Primo autunno. Un raggio di sole al tramonto riscalda la stanza, granelli di polvere fluttuano nel suo fascio che illumina il vecchio letto dalla testata antica, il vecchio materasso nudo e sporco e una coppia di cuscini consumati. Non c’è nient’altro nella stanza a eccezione di un paio di vecchie sedie da pranzo, erette come guardie inflessibili contro la parete ai lati della finestra. Tutto il resto era stato rimosso quella mattina dagli addetti al trasloco. In un angolo della stanza, la porta che dà sul pianerottolo è chiusa; nell’angolo opposto, la porta che dà sul bagno è aperta. La doppia finestra alla destra del letto si affaccia su una strada fiancheggiata da platani ricoperti del loro cocktail di colori autunnali.
Clara, ventisei anni, e Luke, ventisette, sono seduti ai bordi del letto spoglio e fissano la parete in cui un tempo si trovava la toletta.
C’è silenzio tra loro, fino a quando Clara non dice:
È questo quello che vuoi?
È questo quello che tu vuoi? replica Luke.
Clara si china in avanti, prende la mano di Luke, la gira e guarda il suo orologio da polso evitando lo sguardo interrogatorio del ragazzo.
Cinque e mezza, dice.
Avevi detto che l’agente immobiliare doveva venire alle sette? dice Luke.
Clara si alza e va in bagno.
Perché non tenere la casa? Perché non viverci, suggerisce Luke, cercando di risultare sereno, come se non fosse successo niente al di fuori dell’ordinario.
No, grazie, replica Clara, con una voce che tradisce il suo nervosismo.
Luke va alla finestra e guarda fuori. Alcune automobili che passano, una donna che porta a passeggio un Jack Russel, il quale si ferma per alzare una zampa contro uno degli alberi, un ciclista con il suo abbigliamento sgargiante in lycra che pedala come una furia.
È una zona carina, dice Luke. Sarebbe un investimento.
Abbiamo già fatto questa conversazione, ribatte Clara, incapace di nascondere la sua irritazione.
E quindi? Ripetiamola.
Non essere noioso.
Luke torna verso il letto, si sistema con la schiena appoggiata alla testata e dice a voce alta: Potresti aver cambiato idea.
Proprietà, replica Clara. Deve essere conservata. Mantenuta. Accudita. Io non so accudire.
Io sì. E presto dovrai farlo anche tu, non trovi?
Non una proprietà, risponde Clara mentre rientra nella stanza.
Luke si gira dalla sua parte per guardarla e dice: Hai ragione. Tu non sai accudire. Ma io potrei accudire per te. O comunque ti aiuterei.
Gli oggetti ingombrano. Si avvinghiano, dice Clara, seduta all’amazzone sul letto, rivolta a Luke.
Non intendevo gli oggetti, risponde Luke prontamente.
So che cosa intendevi.
E in ogni caso, tieni il letto.
Clara sorride. Come odio la coerenza.
E quelle sedie. Le tieni.
E ripetere sempre quello che è noto. Ti ho già spiegato il motivo.
Luke sogghigna. Non ti è mai dispiaciuta la continua ripetizione di quello che facevamo su questo letto dieci anni fa.
Si mette a sedere sul bordo del letto accanto a Clara e dice: La nostra prima volta, di questi giorni, secondo i miei calcoli.
Vero!
Diamoci un bacio per celebrare.
Clara si protende verso di lui e gli dà un bacio amichevole e frettoloso.
Luke le mette una mano sul viso, il palmo sulla guancia di lei.
Si guardano intensamente per un momento, quando Luke dice, intendendo quello: Ripetiamolo adesso.
Clara sposta la mano di Luke dal suo viso ma la tiene stretta al grembo e dice:
Non c’è tempo.
C’era sempre tempo, una volta.
Dieci anni! Ti rendi conto che sono passati dieci anni?
Io mi sento ancora come se avessi diciassette anni. Oggi, per lo meno.
Scemo! commenta Clara, sorridendo e allontanando la sua mano.
Mi piaceva tanto avere diciassette anni. Ultimo anno di scuola. L’impazienza di andare all’università. Tutto era possibile.
E adesso non più?
Non tutto. Solo quello che è possibile.
Dicevi sempre che l’unica cosa che valeva la pena fare era l’impossibile.
Già. Mi piaceva parlare in modo pretenzioso allora, vero?
Quasi quanto a me piaceva dire sconcezze.
Un’altra delle afflizioni che colpiscono l’adolescenza, dice Clara.
Acne intellettuale. Piaceva anche a te.
Davvero?
Che io dicessi sconcezze, intendo.
Ma adesso, carissimo Luke, ho ventisei anni, non sedici. Mi stupisce. Ma ho ventisei anni.
Vuoi un promemoria per questo anniversario? domanda Luke, intendendo quello.
Clara ci pensa un po’ prima di affermare, con un sogghigno: In memoriam.
Suona troppo come una fine. Diciamo semplicemente una ripetizione.
Non prendo più la pillola, ricordati.
Luke si alza ed estrae un preservativo dalla tasca dei pantaloni. Bene, bene! Che cosa abbiamo qui!
Clara non può fare a meno di ridere. Non vorrei complicare le cose, dice.
Nessuna complicazione, concorda Luke, ma aggiunge in tono grave: Arriverà il mio momento.
È una predizione?
Una certezza.
Come lo sai?
Perché ti conosco.
Così bene?
Tu pensi di no, ma è così. E poi perché, senza dircelo, ci siamo già accordati, non credi?
Clara riflette un momento prima di pronunciare, con schiettezza: È questo ciò che vuoi?
Se è quello che tu vuoi, risponde Luke, alla stessa maniera.
Clara si alza. Si portano uno di fronte all’altra, vicini.
Luke prende le mani di Clara e dice: Una celebrazione. Una ripetizione in onore dei vecchi tempi.
Però, dice Clara molto fermamente, solo per divertirci.
È mai stato solo per divertirci? domanda Luke.
No, ammette Clara. È sempre stato più di quello.
Aspettano, in silenzio, immobili, occhi negli occhi, mano nella mano.
Poi, lentamente, con la delicatezza di un tempo, si tolgono l’un l’altra i vestiti, pezzo dopo pezzo.