Poi puntò un dito. «Ma quella?» Fischiò. «È una vera bellezza!»
Raechel si voltò e vide che indicava la ragazza dai capelli neri, seduta in disparte, tra le due guardie.
«Non ci mettere gli occhi ...