Che bravo cane! (una famiglia da salvare)
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Che bravo cane! (una famiglia da salvare)

  1. 112 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Che bravo cane! (una famiglia da salvare)

Informazioni su questo libro

Cosa succede se la mamma smette di fare quello che ha sempre fatto per la sua famiglia? Chi si occupa della casa? Chi si prende la briga di svegliare gli altri, di preparare i pasti, di fare il bucato? A casa Peachey nessuno, né il papà né i tre ragazzi, Ava, Ollie e Betty. E le conseguenze? Disastrose. Ma se a salvarli fosse un cane? Un cane molto sveglio, dal nome scozzese e le zampette corte? Allora le conseguenze sono... imprevedibili! Un libro speciale che, con intelligenza e ironia, parla di educazione di genere e di quanto gli animali possano diventare a tutti gli effetti membri della famiglia. Con le illustrazioni in bianco e nero di Grace Easton.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2019
Print ISBN
9788817118965
eBook ISBN
9788858697207

1

McTavish si innamora dei Peachey
La decisione di McTavish di adottare la famiglia Peachey non fu di certo la più saggia della sua vita. Si accorse subito che non era una famiglia facile, di quelle che ben si conciliano con la vita di un cane. Si accorse subito che era una famiglia problematica.
Non c’era modo per lui di scoprire se i Peachey erano diventati così in seguito a qualche trauma o se erano problematici di natura. Ma sapeva che adottarli avrebbe richiesto pazienza, disciplina e duro lavoro. La sua mente razionale gli suggerì di aspettare una famiglia senza problemi, con persone di buon carattere e sorrisi allegri. Ma c’era qualcosa nella famiglia Peachey, in quelle faccette tristi, che l’aveva infine fatto propendere per loro.
“Oh, McTavish” si disse per mettersi in guardia. “Sei sicuro che non sia un errore? Stai attento! Potrebbe voler dire anni di patemi e di frustrazione.”
Ma era già tardi.
McTavish si era innamorato dei Peachey.

2

Mamma Peachey dice basta
McTavish non avrebbe mai conosciuto quella famiglia se la signora Peachey non avesse deciso di smettere di fare la mamma.
«Basta» dichiarò. «Basta cucinare, basta pulire, basta cercare le chiavi che lasciate in giro. Basta stare dietro ai vostri impegni e brontolare per farvi mettere a posto la stanza. Basta sgobbare e non ricevere mai un grazie. Io mollo.»
All’inizio i ragazzi Peachey furono contenti.
«Addio, cibi sani» gridò Ollie, dodici anni, sollevando un pugno in aria in segno di trionfo.
«Addio, oppressione matriarcale» esclamò spocchiosa Ava, quattordici anni, staccando gli occhi dal libro che stava leggendo (La famiglia. Una storia di disperazione).
“Addio, lamentele perché non torno a casa in orario per la cena” pensò papà Peachey, che non si sognava certo di dire una cosa del genere a voce alta.
Il membro più giovane della famiglia si rabbuiò.
«Mamma» disse Betty Peachey, «stai dicendo che ti sei… licenziata?»
Mamma Peachey sorrise. «Be’, sì, Betty. Non avrei saputo dirlo meglio.»
Betty sembrava preoccupata. «Ma è legale?»
Mamma Peachey scrollò le spalle. «Forse sì, forse no. Ma sono stufa marcia che tutti mettano in disordine e si aspettino che io pulisca. Sono stufa di cucinare piatti che si raffreddano perché nessuno è in casa quando si mangia. E» disse ancora «sono stufa di dovervi gridare di alzarvi, andare a letto, mettere via i panni sporchi, dire per favore, dire grazie, lavare i piatti, smettere di litigare.»
«Ma…» tentò di dire Betty.
Mamma Peachey la ignorò. «Quindi sì» continuò, «si può dire che mi sono licenziata. Per il momento. Mi prendo un periodo di pausa per ritrovare la mia pace e la mia serenità. D’ora in avanti l’unica persona della quale mi occuperò… sarò io.»
E così dicendo, diede a Betty un bacio sulla testa e andò a infilarsi i suoi pantaloni da yoga.
All’inizio nessuno della famiglia sentì la mancanza di qualcuno che gli dicesse di sparecchiare o di mettere via la roba da lavare. Ma quando i giorni diventarono settimane e nessuno ancora preparava la cena o faceva il bucato – mai –, il senso di libertà cominciò a perdere di importanza.
I Peachey mangiavano tutte le sere piatti pronti o da asporto, indossavano sempre gli stessi vestiti e arrivavano tutti i giorni tardi a scuola e al lavoro. In casa aumentavano le discussioni e cresceva lo stato di abbandono.
Betty, che era di gran lunga la persona più giudiziosa della famiglia (dopo mamma Peachey), cominciò a sentire l’esigenza di prendere qualche provvedimento. E così, il sabato pomeriggio prima di Pasqua, fu indetta una riunione di famiglia.
«Considerata la mancanza di cure materne nella nostra famiglia, io mi sento sola, sperduta e sconsolata» disse Betty.
Ava e Ollie si misero a ridacchiare, ma Betty li ignorò.
«Ho una proposta» annunciò.
Gli altri membri della famiglia si sporsero in avanti, erano tutt’orecchi. Dall’altra parte della stanza, la mamma assumeva la posizione del loto con un ronzio melodioso.
«Potremmo chiedere alla mamma di tornare» disse Betty. Ava ebbe un sussulto, Ollie sbuffò sarcastico e papà Peachey farfugliò qualcosa, un suono confuso, che non si poteva intendere come una dichiarazione ma che comunque esprimeva chiaro disaccordo.
Scese il silenzio.
«Va bene» disse infine Betty. «Se non intendiamo chiedere alla mamma di tornare, io avrei un’altra proposta.»
I Peachey si sporsero di nuovo in avanti per sentire l’annuncio di Betty.
«Secondo me dobbiamo prendere un cane.»
Ollie si immaginò una maestosa ed elegante creatura dal pelo folto che lo avrebbe aiutato a piacere di più alle ragazze.
Ava si immaginò un cane grosso e malinconico che le avrebbe dato un’aria più intellettuale.
Papà Peachey non voleva un cane. Non lo voleva per niente. E lo disse.
Ci fu una discussione accesa, al termine della quale i tre giovani Peachey ebbero la meglio. Fu deciso che sarebbero andati al canile.
«Ma di adottare un cane non se ne parla» li avvisò papà Peachey. «Andiamo solo a dare un’occhiata.»
«Dare un’occhiata?» ribatté Ollie strabuzzando gli occhi. «Andiamo a dare un’occhiata a dei poveri cani randagi condannati a passare l’eternità dentro gabbie fredde, da soli e senza nessuno che li ami?» Si voltò verso Ava e, abbassando la voce ma non abbastanza da non farsi sentire dagli altri, le sussurrò: «Sempre detto che una parte del papà è senza cuore».
Ava disse, arcigna: «Nessuno va a dare un’occhiata a dei cani abbandonati. Tranne, forse» e si girò a guardare il padre, «un sociopatico».
«Tranquilli» disse Betty. «Ora andremo al canile a dare un’occhiata, e magari, dico magari, troveremo il cane dei nostri sogni.»
Ollie roteò gli occhi.
Ava riportò ogni dettaglio di quella conversazione su un quaderno marrone. Sperava che un giorno il suo libro, Memorie di un’infanzia spezzata, fosse venduto per una cifra spropositata e diventasse un best seller internazionale.
Ollie tornò al libro che stava leggendo pensando (e forse con ragione) che l’ultima cosa di cui il mondo aveva bisogno fosse un altro libro, men che meno scritto da sua sorella maggiore.

3

A dare un’occhiata
Il pomeriggio dopo, la famiglia Peachey al completo (meno la mamma, intenta a esercitarsi nella posizione del guerriero) si riunì alle du...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1. McTavish si innamora dei Peachey
  4. 2. Mamma Peachey dice basta
  5. 3. A dare un’occhiata
  6. 4. Le domande di Alice
  7. 5. Aspettando McTavish
  8. 6. McTavish arriva a casa
  9. 7. Il problema dei Peachey
  10. 8. Piano A
  11. 9. Piano B
  12. 10. Piano C
  13. 11. I Peachey mangiano la pizza
  14. 12. I Peachey si impegnano
  15. 13. Un cane straordinario
  16. Due parole sulla Croce Blu
  17. “Un cane è per la vita, non solo per Pasqua” (papà Peachey)
  18. Una deliziosa cena a base di pollo
  19. Due parole su… MEG ROSOFF
  20. Due parole su… McTavish
  21. Copyright