Ero abituato a pensare che nessuno potesse vedermi. Il corpo in cui ero era impenetrabile dall’esterno; nessuno si sarebbe mai aspettato di trovarmi là, perciò sapevo che qualunque passo falso sarebbe stato attribuito alla persona di cui avevo preso in prestito la vita. Nessuno è interamente prevedibile, abbiamo tutti momenti inaspettati. È questa la scusa dietro cui mi nascondevo.
Col tempo sono diventato più bravo a non farmi vedere, una volta capito cosa stava succedendo. Da bambino ero un cattivo simulatore, ma dato che i bambini sono una lunga successione di momenti inaspettati, niente di quello che ho fatto è mai sembrato così fuori posto da far sospettare la verità a chicchessia, genitori, insegnanti o amici. Intorno ai dieci o agli undici anni ho capito meglio come scomparire, anche se ancora non capivo perché ero così diverso da tutti gli altri. Gli ultimi due anni li ho considerati come un test che stavo superando. Ho smesso di chiedermi come fosse la mia voce perché il suono dei miei pensieri era sufficiente; ho smesso di chiedermi che aspetto avevo perché qualunque aspetto avessi quel giorno mi bastava; ho smesso di desiderare che le persone mi vedessero perché in quel caso avrei completamente fallito il test.
Avevo preso a cuore i ruoli che interpretavo perché non avevo un cuore tutto mio. Ho mostrato rabbia solo quando pensavo di dover mostrare rabbia, affetto solo quando mi sentivo in obbligo di mostrare affetto. Non sapevo come fosse provare realmente queste emozioni perché non le ho mai potute esprimere sinceramente. Solamente il dolore appariva senza filtri, perché quello che mi faceva piangere era spesso la stessa cosa che avrebbe fatto piangere chiunque altro. La gioia, però, era l’opposto; la mia gioia aveva sempre un sapore aspro dovuto al fatto che in realtà non era mia.
Solo con Rhiannon sono riuscito a essere me stesso, senza filtri. Ora, dopo di lei, temo che una parte di quell’impulso sia rimasto. Temo di stare iniziando a rivelare me stesso tra le crepe.
Lunedì, la mia migliore amica (temporanea, solo per un giorno) mi dice che sente che c’è qualcosa che non le sto dicendo ma che vorrei dirle. Le rispondo che sono solo un po’ stanca, un po’ persa nei miei pensieri. Dubito mi creda e per un secondo desidero dirle tutto, raccontarle di Rhiannon e chiederle cosa dovrei fare.
Martedì, due ragazzi a scuola mi rendono la vita difficile perché si aspettavano che convenissi con loro che l’America sta meglio con le frontiere chiuse, e che i principali problemi che il Paese affronta oggi sono riconducibili all’immigrazione. Hai cambiato completamente opinione, mi dicono disgustati.
So che non devo deviare da quello che direbbe lui, ma non posso costringermi a ripetere qualcosa che so non essere vero.
Mercoledì, la mia (non mia in realtà) ragazza probabilmente usa lo stesso shampoo che usa Rhiannon, perché ogni volta che mi si avvicina mi manca il terreno sotto i piedi. Quando mi bacia mi illudo di essere nel passato, immaginando che possa essere il presente. Devo riuscirci bene perché quando lei si stacca da me mi dice wow, Tara, ci hai messo passione. E io le rispondo amo il tuo profumo. Lei dice non ho nessun profumo e io vorrei dirle profumi come Rhiannon e invece rispondo profumi di Rhiannon te.
Giovedì ho delle stampelle che riesco a malapena a usare. Dopo l’intervallo, un’amica mi toglie lo zaino dalle spalle e dice Devi lasciare che ti aiuti. Ho la sensazione che il ragazzo in cui sono abbia già rifiutato il suo aiuto in precedenza, ma questa volta io l’accetto volentieri.
Quando arriva venerdì mi sveglio nel corpo di una ragazza che si chiama Whitney Jones. Si alza alle 5.32 per l’allenamento di nuoto e io mi sforzo di andarci, anche se so che la sua prestazione non sarà ai suoi standard. Mi ci vogliono due ore di lezione per capire che è l’unica ragazza di colore della classe, rivelazione su cui si insiste alla lezione di storia della terza ora, quando sia l’insegnante sia alcuni studenti continuano a guardarla mentre parlano di Selma, come se il colore della sua pelle la rendesse esperta in qualcosa accaduto decenni prima della sua nascita. Secondo me neanche si accorgono di farlo; quando le persone riflettono sulla diversità, i loro occhi di solito si posano su qualcuno che secondo loro rappresenta quella differenza. Quando capita a me mi sento sempre strano perché non ci sono abituato quanto le persone in cui mi trovo. Provo a valutare gli sguardi indagatori per quello che sono: guardano Whitney mentre parlano di John Lewis perché stanno pensando persone di colore. Ma adesso, paranoico, mi domando se vedono anche me, se vedono un tipo diverso di diversità sotto la superficie.
La migliore amica di Whitney si chiama Didi; è nel suo appartamento che le ragazze hanno deciso di vedersi dopo la scuola. Appare subito evidente che Didi è ossessionata da una serie molto popolare di video online su un sito chiamato Il Siero della Verità, creato da una donna di nome Lorraine Hines il cui tormentone (è ovunque nel sito) è La Verità È il Siero. Ogni video sul sito è simile a un confessionale pubblico, solo che confessione non è il termine correttamente applicabile a tutti i video.
Alcune delle verità sono di genere più politico: una donna che racconta cosa prova quando riceve sguardi lascivi in metropolitana, un uomo che parla del tentativo di spiegare il concetto di razza ai figli interrazziali. La maggior parte delle verità sono molto, molto personali; c’è chi non si limita ad ammettere avventure extraconiugali ma che spiega perché pensa siano accadute. Altri confrontano i dispiaceri dell’infanzia, incluse (a volte) le loro colpe, o (più spesso) le colpe di coloro di cui si fidavano e che amavano. Non c’è una linea narrativa predefinita o una struttura prestabilita; la verità si rivela nella forma che assume quando viene esposta all’aria.
Alcuni video durano cinque minuti e mi fanno piangere, altri ne durano dieci e mi fanno ridere per quanto sono veri. Didi e io ne guardiamo cinque, poi dieci. A volte, quando Lorraine Hines pensa che la persona debba parlare con qualcuno per rivelare la verità, le rivolge direttamente delle domande. Ma la maggior parte delle volte lei non è in campo, e lo spettatore vede solo la persona che sta raccontando la verità.
«Potrei guardarli per tutto il giorno, giuro» dice Didi dopo che abbiamo guardato un uomo sulla sessantina raccontare di non essere mai stato interessato al sesso ma di sentire di aver avuto ugualmente una vita completa e piena. «Anche se poi sono sempre combattuta tra il desiderio che tutti siano così sinceri nella vita reale e il pensiero che sarebbe una pessima idea. Perché una cosa è guardare gente che lo fa, e un’altra che la gente lo faccia guardandoti negli occhi, giusto?»
Annuisco.
Lei continua. «Per dire, per quanto tempo pensi che potremmo farcela, dicendoci soltanto la verità?»
«Due minuti?» dico. E già questa potrebbe essere la verità oppure no.
«Proviamoci!» dice convinta, come se avesse appena suggerito di sgraffignare del cioccolato in cucina.
Scoppio a ridere.
«Che c’è?» mi chiede. «Nervosa?»
Non c’è modo di ...