
- 144 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Johnny il seminatore
Informazioni su questo libro
Johnny è un eroe, il figlio che tutti vorrebbero avere. È partito in guerra, acclamato dai concittadini in festa, per difendere la libertà del mondo. Belinda però non vuole un fratello eroe, vuole un fratello vivo. Ma quando finalmente Johnny torna a casa, una notte, quasi di nascosto, Belinda capisce subito che suo fratello è cambiato. Che non è in licenza premio, come dice a tutti il loro papà. Che laggiù è successo qualcosa di terribile. Un romanzo che fa riflettere sulle conseguenze della guerra, per chi la fa e per chi la subisce, e che pone una domanda: ci sono guerre giuste e necessarie?
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Informazioni
Print ISBN
9788817119481eBook ISBN
9788858697030Capitolo Dieci
Nei giorni che seguirono capitò di tutto. Intanto cambiò il tempo, sparì la pioggia e apparve un bel sole fuori stagione, caldo e strano, che io e Magda interpretammo subito come un Segno Fausto del Destino.
Johnny tolse il telo sopra la sua postazione e si asciugò le ossa.
Al mattino si svegliava presto, stendeva il suo sacco a pelo a prendere aria, spazzava la tenda, attraversava la piazza, entrava al Bar Grande, chiedeva permesso a Marinoni e usava la toilette per darsi una ripulita.
Marinoni non ce lo voleva, al Bar – era evidente – ma non aveva il coraggio di dirgli di no.
Johnny beveva un caffè, ringraziava e tornava al suo posto.
Non si mosse da lì per tutta la settimana, e tra sole, acqua, vento e barba finì con l’avere un’aria vagamente simile al vecchio olmo che gli stava accanto.
Magda sosteneva con entusiasmo che così – se possibile – era ancora più bello e più sexy (… ha l’aria più matura, capisci…).
Martedì mattina, a scuola, alla seconda ora, la prof Morandi tenne un’interessantissima lezione sull’Evoluzione Storica del Concetto di Tolleranza, che seguii con grande entusiasmo e partecipazione, alzando continuamente la mano per fare domande intelligenti (insomma…).
All’intervallo mi armai di un panino al salame e di una bibita supercalorica, rientrai in classe, vidi Wonderbra che mordicchiava un torsolo di mela cercando inesistenti punti neri sulla sua levigata epidermide, mi sedetti di fronte a lei, mangiai il panino riempiendole il banco di briciole, bevvi la lattina, feci un discreto ruttino e non le tolsi gli occhi di dosso un attimo.
Cinque minuti memorabili.
Quando si dice il gioco degli sguardi.
Franz il Pazzo, tra una scorribanda e l’altra, prese l’abitudine di andare a trovare Johnny tutti i giorni. Arrivava a un’ora qualsiasi, si sedeva accanto a lui, tirava fuori una confezione di birre e rimaneva lì a bere per un po’.
Come conversazione non era granché, d’accordo, ma finì per diventare una presenza a modo suo rassicurante. Perché lo facesse, rimase un mistero. Lui di sicuro non ce lo disse.
Magda, che è ficcanaso e tignosa, decise di investigare le profonde profondità dell’anima di Franz: un paio di volte gli si mise accanto, gli puntò addosso gli occhialini neri, prima la prese alla lontana e poi cominciò a fargli una serie di domande complicatissime.
Lui la ascoltava con grande attenzione, faceva un grugnito, si scolava un’altra lattina di birra, la spiaccicava per terra.
Altra domanda, altro grugnito, altra lattina.
Andarono avanti così per un po’.
Sperai che tra i due scoppiasse un amore folle e irresistibile, da telenovela del venerdì pomeriggio. Me li immaginavo, Franz il Pazzo e Magda la Strega, lanciati a 150 all’ora incontro al loro destino sulle strade statali del mondo, inseguiti dalla sirena della Polizia.
Purtroppo non accadde, e Magda continuò a smaniare per Johnny.
Il mio Johnny, attenzione.
Capitò che il paese si divise, ed era inevitabile, probabilmente.
Qui dalla piazza ci passano tutti almeno cinque volte al giorno. Per forza. La piazza è veramente il centro della vita, qui.
Quindi la presenza di Johnny non poteva passare inosservata.
I più pensarono che si sarebbe stufato presto e che la cosa sarebbe finita così. Si abituarono alla sua presenza e dopo un po’ – ne sono convinta – non lo notarono nemmeno più.
Qualcuno lo aiutò e prese l’abitudine di fermarsi cinque minuti a parlare con lui.
Una signora mai vista prima, che ogni giorno passava a portargli dei libri.
Un pensionato che il mattino all’alba legava il cane al vecchio olmo e stava lì un’ora, in quella poca luce, a parlare anche lui di guerra – un’altra – con una voce così bassa che a malapena si riusciva a percepirla, e che appena la piazza cominciava ad animarsi chiedeva scusa, scioglieva il cane e se ne andava.
«È che mi piace star solo» bisbigliava, «mi deve perdonare.»
Lo sentii una mattina che prima di andare a scuola ero passata a salutare Johnny: parlò di un Laggiù – un altro – che non era né esotico né lontano, ma vicino a noi, dove non c’erano montagne di roccia e neve e cieli limpidi e puliti, ma solo pioggia e fango e uomini che ci morivano dentro, da una parte e dall’altra, da non poterli distinguere, alla fine.
«Nel fango» ci disse, «erano tutti uguali.»
«Lei si è salvato» lo consolò Johnny.
«No» disse lui con quel filo di voce. «Non si è salvato nessuno.»
Venne un uomo apposta da un paese vicino. Aveva il collo così grosso da non abbottonare la camicia e le maniche della giacca troppo corte. Si avvicinò a Johnny incerto e timoroso, guardandosi di continuo alle spalle, come se avesse paura di essere visto da qualcuno. Rimase in piedi, senza sapere dove mettere le grandi mani impacciate.
«Mio figlio è a combattere Laggiù» disse infine, «e mi scrive che è contento di quello che fa. Io sarei anche contento per lui. Tutti sembrano contenti. Che Dio mi perdoni, ho una grande paura e non posso dirlo a nessuno.»
Un pomeriggio di sole arrivò la Morandi con un gruppo di ragazzi della scuola, e c’erano perfino due mie compagne di classe.
Mica me l’aveva detto, la prof.
Li fece sedere in circolo sull’erba finalmente asciutta, fece togliere a tutti le scarpe, che vennero appese all’albero, e pregò Johnny di raccontare.
E Johnny raccontò.
Venne una troupe televisiva di Telenonloso con un cronista assatanato che brandiva due microfoni e cercò di piazzare cavi e luci dappertutto e si mise a spiegare a Johnny che cosa doveva e non doveva dire.
Johnny lo mandò a quel paese.
«Lei non può impedirmi di fare il mio dovere di cronista» ringhiò il tipo.
Franz, che era presente, emise un barrito e la troupe si dissolse.
E venne anche l’Aria Nera, come no.
Divenne ogni giorno più spessa e più densa, potevi sentirla, quasi, condensarsi e allargarsi sotto i portici e nelle strade.
Anche loro probabilmente avevano pensato che Johnny avrebbe mollato. Ma Johnny, come l’olmo, sarebbe rimasto là tutta la vita, se necessario.
E gli rodeva, a loro.
Rodeva ai molti che decisero di non frequentare più il negozio di Papà. O a quelli che continuavano ad andarci ma per fargli capire, in maniera più o meno esplicita, quanto giudicassero poco conveniente il comportamento di Johnny.
«Certe cose» dicevano, «non sta bene portarle in piazza. È una vergogna.»
Una sera Papà tornò a casa e aveva l’aria stanca e invecchiata, più del solito. Si mise sulla sua poltrona, si tolse gli occhiali, si stropicciò gli occhi, mi chiamò:
«Belinda, puoi venire, per favore?».
Aveva una voce strana.
Lo raggiunsi in salotto.
Oh, Papà, pensai, che ti succede?
«Belinda» mi disse, «lo sai che avresti potuto avere un altro nome?»
Tombola, pensai, è il momento delle Grandi Confessioni. Adesso mi spiegherà che sono una trovatella, come nei romanzi d’appendice, che mi hanno trovata in una cesta e hanno deciso di adottarmi. Che i miei veri genitori sono dei Principi di Sangue Reale e che alla maggiore età potrò riavere il mio Regno. Magari sono la Zarina di tutte le Russie.
Non che l’idea mi dispiacesse. Avrei nominato Magda Primo Buffone di Corte e tutti i ragazzi sarebbero caduti ai miei piedi.
Mica male.
«Vedi» disse Papà, «quand’ero giovane, prima ancora di conoscere Mamma…»
«Alcune ere geologiche fa.»
«Molti anni fa, certo. Avevo finito il liceo e non sapevo bene cosa volevo fare. Certe volte pensavo che mi sarebbe piaciuto andarmene dal paese, fare l’università, vedere un po’ di mondo, non so… cose che allora mi sembravano grandi, importanti. Era come se tutto mi andasse stretto. E non ero contento, proprio per niente, anche se non avrei saputo spiegare perché. Forse a te ancora non succede…»
«Succede, succede.»
«Sì, eh? Poi c’era mio padre, il nonno, che mi diceva: qui hai il negozio, non sarà gran cosa, però… e hai gli amici, hai tutto… Vero. Però certe volte prendevo la bicicletta e facevo dei lunghi giri, tra i campi e la nebbia, e pensavo: non ci resisto. Quasi quasi mando tutto al diavolo e me ne vado. E l’avrei fatto, forse, se solo avessi avuto qualcuno con cui dividere quest’avventura. Ma sembrava che queste cose le sentissi solo io, e pensavo: “Se le sento solo io, allora sono sbagliate”. Non s...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Capitolo uno
- Capitolo Due
- Capitolo Tre
- Capitolo Quattro
- Capitolo Cinque
- Capitolo Sei
- Capitolo Sette
- Capitolo Otto
- Capitolo Nove
- Capitolo Dieci
- Capitolo Undici
- Capitolo Dodici
- Capitolo Tredici
- Capitolo Quattordici
- Appendice Tutte le guerre di Laggiù
- Copyright