In un mondo gestito dalla Unreal Corporation e dai suoi androidi, buona parte dell'umanità vive connessa a New Life, un universo virtuale composto da cento scenari con diverse ambientazioni. Anche Deb Aser, un ragazzo deciso a esplorare ogni angolo del Sistema, si registra a New Life, e con lui il suo amico Arizona, che sogna di diventare una stella dello Skullball, lo sport più seguito nella realtà virtuale. Impossessatosi di una misteriosa pergamena, oggetto di contesa tra l'affascinante e pericolosa maga Kalea Koshir e un Primo Maestro di New Life, Deb si arruola nell'Accademia delle Ombre, retta dall'enigmatico Shadow: è qui che si forgiano gli Hunter, combattenti formidabili capaci di destreggiarsi in ogni scenario di New Life. Ma, scoprirà presto Deb, la pergamena non è altro una mappa creata dal dottor Wong, il padre dell'universo virtuale, che lo metterà sulle tracce di nove sfere nascoste negli scenari più pericolosi del Sistema. Determinato a recuperarle tutte, il ragazzo inizia una ricerca che lo porterà a scontrarsi con cyborg psicopatici, incantesimi letali e armi fantascientifiche, armato solo del suo amore tormentato per Kalea, della sua ambizione, e della musica rock caricata sul suo vecchio iPod. Nel suo romanzo d'esordio, David Fivoli amalgama fantascienza, urban fantasy e cinema di genere, dando vita a una narrazione dal ritmo forsennato, che non concede tregue al lettore, lasciandolo sospeso sul labile confine tra realtà e immaginazione.

- 400 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Hunter
Informazioni su questo libro
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Informazioni
Argomento
LetteraturaCategoria
Fantascienza1
BABILONIA
NEW LIFE
NOTTE DI CAPODANNO 2049-2050
SCENARIO: BABILONIA
TIPOLOGIA SCENARIO: SCENARIO BASE DEL SISTEMA
SEZIONE SCENARIO: GONEKA
ABILITAZIONE MAGIA: COMPLETA
LIVELLO TECNOLOGICO: 8
Mi fermo a prendere fiato e alzo lo sguardo al cielo. Una pioggia sottile mi s’incolla alla pelle. Socchiudo le palpebre e continuo a vederla, come una ragnatela impressa sulla retina. Inspiro. Espiro. Lascio che l’acqua mi scorra sul viso, e per un attimo mi sembra di percepirne la consistenza, di intuire l’energia che tiene insieme ogni goccia.
Riapro gli occhi e sgomito tra la folla, cercando di farmi strada. Babilonia è in festa, milioni di persone stanno brindando all’anno nuovo.
Passo davanti a un palco all’aperto e lancio un’occhiata al gruppo che sta improvvisando musica jazz. Non amo il genere, ma questi non devono essere male a giudicare dall’entusiasmo del pubblico. Appena esco dalla calca, incrocio un mezzorco che mi dà una spallata.
«Attento a dove metti i piedi, grigio» urla con disprezzo.
Rovino a terra, maledicendo l’anonima casacca che indosso. Il marchio del visitatore.
Ancora poche ore e cambierà tutto, penso mentre mi alzo e raccolgo la busta che mi portavo dietro. Abbasso la testa e mi dirigo verso il centro dei giardini pensili del Green Garden, il bar che sorge sull’enorme terrazza di questo grattacielo nel cuore del quartiere di Goneka.
Arizona è davanti al maxischermo olografico che trasmette gli highlight del campionato di skullball appena concluso. Se ne sta a terra a gambe incrociate, completamente rapito dal teschio d’avorio con occhi di smeraldo che vola tra le mani degli attaccanti dei Babilonia Raptors, intenti a schivare i taser e le mazze chiodate dei difensori dei New Life Skeletons.
Ho iniziato a chiamarlo così la sera che ci siamo conosciuti. Avevo diciassette anni e i miei genitori erano morti da poco. Era la mia prima notte in orfanotrofio e alcuni ragazzi mi avevano coinvolto in una smazzata a poker. Una partitella con cip nominale e rilanci limitati. Roba tranquilla, insomma, tanto per ammazzare la noia e rompere il ghiaccio con i nuovi arrivati. Ce l’avevo seduto di fronte: era enorme. Io ero bravo a giocare. Inespressivo, glaciale, concentrato. Non lasciavo trapelare nessuna emozione. Così il gigante ha iniziato a chiamarmi Alaska. A lui, invece, leggevo in faccia ogni punto: per me è sempre stato un libro aperto. Ricordo di avergli detto che se io ero l’Alaska, lui, allora, doveva essere l’Arizona. E siamo scoppiati a ridere come fratelli. Lui, poi, si è tenuto il nomignolo. Io no. Che razza di soprannome è Alaska?
Scendo dalla giostra dei ricordi, tiro fuori due lattine di birra e gliene passo una.
«To’, bevi alla mia salute» dico.
Rimane a bocca aperta.
«Cavolo hai fatto a trovare i crediti per le birre?»
«Questo è niente, Ari, guarda qui.»
Apro la busta e lo lascio sbirciare dentro: ci sono un paio di aerosurf di ultima generazione. Arizona si alza e mi trascina in disparte.
«Deb… a chi li hai fregati?»
«Che cambia? È la notte di capodanno e sono tutti ubriachi. Penseranno di averli persi. Sono le due e ci rimane meno di un’ora. Vieni a fare un giro o no?»
«Un giro? Tu stai fuori. Non li sappiamo mica pilotare ’sti cosi…»
Sorrido. Assieme alle tavole ci sono anche un paio di byr: guanti che permettono di acquisire l’abilità che vi è caricata. Grazie a loro possiamo pilotare questi aggeggi. Non saremo dei campioni, ma almeno non rischieremo di schiantarci.
Arizona si guarda attorno.
«Non so… stanotte è pieno di fuochi artificiali. Ho sentito che c’è il divieto di circolazione in aria, tipo che volano solo gli aerotaxi autorizzati.»
«Che ti frega? È la nostra ultima notte con queste maledette casacche. Divertiamoci. E poi saranno tutti impegnati a festeggiare. Arriviamo a River Park, dai!»
Gli strizzo l’occhio. Se lo conosco – e lo conosco – ci metterà poco a convincersi. E infatti dopo tre secondi mi fa: «Al diavolo, ti vengo dietro. Però, poi, gli aerosurf li lasciamo al banco degli oggetti smarriti».
Andiamo verso il limite del palazzo, scavalchiamo la balaustra e saliamo sul cornicione. Sono senza fiato. Lo spettacolo che offre lo skyline di Babilonia stanotte è incredibile. Le due lune piene, una azzurra e una verde, immobili come sentinelle. Gli aerotaxi che sfrecciano veloci. I grattacieli che sembrano fluttuare nell’aria, come sorretti da enormi mani invisibili. Agli ultimi piani, sulle terrazze, i party più esclusivi della megalopoli.
Indosso il byr e accendo l’aerosurf. In un lampo si allarga alle dimensioni di una tavola normale e s’illumina di viola.
«Sei pronto?» chiedo.
Arizona fa lo stesso. Il suo diventa giallo.
«Pronto.»
Ci lanciamo nel vuoto, lasciandoci alle spalle il grattacielo. Scendiamo in picchiata seguendo una corrente d’aria. Urliamo di gioia e salutiamo gli aerotaxi che lampeggiano e strombazzano passandoci vicino. Poi risaliamo volteggiando nel cielo e improvvisiamo capriole e piroette tra i fuochi d’artificio che ci esplodono attorno. Dopo mezz’ora arriviamo alla periferia nord, di fronte all’imponente grattacielo oltre il quale, dabbasso, c’è l’ingresso principale a River Park.
Arizona si avvicina.
«Ci passiamo sopra e scendiamo in picchiata?»
Scuoto la testa.
«Facciamo una sfida. Io passo a destra, tu a sinistra. Chi arriva prima alle giostre rotanti vince. Ci stai?»
Il mio amico indica qualcosa alle mie spalle. Mi volto, ma non vedo nulla. Quando torno a guardare davanti mi accorgo che è partito e sta già volando verso il lato sinistro del palazzo.
«Maledetto» sibilo, poi piego le ginocchia, apro le braccia e do un colpo con il tallone alla tavola, che vira verso il lato opposto. Girato l’angolo m’inclino per scendere verso il parco ma vengo colpito da un particolare che non ricordavo. A una cinquantina di metri a destra del grattacielo c’è una piccola costruzione che fluttua in aria. È illuminata da centinaia di lampade che cambiano colore a intermittenza. Ricorda le pagode dei quartieri orientali. Anzi, è proprio una di loro e stride non poco da queste parti.
Rallento. Al diavolo la gara, questa è da raccontare. Atterro davanti al porticato, spengo l’aerosurf e mi avvicino all’ingresso. Quello che vedo all’interno è ancora più assurdo della pagoda volante. Due maghi stanno levitando a mezz’aria. Da una parte, un anziano dai lineamenti asiatici. Dei lunghi baffi bianchi gli scendono fino al petto e indossa una tunica celeste con il simbolo di una spada Claymore. Dall’altra, una giovane dalla pelle bianca e i capelli rossi. Anche la tunica è rossa e il simbolo che la adorna raffigura una sciabola. Nello spazio che li divide c’è una pergamena arrotolata. Fluttua sopra di loro e si sposta ora verso le mani di uno, ora verso quelle dell’altra.
Rimango a osservarli, affascinato. In cinque anni che bazzico New Life come visitatore non ho mai visto niente del genere. A Babilonia, per quanto ne so, la magia è poco praticata, visto che le abilità relative non sono più di una dozzina. Metà delle quali illegali, per giunta. E le pene per chi viene sorpreso a praticarle sono severissime.
Questi devono aver passato la serata a riempirsi di alcol per poi inscenare il proprio fight club di capodanno. Li spio rannicchiato dietro la porta.
Per uscire dallo stallo, la maga ignora, per un attimo, la pergamena. Unisce i palmi, li apre di scatto e lancia una palla di fuoco. Il suo avversario fa un rapido movimento con il braccio e crea uno scudo di ghiaccio, poi dai suoi occhi parte un fulmine. La ragazza lo schiva gettandosi a terra, si rialza al volo e nella mano le compare una sciabola che brilla come se sprigionasse energia. Tra le mani dell’anziano appare, invece, una spada Claymore che risplende di un’aura celeste. I due iniziano a duellare. Sono affascinato, di magie del genere non ho mai sentito parlare.
La pergamena intanto è caduta a terra, vicino all’ingresso. È chiusa da un laccio di cuoio ed è a un passo da dove mi trovo. Potrei afferrarla facilmente. Lancio un’occhiata ai maghi. Sono troppo impegnati per fare caso a me. Il buon senso mi sta ordinando di andarmene; il più velocemente possibile, magari. Ma io non l’ascolto e allungo la mano. Prendo la pergamena, me la stringo al petto e mi siedo a terra. Ho le spalle poggiate alla parete esterna della pagoda e trattengo il respiro. I duellanti non si sono accorti di me. Scivolo via e mi getto dal porticato con l’aerosurf ancora spento. Lo accendo solo a pochi metri dal suolo. Controllo l’ora: mi restano dieci minuti. Ragiono in fretta. Devo nascondere la pergamena vicino alle giostre rotanti. Penso al tronco cavo della vecchia quercia spezzata, sull’orlo della cascata, vicino alla rampa di lancio della pista per gli aerosurf. Ci arrivo a tutta velocità e mi guardo intorno. Non c’è nessuno. Prima di nasconderla la apro per dare un’occhiata.
C’è scritto sopra: SFERE DI APERTURA. Passandoci il dito posso sfogliarla come uno schermo touch. Ci sono dieci pagine che scorro velocemente: sono tutte vuote a eccezione delle prime due. Torno alla prima e leggo con più attenzione.
SFERA MADRE – BABILONIA. STATUS: MONOLITO DI RACCOLTA ATTIVO
E sotto vedo l’immagine di un monolito nero con al centro una sfera che sembra viva. Pulsa come un cuore. L’insieme di colori fluttuanti che si rincorrono tra loro la fanno brillare di un riflesso indefinibile. Attorno ci sono nove buchi delle dimensioni della sfera centrale. Se clicco sul monolito mi appare la mappa di Babilonia con delle coordinate. Questo monolito di raccolta, qualunque cosa sia, si trova a Babilonia alta, il quartiere dei ricchi, al confine nord della città.
Ho ancora tre minuti. Passo alla seconda pagina.
SFERA 1 – SERENITY. STATUS: SFERA NON RECUPERATA
Nient’altro. Nessuna immagine, nessuna mappa, niente coordinate. Non ho idea di cosa significhi ma ora non è il momento. Ci ragionerò domani. Richiudo la pergamena e la metto nel tronco, poi mi lancio per la rampa. Le giostre rotanti sono proprio qui sotto.
Arizona mi sta aspettando, spazientito.
«Cavolo eri finito?» mi fa.
«Niente. Mi sono fatto un giro» rispondo. Spengo l’aerosurf, lo inserisco nella campana degli oggetti smarriti insieme al byr e guardo l’ora.
Dieci secondi alla disconnessione.
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Hunter
- 1. BABILONIA
- 2. UNA NUOVA VITA
- 3. GEIER
- 4. LA FUGA
- 5. SHADOW
- LE NOVE SFERE. Tre anni dopo
- IL COWBOY MISTERIOSO. Un anno dopo
- L’ULTIMO HUNTER. Un anno e mezzo dopo
- SHANGRI LA
- LE SCUOLE DI MAGIA
- LE SCUOLE D’ARMI
- NEW LIFE SKULLBALL LEAGUE PRIMA DIVISIONE
- ALBO D’ORO
- PORTALI DI COLLEGAMENTO
- SOUNDTRACK
- RINGRAZIAMENTI
- Copyright
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