«Sei così bello, Matias.»
Se ne stava nuda a fianco a me, mi guardava mentre soffiava il fumo bianco della sua sigaretta verso l’alto, fissando il soffitto.
Mio padre probabilmente era ubriaco marcio in qualche angolo del paese, mia madre non sarebbe stata capace nemmeno di riconoscermi – la sua nuova famiglia le bastava e del resto non le importava più.
La gente dice di volerti bene e poi si dimentica di te.
Dannazione ai pensieri, a volte vorrei non pensare, vorrei solo essere uno dei tanti che spengono la mente e ignorano la vita.
Il tempo sembra passare lento, ma le foglie seccano ancor prima di cadere dagli alberi, la pioggia evapora in fretta e non lascia nessuna traccia.
Scrivo.
Fuori pioveva forte. La porta chiusa della stanza, la ragazza nuda a fianco a me, i pensieri, la musica di sottofondo, le luci blu che avvolgevano le nostre pelli.
Passavo dall’essere libero all’essere schiavo.
Amavo e odiavo tutto ciò che facevo, ci mettevo tanto per apprezzare qualcosa di me, e poco per maledirlo e bruciarlo nel fuoco.
A cosa cazzo serviva restare al mondo se nessuno mi amava?
Inghiottivo le lacrime, deglutivo senza fare rumore, stringevo gli occhi e respiravo profondamente, non volevo che lei si accorgesse del marcio che avevo dentro.
Mi guardava e continuava a fumare.
L’avevo appena scopata e fatta godere, le avevo dato il mio corpo, i miei sguardi, le mie labbra, la mia pelle, il mio respiro.
Avevo appena concesso le mie lenzuola all’ennesima ragazza che non avrei più rivisto.
Odiavo i miei occhi verdi così deboli, il mio sguardo forte, i miei capelli castano chiaro tirati indietro.
Odiavo il mio corpo, i miei tatuaggi, odiavo il mio carattere, la mia mente, il mio cuore, il freddo che avevo dentro e il vento tagliente che riapre le ferite.
Ero ossessionato dalle emozioni, maniaco della perfezione, degli odori, dell’ordine.
E avevo un casino in testa e un sapore di sangue bloccato in gola.
Le persone credono che tu sia forte soltanto perché sorridi, e che il sole sia felice soltanto perché da piccoli ci insegnano a disegnarlo con il sorriso.
Chi cazzo è che va a fondo nelle cose?
Chi si chiede come stai e quanto hai sofferto?
La mia risposta era: nessuno, nemmeno io, dannazione.
Spostai la sua gamba da sopra la mia, mi alzai dal letto e andai in bagno.
Lei ci restò male per un momento, poi rimase sdraiata a fumarsi la sua sigaretta.
Mi lavai la faccia con dell’acqua fredda, mi asciugai e tornai in stanza da lei.
Credo si chiamasse Joel, ma non mi importava del suo nome, era sulle mie cazzo di lenzuola per il sesso e basta.
«Perché sei così stronzo?» mi chiese.
Perché non prendevo per il culo nessuno e vomitavo la verità senza aver paura di far soffrire gli altri, per questo ero stronzo: perché dicevo quello che pensavo e non perdevo tempo dietro a stupide parole finte che illudono e uccidono.
«A te piacciono gli stronzi quindi?» le chiesi.
«Diciamo che mi capitano tutti così» pronunciò con quelle fantastiche labbra perfettamente disegnate.
Mi avvicinai a lei, la presi da dietro il collo senza farle male e lentamente avvicinai le mie labbra alle sue, la guardai negli occhi e prima di baciarla le dissi sottovoce: «Se gli stronzi fossero tutti come me, andresti a letto con tutti».
Poi lei fece un sorriso amaro e si lasciò fare di tutto.
Morsi le sue labbra alternando dolore e piacere, arrotolai le sue ciocche bionde e lisce sulle mie dita, le tirai la testa verso il basso e la guardai aprire la bocca mentre sospirava di gusto.
Mentre le baciavo il collo e le toccavo il seno accarezzandole i capezzoli, il mio telefono sulle lenzuola squillò.
Era mio padre.
Non risposi, allungai la mano e bloccai lo schermo.
Ci fermammo per un momento, lei mi guardò e mi chiese: «Perché non rispondi? È qualche tua amichetta?».
«Veramente è mio padre, e fatti i cazzi tuoi.»
Si sentì come un aquilone senza filo lanciato in pasto alle nuvole.
Lei che aveva una madre premurosa che la sarebbe venuta a prendere sotto casa mia e un padre che le voleva bene.
Non disse più niente.
La ripresi per i capelli e la girai mettendola a pancia in giù, la faccia contro il cuscino, mi ci misi sopra, e glielo spinsi contro il sedere, continuando a baciarle il collo e a leccarle la pelle vicino all’orecchio.
Lei moriva dal piacere e ansimava forte.
Con la mano destra passai tra le sue gambe e iniziai a toccargliela senza infilarle le dita dentro, era tutta bagnata, e più la toccavo e più dal suo ansimare usciva un filo di voce.
Il telefono continuava a illuminarsi e a distrarre la mia attenzione dal suo corpo: mio padre non aveva un cazzo da fare e continuava a chiamarmi perché era ubriaco e aveva bisogno di qualcuno che lo tirasse fuori dalla merda.
Diventi importante per qualcuno solo quando quel qualcuno ha bisogno d’aiuto.
Ma la mia barca viaggiava da sola tra tempeste e in acque amare, nessun marinaio mi avrebbe riportato a riva.
Così ho imparato a salvarmi da solo.
Fuori la pioggia, il freddo e il rumore.
Nella stanza i caloriferi accesi, due corpi nudi, le luci blu, la musica e la porta chiusa.
E tu da che parte stai?
Mi chiedevano perché passassi la maggior parte del mio tempo chiuso in casa, e la mia risposta era sempre: «Perché mi piace scopare».
Avrei dovuto davvero dare spiegazioni a qualcuno che non guarda mai le sfumature del cielo?
Sarebbe stata una perdita di tempo.
Se dici che non puoi uscire perché stai scopando, tutti i maschi imbecilli sorridono e ti dicono che sei un grande, se cerchi di spiegare il meccanismo psicopatico della tua mente, entri in un tunnel di conversazioni stupide da cui non esci più.
«Se ti passassi a prendere e ci facessimo un giro in centro?»
«Sto scopando.»
«Ahaha, grande! Ci sentiamo allora.»
Queste erano le mie conversazioni con gli amici.
La sua voce era bellissima, e quando la usava per farti capire che stava godendo lo era ancora di più.
Le dissi: «Girati, vieni qui». Mi misi in ginocchio sul letto e la tirai verso di me mettendola seduta.
La presi dai capelli e lei iniziò a succhiarmelo.
Continuavo a toccargliela lentamente mentre lei se lo metteva in bocca e faceva dei versi di piacere.
La sua bocca era calda e la sua saliva dolce.
Il piacere è come un fiume d’estate, come quando ti togli i vestiti e ti tuffi nelle acque fresche, le correnti, il sole, la pace.
Mi mordevo le labbra e alzavo la testa, allungando tutti i muscoli del corpo.
Mi piaceva guardarla mentre lo teneva nella sua bocca, mi faceva sentire potente, libero.
Il telefono continuava a squillare e interrompeva le note della musica, mi innervosiva parecchio e rovinava il mio momento.
Le persone rovinano sempre i miei momenti, se ne fregano della mia vita e della mia felicità, pensano soltanto che conti ciò che appartiene a loro.
Vaffanculo, avrei spento il telefono e se ne sarebbero andati a farsi fottere tutti.
Fermai la ragazza, presi il telefono e bloccai le chiamate, riaccesi la musica, alzai il volume e tornai sul suo corpo.
Quando lei mi guardava sottomessa e compiaciuta, anche se sapevo che con quegli occhi non avrei fatto l’amore e condiviso alcun tramonto, mi sentivo amato e apprezzato, e importava solo questo.
Alcuni dicono che il sesso sia la droga di chi soffre di solitudine: se anche avevano ragione, non me ne fregava niente. Preferivo restare solo e continuare a scopare, piuttosto che trovare un cuore da tradire e una mente da ingannare.
“Soli” non significa “tristi”, “fidanzati” non significa “felici”.
I miei rapporti si erano sempre conclusi male, ero un tipo piuttosto geloso e possessivo, finivo sempre per picchiare gli amici della mia ragazza e lei finiva per restare sola e odiarmi.
Un pazzo come me non avrebbe mai trovato l’amore, avrebbe soltanto continuato a fare sesso con un corpo nuovo.
Le dissi: «Aspetta, prendo il preservativo».
Me lo misi in fretta e gettai la confezione aperta sul bordo del mobiletto.
Lei si sdraiò davanti a me con le gambe aperte, io la presi per le cosce e la avvicinai di più a me, le alzai le gambe e lentamente glielo misi dentro.
La pioggia che fuori non cessava era lo sfondo perfetto delle sue labbra che si aprivano per descrivere il gusto del peccato.
A ogni spinta dentro di lei, le sue unghie colorate di rosso sulla mia pelle mi facevano sentire tutto il suo godimento.
Il suo profumo, i suoi occhi fissi nei miei, la sua bocca leggermente schiusa, la sua voce, le sue gambe appoggiate contro il mio pet...