Fancazzista? Lo stronzo se l’è squagliata sulla sua berlina nera e le luci posteriori si sono confuse nel traffico, e Darlene è rimasta in fissa su quella parola. Con tutto quello che uno stronzo poteva dire, senza neanche accorgersi che parlava con una che era andata all’università. Si potevano usare altri termini per descrivere la sua attività in quel momento, magari termini non proprio carini, ma fancazzista? Le veniva da ridere, benché fosse lì ad ammazzarsi di fatica per due soldi. Che coraggio! Cosa sapeva della sua vita quello lì? Aveva un figlio di undici anni, lei, e doveva ben dargli da mangiare. Per questo era lì a passeggiare con le sue vecchie scarpe e con l’umidità che le rovinava la permanente. Quel maledetto giugno il sole picchiava talmente forte che le strade sembravano squagliarsi, si vedevano miraggi di tutti i tipi. Neanche si fosse rovesciato un camion di mercurio.
A Darlene sembrava che tutto quello per cui lottava si trasformasse in un miraggio. Probabilmente la colpa era del tizio della berlina o di quello stupido manuale di auto-aiuto che stava leggendo; nessuno può appiopparmi la responsabilità di quello che è successo a Darlene. Nessuno può costringerti a volergli bene e a stargli sempre dietro, a quelli lì. Forse sono io che attiro gente di un certo tipo. Lo dicono tutti. I medici adesso spiegano che la chimica del cervello fa innamorare le persone di chi, come loro, ha una dipendenza. Ma io mi sento in debito con Darlene. Fra i miei amici – e ne ho milioni, ragazzi – lei è quella con cui mi chiedo più spesso se mi sono comportato bene. A volte mi dico che era meglio per lei se non mi incontrava. Ma poi, nessuno può raccontare la storia dal suo punto di vista meglio del sottoscritto Scotty. Io sono l’unico che le è sempre stato vicino.
Nove mesi sulla strada e ancora ci metteva timidezza in quello che faceva, capite? Non ci azzeccava per niente, la ragazza. Scarpe basse e gonna sotto al ginocchio – giuro! Invece di mettersi sul bordo della strada per guardare dentro le macchine, se ne stava indietro, quasi dentro le siepi, per dire, sperando che una macchina rallentasse e si fermasse. Calcolava di salirci e trovare un po’ di fresco. Due piccioni con una fava.
Al di là della doppia riga gialla, su al Mondo Acquatico di Hinman, c’erano delle enormi vasche di plastica messe di lato, sembravano i vasi da notte di Dio. I proprietari avevano la passione per le palme finte tutte illuminate. Camionisti che si fermavano a mangiare bistecche, neon rotti che lampeggiavano sulla parete del sex shop. Messicani disperati che prendevano il fresco alla fermata dell’autobus.
Il Texas era insulso, mi dispiace. Ciccioni abbronzati e ville volgari ovunque, macchine luccicanti grosse come pachidermi, un negozio di cianfrusaglie e un banco dei pegni ogni cinque abitanti. Maledetto calcare! Tutto lo Stato e quello che c’era dentro era fatto di calcare. I centri commerciali sembrava che fossero spuntati direttamente dal terreno. Su questa pietra costruirò il mio centro commerciale. Sembra che non conoscano altro materiale. Chissà che invidia i venditori di granito. D’estate il Texas è troppo caldo per il novantanove per cento delle forme di vita; nei due mesi d’inverno, nessuna casa è isolata, per cui bisogna fregarsi le gambe sotto le coperte come cavallette, fregarsele come se ci si dovesse accendere il culo.
Poi un bianco con i capelli a spazzola – lei sperava fosse quello buono, così avrebbe concluso e potevamo farla finita – ha rallentato, si è sporto dal lato del passeggero e le ha detto: Fancazzista.
Fancazzista! Darlene ha fatto qualche passo indietro – le sue scarpe basse mi facevano pena fin dalla prima volta che le avevo viste. (Ha detto subito che non poteva mettersi un certo tipo di scarpe con il tacco, ma il perché non si sa, e solo dopo, quando sono entrato nella parte segreta del suo cervello ho capito la verità.) Si è segnata quel tizio e la sua faccia da coniglio per non dimenticarlo. Perché quando dicevano fancazzista intendevano anche negra. Ha ha ha. E fancazzista rispetto a chi, poi? Se si fosse sbattuta così alla Peckerwood National Savings Bank sarebbe stata la direttrice, cazzo. ’Fanculo, ha pensato Darlene, sarei il presidente. E sarebbe un lavoro meno difficile di questo. Con l’aria condizionata… Ho infilato questo foglio in questa cartelletta. Adesso rimetto la penna nel portapenne. Fatto. Per oggi basta. Signorina segretaria? Dove ha messo le mie mazze da golf?
Una buca a bordo strada l’ha fatta inciampare e ha perso l’equilibrio. Si è stirata una caviglia e ha quasi lasciato cadere la borsa. Il mio amore pensava che chinarsi fosse volgare, malgrado la gonna così lunga. Non aveva ancora imparato la prima regola per vendersi. Ha piegato le ginocchia e ha visto la striscia di un bianco accecante che correva lungo la carreggiata e questo l’ha distratta dall’uomo con la faccia da coniglio e l’ha riportata ai soliti pensieri, cioè a come passare più tempo con me.
I wanna rock with you, si è messa a cantare sopra pensiero. Il cielo stava diventando arancione scuro e le ombre cominciavano a incidere gli alberi come bottiglie rotte. Il passato continuava a ossessionarla, era come se sentisse sempre il suo vecchio motore che sferragliava in sottofondo, qualunque cosa pensasse. Il fischio del marito morto diventava fortissimo nella sua testa, e se nemmeno io lo sopportavo, potete stare certi che a lei la faceva andare fuori di testa. Darlene si piegava in due – stavolta era rannicchiata con le mani sulle orecchie, come se il rumore venisse da fuori.
Quando quella brutta sensazione è passata, si è tirata su a guardare le macchine che arrivavano, pensando a una persona felice. Il libro diceva che per fare buone esperienze e soldi nella vita bisogna pensare positivo e visualizzare quelle stronzate. Così ha immaginato una tizia con in mano un fascio di biglietti da venti. Ha allungato una mano per prendere dei soldi immaginari – sono quasi scoppiato a ridere. Ma invece di ricchi clienti su questa strada passa solo qualche mamma che accompagna i figli a fare sport e aggrotta la fronte al volante della sua familiare. I figli girano la testa aprendo e chiudendo la bocca e la indicano con le dita sporche di cioccolato dicendo: Mamma, cosa fa?
Ed ecco gli Isley Brothers che cantano Who’s that lady? nella sua testa. Real fine lady. All’epoca Darlene era davvero bella – una ragazza che poteva fermare ben altro che qualche vecchio sporcaccione se si fosse messa una minigonna aderente o i tacchi alti. Continuavo a ripeterglielo.
E adesso dove diavolo era andata? Verso Beaumont, a quanto pareva. Non c’era nessun’altra a battere, in quel posto, o forse avevano avuto più fortuna. Il canto dei grilli si intensificava, i cani abbaiavano chissà dove, i fari sfrecciavano neri e argentei, come minuscole navicelle spaziali – poteva esserci chiunque, a bordo. Alieni. ET e compagnia. Chewbecca che si faceva una canna con ALF.
Darlene ha cominciato a camminare all’indietro, guardando i fari, fin quasi alla fine della via commerciale della città in cui si trovava. Non c’erano più semafori – era ai confini del mondo. Più avanti, solo buio. Cespugli, alberi bassi e piccole stelle ammiccanti – un momento – era la carcassa di un corvo, quella? No, solo un cazzo di copertone squarciato sulla corsia d’emergenza. Il sole finalmente ha mollato il colpo e girato la schiena al crepuscolo. Andatevene affanculo, ha detto. ’Fanculo tutti quanti. Voi manica di sfigati non vi meritate la luce del sole. Trovatevi un’altra stella.
Davanti a un ristorante chiuso, due fari hanno puntato dritto in faccia a Darlene come occhi luminosi di un mostro e – alleluja! – la macchina ha rallentato. Una vecchia macchina economica, tipo Golf. Darlene non riusciva a guardare dentro, ma qualcuno poteva vedere fuori, così la macchina si è fermata sulla ghiaia. Dentro c’era un tizio dalla faccia rotonda, sui cinquanta, che si è allungato per abbassare il finestrino del passeggero. Un fratello chiaro, capelli corti, bicchieri da CocaCola sporchi di vino, pelle rovinata. Aveva una sigaretta nella sinistra, la pancia rotonda schiacciata contro il volante. Al posto del passeggero, un ragazzo magro con la camicia a maniche corte, la pelle chiara come l’uomo, belle labbra, orecchie grandi così; il ritratto di un novellino spaventato. Anche una recluta se ne sarebbe accorta.
Darlene si è presa in faccia uno sbuffo di tabacco e si è tirata indietro come se le avessero tirato addosso un serpente, anche se era una fumatrice pure lei. Pensavo che Darlene poteva guadagnarsi da vivere facendo la cantante, si muoveva con eleganza regale, alla Marilyn McCoo o alla Lola Falana, per intenderci. Alla radio della macchina ha sentito DeBarge che faceva Rhythm of the Night. E ha pensato: Bene, classe media, hanno un po’ di soldi.
L’uomo si è allungato sul ragazzo e ha detto: Cosa fai qui tutta sola, dolcezza?
Ci faccio un giro, m’intasco i soldi, prendo la roba e me ne torno a casa. Darlene ha sentito queste parole nella sua testa e io ho pensato che avevano un buon ritmo, le ho detto di dirle ad alta voce e lei l’ha fatto.
Il padre fa: Come dici? Andare a casa? Ok, allora. E si è messo a tirare su il finestrino ma Darlene ci ha appoggiato le dita e lui si è fermato. Le stronzate che facciamo per amore. L’amore che facciamo per la droga.
Il figlio ha detto: Parlava di lei, credo, papà.
Abbiamo notato un portachiavi di fili di plastica intrecciati che oscillava dal quadro, con le ombre dell’intreccio che formavano un disegno tipo svastica. Tutt’e due ci siamo messi a pensare a quello che diceva il libro.
E gli ebrei? ha pensato Darlene, e l’ha anche detto. E gli ebrei? Non possono essersi inventati l’Olocausto da soli, no?
Il ragazzo ha detto: Come?
Gli ebrei!… Ha indicato il portachiavi. Il popolo eletto?
Gli ebrei? fa il ragazzo.
Sì, perché se sei un’antenna…
E il ragazzo: Signora, si sente bene?
Grazie ai tuoi buoni pensieri, voglio dire…
Il padre ha spento il motore, si è tolto gli occhiali, si è massaggiato gli occhi, si è rimesso gli occhiali. Si è grattato la testa e ha detto: Quant’è?
Il disegno sulla maglietta del ragazzo ricordava a Darlene una tovaglia di quand’era bambina. Chi mi conosce bene fa sempre salti e giravolte interessanti all’interno della propria testa. Io lo chiamo braindancing. Io e Darlene lo stavamo facendo proprio in quel momento. Si sentivano i flauti della band di Van McCoy che suonavano du-du-du… do the hustle!
Ha toccato con un dito il petto del ragazzo, che si è tirato indietro inarcandosi come una banana. Mettiamo qui il cestino con il pollo fritto, ha detto Darlene, pensando di rompere il ghiaccio con una battuta. Non l’hanno capita e lei l’ha toccato di nuovo, più vicino all’ombelico. E le patate in insalata qui, ha detto. Sono scoppiato a ridere, insieme a Darlene, ma i suoi polmoni si sono ribellati e lei ha dovuto tossire e sputare.
Papà…
Il padre ha fatto una smorfia e si è irrigidito, dimenandosi sul sedile. Ha tirato fuori dai pantaloni un portafoglio gonfio e ha pescato due biglietti da venti, per cui Darlene mi fa: Vedi, il libro ha ragione. Ho fatto un bel pensiero ed ecco qua i venti che ho sognato.
Bel trucco, ho risposto.
L’uomo ha detto: Ok, questo è il mio pollo fritto. Ce l’ho proprio qua. Cosa fai per quaranta dollari?
Darlene ha alzato le sopracciglia.
Papà, lei…
Il padre tuonava e borbottava nello stesso tempo. Tu devi solo stare muto. Devi dimostrarmi di non essere così. Stanotte. Quel cugino di merda ti ha deviato.
Il figlio ha chiuso gli occhi e si è schiacciato contro lo sportello, lontano dal padre. No, papà. Non è come… Il figlio ha inghiottito un sospiro, impugnando la maniglia della portiera come probabilmente faceva in privato con il suo gingillo, poi le ha dato un pugno con poca convinzione. Il pomo di Adamo gli è sceso giù ed è risalito.
Il padre ha sbattuto le banconote in grembo al ragazzo, ma il ragazzo non ha fatto una piega e la mia amica ha approfittato del momento per prendere i due Jackson, tutta gentile, come se fossero bambini. Li ha piegati in due pensando: Il mio biglietto per arrivare a domattina. Adesso eravamo tutti esaltati. Quaranta verdoni non sono granché, ma sono comunque abbastanza per farci passare un bel po’ di tempo insieme nel prossimo futuro. Eravamo tipo Love, soft as an easy chair, love, fresh as the morning air. Darlene si è chiesta se potevamo tirarci indietro, così da non dover fare nient’altro, ma era troppo orgogliosa per comportarsi in quel modo, anche se io continuavo a dirle: Va bene, fai quello che vuoi, non giudico nessuno.
Il padre ha rotto il silenzio e ha detto: Scendi dalla macchina, vai tra quei cespugli e fatti una scopata. Sporgeva il labbro inferiore. Quella troia ha i miei soldi, adesso!
Il ragazzo aveva la mano sulla portiera e ha detto: Il tuo pollo fritto, vuoi dire.
Darlene sorrideva più del solito, perché pensava ancora ai quaranta dollari e si era dimenticata che potevano vederla.
Il figlio continuava a fissare davanti a sé con la faccia tesa. Papà, questo non è cristiano, papà. Voglio che la mia prima volta sia speciale. Dicevi che dovevo aspettare fino al matrimonio!
Il padre scrollato la sigaretta sul portacenere e ha detto: Non tirare in ballo stronzate sulla prima volta. Hai già fatto parecchie cose non cristiane. Credi che non lo so? Mi prendi per uno stupido?
Il ragazzo si è girato e si è avvicinato al padre, cercando di non farsi sentire. Senti, ha sussurrato. È davvero fuori di testa. Hai sentito cos’ha detto sull’Olocausto?
Darlene si è ficcata i due Jackson ben in fondo alla borsa per nasconderli ai ladri, sotto a un borsellino trovato per terra in un bar, un paio di occhiali da sole rigati e un sacco di rossetti senza cappuccio – lei non lo sapeva, ma uno era venuto fuori e stava sporcando di rosso tutte le sue cose. Lo sapevo io perché c’ero anch’io in quella borsa, cazzo, un paio di cristalli in una fialetta di vetro che Darlene credeva di aver perduto.
Due mesi prima, la domenica di Pasqua, uno che si definiva rivendito...