All’alba l’esploratore non si era ancora mosso. Giaceva, russando, dove lo avevano lasciato, con un coleottero appollaiato sul mento.
Max si svegliò per primo e, mentre cercava di alzarsi, diede un calcio a Fred in mezzo alle gambe. Si grattò da capo a piedi, poi attraversò di corsa la piazza di pietra, scosse la spalla dell’esploratore e si sedette sopra di lui.
L’uomo si svegliò di soprassalto. Fred sussultò, ricordando ciò che aveva detto sui suoi riflessi in caso di brusco risveglio, ma in quel momento sembrava solo vagamente sbigottito e aveva un’espressione gentile.
«Questa posso mangiarla?» domandò Max. Avvicinò una manciata d’erba alla faccia all’esploratore.
L’esploratore fece scivolare Max a terra, si mise a sedere e cominciò a soffiare sul fuoco. «No, non puoi» disse.
«Non l’hai nemmeno guardata!»
«Le probabilità che la risposta sia affermativa sono molto basse.» Alzò lo sguardo. «È velenosa. Quindi no.»
«Sicuramente? Oppure forse?»
«Sicuramente.»
«Oh. E questo?» Gli mostrò il coleottero che prima era posato sul mento dell’uomo, e che aveva raccolto da terra.
«Quello potresti mangiarlo» disse l’esploratore. Glielo tolse di mano con delicatezza. «Ma non credo che tra due ore ne saresti felice. In generale, è sempre meglio non mangiare nulla che ancora si muove.»
«Ma ho fame. Si muove pochissimo.»
«Insisto nello scoraggiarti.»
«Cosa vuol dire?»
«Vuol dire di no.»
«Oh.»
Max si sdraiò sulla schiena. Non pianse ma aveva un’espressione assente, più da vecchio che da bambino. Cominciò a cantare tra sé e sé in portoghese, lentamente, sottovoce.
Fred raccolse la rugiada dalle foglie e la usò per pulirsi il viso. Scrutò Max – con grande attenzione – per la prima volta dopo molti giorni. Era sempre più magro e gli zigomi gli sporgevano sotto gli occhi. Lila si era messa d’impegno perché avesse un aspetto ordinato e pulito, eppure Max aveva sul volto una scia bavosa di muco e polvere verde sulle sopracciglia.
Anche l’esploratore stava guardando Max. Aveva un’espressione strana: gli occhi brillanti e le labbra strette.
Tutt’a un tratto si alzò. La sua voce era brusca, in un modo artificiale e poco convincente.
«Che cosa ci fate seduti? Il tempo è prezioso! Non dovreste prepararvi per il viaggio?»
«E cosa dovremmo fare di preciso? Non ne abbiamo la minima idea!» disse Con. Sembrava un lamento e Lila le scoccò un’occhiataccia.
L’esploratore aveva un’espressione dura. «Se la vostra intenzione è sopravvivere, dovete imparare ad arpionare il pesce. In alcune spedizioni gli uomini sono sopravvissuti per sei mesi proprio grazie alla pesca.»
Il volto di Max s’illuminò. «Pesce? Adesso?»
«Stasera. C’è un lago poco lontano da qui.»
«Ma io ho fame adesso!» protestò Max.
«Deve essere buio. Nell’attesa potete preparare gli arpioni.»
«Ci ho provato» disse Fred. Scacciò una zanzara. «Ma i rampicanti che usavo per legare le pietre focaie continuavano a spezzarsi.»
«Rampicanti?» L’uomo parve stupito. «Non si usano i rampicanti per fissare la punta degli arpioni! Sarebbe come usare lo scotch per costruire un treno a vapore. Idiota di un ragazzo! Si usa l’intestino. Dove sono le interiora del vostro uccello?»
Con indicò la giungla, dove avevano seppellito l’intestino e gli altri scarti, a distanza di sicurezza.
«Bisogna recuperarle e scaldarle sul fuoco per farne una corda.» Mosse le mani, come se facesse un nodo. «Non disturbatemi finché non avete finito.»
Si voltò di colpo – ormai ci si stavano abituando – e si allontanò, andando verso il groviglio di rampicanti che nascondeva l’angolo della piazza.
Dissotterrarono le interiora dell’uccello. Non era certo un bello spettacolo e il tempo trascorso sottoterra non le aveva migliorate. Con lavò l’intestino dentro una mezza noce di cocco, dopodiché Lila e Fred lo distesero su alcune pietre, cercando di non fissare troppo a lungo quei tubi semi-traslucidi.
Max afferrò Lila per la caviglia. «Lila! Hai sentito?»
«Che cosa?»
Il silenzio, intorno a loro, era rotto solo dal ronzio continuo degli insetti tra gli alberi. Fred si voltò di scatto: riconobbe quel rumore distante, era lo stesso rombo strozzato che aveva già sentito una volta.
«Viene da laggiù, dietro i rampicanti» disse. «Vado a vedere.»
«No!» esclamò Con. «Ha detto “non disturbatemi” e secondo me è meglio fare come dice: ti ricordo che porta ai polsi un paio di artigli al posto dei gemelli.»
«E se invece lo sta sbranando un animale?» disse Fred. «Nemmeno in quel caso?»
Lila scosse la testa. «Sono d’accordo con lei.»
Con si voltò sorpresa. «Davvero?»
«Di qualunque cosa si tratti, l’esploratore non vuole condividerla con noi e non possiamo permetterci di farlo arrabbiare di nuovo.» Lila si voltò verso il fuoco con inaspettata fermezza. «Prepariamo gli arpioni.»
Fred si sedette controvoglia. Era stata una mattina appiccicosa e ora che volgeva al termine, nessuno di loro aveva un buon odore. L’intestino non era facile da svuotare e scaldarlo sul fuoco per indurirlo sembrava una procedura inaspettatamente medievale.
«Non pensavo che sarebbe stato così andare a pesca» disse Con. «M’immaginavo un gruppo di vecchietti in riva al fiume che ripetono a tutti di fare silenzio, come bibliotecari-di-fiume.»
Fred aprì la bocca per rispondere, ma le interiora gocciolanti gli schizzarono grasso bollente sui denti, così richiuse subito le labbra.
Si domandò se le sue dita avrebbero mai perso quel vago odore di uccello morto. Eppure, quando il sole cominciò a tramontare, aveva tra le mani un arpione con il manico lungo e la punta di selce che luccicava. Quello di Lila era solido e dritto, ma la corda attorno alla felce era messa male a causa di Baca, che aveva cercato di dare il suo contributo coprendosi di grasso. L’arpione di Con era il più curato, perché lei aveva mani abili e precise, anche quando si trattava di maneggiare interiora d’uccello.
Fred andò in cerca d’acqua per togliersi il grasso dalle braccia. Nelle concavità delle pietre la pioggia aveva lasciato piccole pozze, ognuna delle quali bastava a pulirne una parte; così Fred si spostò da una all’altra, attraversando la cittadella fino a liberarsi dell’odore di grasso bruciato, o almeno della puzza più molesta. Tornando indietro, udì delle voci.
L’esploratore era in ginocchio, chino sul suo casco coloniale. Lila si era accucciata accanto a lui.
«Devi stare attenta alle giunture delle ginocchia e dei gomiti.» Era la voce dell’esploratore che parlava in un sussurro. «A quest’età sono ancora molto fragili.»
Lila annuì. «Lo so.» Tese la mano verso il casco. «Quando si muove, riesco a sentirle; sono così leggere, come ossa di gabbiano.»
«Controlla bene sotto le ascelle che non ci siano parassiti. In questo modo.»
La testa di Baca sbucò dal bordo del casco coloniale con un gemito di protesta.
Sul volto dell’esploratore apparve una specie di sorriso. «Sta facendo delle scene inutili; l’acqua gli fa bene. Ora tienilo per le zampe.»
«Così?» Lila sollevò Baca dal bagno, tutto gocciolante e con le zampe a penzoloni.
«Sì. Controlla lo stomaco, che non ci siano zecche.»
Lila controllò, strofinando le dita sulla pancia del bradipo strizzando gli occhi per la concentrazione. «Non c’è nulla.» La pelliccia di Baca era incollata alle ossa del cranio, e gli occhi erano spalancati per l’affronto subito; mentre ciondolava dalle mani di Lila, emise uno strillo rauco.
«Ora devi asciugarlo.»
Lila si sciolse i capelli, che le ricaddero in un’onda irregolare fino alla vita. Li usò per avvolgere il bradipo e lo strofinò con delicatezza. Fasciato nei riccioli marrone scuro, Baca tirò su col naso. Fred guardò Con dentro la stanza di pietra: sul volto aveva l’ombra di un sorriso. In grembo teneva la testa di Max, mezzo addormentato.
L’esploratore sollevò un sopracciglio e anche gli angoli della bocca, di mezzo centimetro. «Non credo che sia un metodo consigliato nelle scuole di veterinaria. Ma direi che va bene.»
Il sole calò verso la statua della pantera. L’esploratore alzò gli occhi e si accorse di Fred che lo guardava. Balzò in piedi, forse imbarazzato da quell’attimo di gentilezza, urtò con la gamba dolorante quella buona e tornò brusco come sempre.
«Allora! Siete pronti a partire? Dovete portarvi del fuoco: gli occhi dei pesci brillano di rosso quando sono illuminati. Cercate della legna che bruci lentamente; rami compatti, altrimenti si consumano troppo in fretta.»
Si disposero in fila e avanzarono tra gli alberi scuri, ciascuno con un ramo acceso. Baca, ancora un po’ umido, viaggiava nella camicia di Lila.
L’esploratore si muoveva senza nemmeno un fruscio; gli altri avanzavano a fatica dietro di lui, urtando le radici nascoste con la punta dei piedi. Un ramo colpì Fred in faccia e le foglie si annerirono a contatto con la fiamma della sua torcia, ma il legno era troppo verde per prendere fuoco.
«Non incendiate la giungla, per favore» disse l’esploratore, senza voltarsi.
Fred scoprì con sua grande sorpresa che il buio non era più minaccioso. Gli dava ancora i brividi, ma le ombre nere degli alberi non lo spaventavano come prima. Il cambiamento era stato così lento che quasi non se n’era accorto.
«Ci sono formicai ovunque, da queste parti» disse l’esploratore. «Nulla di terribile – le uniche formiche pericolose sono le formiche-proiettile – ma evitate di disturbarle se potete. Una volta sono stato attaccato da una colonia mentre dormivo. Al risveglio mi sembrava di avere il corpo coperto di verruche.»
«Oh» disse Lila. «Wow.»
«Già. Di certo non ha aiutato il morale.»
Deviarono, procedendo a nord-ovest, giù da un ripido pendio. Ogni volta che le torce si consumavano, strappavano altri rami e ne accendevano di nuove. Per due volte Fred perse l’equilibrio e scivolò fino a sbattere contro un albero. Max inciampò e inghiottì il fango: furono cost...