Nonostante la secca calura di tarda estate, nella grande foresta non v’era mai silenzio. Rasoterra – il suolo spoglio e molle era coperto di rami caduti, fuscelli, foglie marce nereggianti come cenere – un rumorio fluiva senza tregua. Come un fuoco che, ardendo con assiduo crepitio, ogni tanto scoppietta – quando un nodo del legno s’infiamma o un ciocco ruzzola fra le braci – così, nella foresta, ai piedi degli alberi, le ore trascorrevano nella penombra fra stormire di fronde e tonfi e schianti, intermittenti sospiri della brezza, fruscii di rettili o di roditori e, di quando in quando, lo scalipiccio di qualche animale più grosso in movimento. Più su, il crepuscolo verde del fogliame formava un altro regno – popolato di scimmie e bradipi, di ragni cacciatori e innumerevoli uccelli – creature che trascorrono la vita alte da terra. Quassù le voci eran più sgargianti o stridule: cinguettii, improvvisi schiocchi e gridi, urletti e sorde percosse, richiami argentini, strepito e scroscio di fogliame disturbato. Più su ancora, negli strati superiori, dove il sole percuoteva le chiome delle piante la cui massa somigliava a un banco di nuvole verdi, il rauco tenebrore cedeva a una silente luminosità; e qui grandi farfalle svolazzavano tra le frasche, senza ché occhio potesse ammirare quelle ali multicolori né orecchio percepire il loro minutissimo fruscio.
Gli animali terragnoli – simili ai ciechi grotteschi pesci che abitano le profondità marine – dimoravano, anch’essi ignari, nella regione più bassa di un mondo che, dal cupo grigiore uniforme, s’innalzava a un’uniforme, abbacinante luminosità. Strisciando o zampettando lungo i loro furtivi itinerari, queste creature raramente si spingevano lontano e ben poco vedevano del sole o della luna. Un cespuglio di rovi, un dedalo di tane fra i tronchi, un pendio sassoso o erboso: non conoscevano molti altri luoghi, costoro, della terra in cui vivevano e morivano. Nati lì, lì riuscivano a campare più o meno a lungo, e, entro quei confini angusti, tutto era loro familiare, a palmo a palmo. Poteva accadere che, di tanto in tanto, alcuni si spingessero più lungi, o qualora venisse a scarseggiare il nutrimento o, più di rado, per l’irruzione di una qualche forza, estranea e incomprensibile, nel loro quotidiano.
Fra gli alberi, l’aria non si muoveva quasi affatto. Il caldo l’aveva resa greve, spessa, tanto che gli insetti alati posavano torpidi sulle stesse foglie sotto le quali stavano agguattati la mantide e il ragno, troppo insonnoliti per cacciare. Lungo la base di una roccia rossa, inclinata, avanzava un porcospino, annusando e raspando. Squarciò un minuscolo riparo di stecchi e, da quel rifugio, scappò via fra le pietre un magro animaletto dalle orecchie rotonde, tutto occhi e zampe ossute. Il porcospino, senza badargli, s’accingeva a divorare gli scarabei scorrazzanti fra gli stecchi quando, d’un tratto, si soffermò, levò il muso, stette in ascolto. Mentre se ne stava così, immobile, un animale bruno simile a una mangusta sbucò da un folto di cespugli e andò a infilarsi nel suo covile. Da più lontano venne il crocidio di alcuni uccelli.
Di lì a un momento anche il porcospino era scomparso. Aveva percepito non soltanto la paura degli altri animali, ma anche qualcosa della sua causa: un turbamento, una vibrazione, dai recessi del bosco. A non molta distanza, infatti, un essere incredibilmente pesante si stava muovendo e i suoi passi battevano la terra come un rullo di tamburi. Le vibrazioni crebbero finché persino un orecchio umano avrebbe udito, lì nella penombra, dei tonfi irregolari e poderosi. Un sasso rotolò giù per una balza e seguì un crosciare di frasche nel sottobosco. Poi, alla sommità del pendio che sovrastava la roccia rossa, la fitta cortina di vegetazione cominciò a squassarsi. Un alberello si inclinò, scrocchiando, fin quasi a terra e, prima di schiantarsi, sobbalzò più volte, via via più debolmente, sui rami flessibili: quasi un’eco visiva suscitata dalla sua caduta, insieme all’eco sonora, nella silvestre solitudine.
Nel varco, semicelato ancora da un groviglio di tralci e foglie e fiori divelti, comparve una figura mostruosa, la cui terribilità superava di gran lunga quella di un luogo pur così cupo e selvaggio. Era enorme – gigantesco – e, ritto sulle zampe posteriori, misurava due volte la statura d’un uomo. Di pelo ispido, gli spuntavano artigli ricurvi, grossi quanto un dito umano, fra cui erano impigliati brandelli di felci, di corteccia. Un vapore esalava dalle fauci spalancate, irte di zanne aguzze. Spingendo il muso in avanti, annusava, mentre gli occhi iniettati di sangue esploravano, miopi, la sottostante terra forestiera. Per un lungo momento restò eretto, ansimando e ringhiando. Poi, piombato goffamente a quattro zampe, si spinse nel sottobosco – raspando sulle pietre con gli artigli arcuati, non retrattili – giù pel pendio, verso la roccia rossa. Era un orso – come non se ne vede in mille anni – più possente di un rinoceronte e più pesante di otto uomini. Giunto sulla radura, presso la roccia, si soffermò, inquieto, facendo oscillare la testa, qua e là. Poi di nuovo s’impennò, annusò l’aria e lanciò un profondo latrato tossicoloso. Aveva paura.
Paura… Che cosa poteva temere quell’abbattitore di alberi, il cui passo faceva tremare la terra? Il porcospino, rattrappito in un’angusta tana sotto la roccia, avvertì quella paura con stupore.
Che cosa poteva aver spinto l’orso a vagare per terre sconosciute, per boschi non suoi? Si lasciava dietro una strana scia: un odore acre e soffocante, l’odore della paura.
Una schiera di fulvi gibboni passò come a volo e, urlando, schiamazzando, si dileguò per i sentieri arborei. Poi un paio di genette, sbucate al trotto dal sottobosco, passarono accanto all’orso senza neppure guardarlo e disparvero veloci com’erano apparse. Tirava un vento strano, innaturale, agitando le masse di fitto fogliame in cima al pendio, e gli uccelli volavano a stormi con esso – pappagalli, smerghi e fringuelli multicolori, colibrì verdi e azzurri e cornacchie brunastre, garzette e alcioni e martin pescatori – tutti lanciando stridi, cinguettii assordanti. La foresta si riempì, via via, d’un rumore di fretta e movimento. Passò, trascinandosi a stento, un armadillo ferito; un pecari saettò nella radura, seguito da un lungo serpente verde. Il porcospino scappò dal suo buco, quasi ai piedi dell’orso, e scomparve. L’ orso, ancora impennato, torreggiante sulla roccia piatta, annusando, esitava. Poi il vento, rafforzatosi, portò un rumore che pareva estendersi da un capo all’altro della foresta – un muggito di cascata, l’ansimare d’un gigante – il rumore e l’odore della paura. L’orso si volse e s’avvio barcollando fra le piante.
Il rumore divenne un ruggito che cresceva sempre più e, ormai, gli animali in fuga erano innumerevoli. In gran parte già esausti, procedevano oltre tuttavia, con le lingue penzoloni, gli occhi fissi che nulla vedevano. Quelli che cadevano venivano calpestati. Tra la fitta vegetazione, cominciavano a filtrare sbuffi di fumo. Qua e là le grosse foglie glauche scintillavano all’intermittente riverbero di una luce guizzante, più brillante di quante mai avessero penetrato i recessi della foresta. Il calore aumentava e ormai non restava più essere vivente – né una mosca, né una lucertola – nella radura intorno alla roccia. Alla fine comparve qualcosa più terribile ancora dell’orso. Una singola fiamma saettò attraverso la cortina di tralci, si ritrasse, tornò, guizzando come la lingua d’un serpente. Un cespuglio di zeltazla dalle foglie aculeate, mezzo secche, s’incendiò e, ardendo allegramente, gettava un fosco lucore sul fumo che ormai riempiva la radura come nebbia. Subito dopo, l’intera muraglia di vegetazione al sommo del pendio venne squarciata, come da un pugnale di fuoco, dal basso in alto, e subito le vampe corsero oltre, lungo il tronco dell’albero abbattuto dall’orso. Nel giro di pochi minuti, quel luogo – con tutto ciò che lo caratterizzava, alla vista, al tatto, all’olfatto – venne cancellato per sempre. Un albero secco che, da chissà quanto, giaceva inclinato, sorretto dal sottobosco, crollò di schianto sulla roccia rossa, frantumandosi, striandola di nero come il mantello d’una tigre. Tutta la vallicella prese fuoco, come l’intera foresta era bruciata, per miglia e miglia, per portare l’incendio fin lì. E quand’ebbe finito di ardere, l’avanguardia delle fiamme era già a più d’un miglio sottovento, mentre l’incendio proseguiva il suo cammino.
L’enorme orso vagò ancora, irresoluto, per la foresta, ora soffermandosi a esplorare con lo sguardo i luoghi sconosciuti intorno a sé, ora riprendendo il suo trotto affannato, sentendosi sempre inseguito dal mugghio delle fiamme avanzanti e dal puzzo di frasche bruciate. La paura e lo sgomento lo rendevano ottuso. Era dalla sera del giorno avanti che il nemico l’incalzava. Riluttante a fuggire, non riusciva a trovare tuttavia altra via di scampo. Mai, prima d’ora, era stato volto in fuga. Mai essere vivente aveva osato sfidarlo. Ora, con un misto di rabbia e vergogna, arrancava oltre, incespicando sulle radici affioranti, tormentato dalla sete, desideroso di potersi, invece, rivoltare e combattere contro quel guizzante avversario che nulla atterriva. Una volta l’attese a piè fermo, nei pressi d’un acquitrino, ingannato da quel che sembrava, finalmente, un indugio nel nemico avanzante; ma dovette scappare, giusto in tempo, prima di venir circondato dal fuoco che aggirava lo stagno da ambo i lati. Un’altra volta, preso come da follia, si buttò al contrassalto e, rampando, percosse le fiamme, scottandosi le zampe, bruciacchiandosi il pelo. Non ancora rassegnato, continuava a soffermarsi, a studiar l’occasione di battersi; ma era sempre costretto a tirarsi indietro e, aprendosi un varco a gran colpi di artigli fra tronchi e cespugli, proseguire la fuga.
Sempre più lenta, ormai. Ansimava, con la lingua fuori e gli occhi semichiusi, per il fumo che sempre più s’addensava. Inciampò con la zampa bruciacchiata contro una pietra aguzza, cadde, ruzzolò su un fianco e, quando si rialzò, confuso, compì una mezza giravolta e si diede a vagare su e giù, parallelamente al fronte delle fiamme in avanzata. Esausto, aveva perso il senso dell’orientamento. Soffocato dal fumo che l’avviluppava, non riusciva più neanche a distinguere da che parte arrivasse il fuoco. Le fiamme ormai vicine s’appiccarono a un groviglio di radici di quaian e, divorandole rapidamente, gli lambirono una zampa davanti. Poi da tutte le parti sorse un ruggito, come se il nemico si fosse deciso a sferrare l’attacco finale. Ma ancor più alto e fiero si levò l’urlo dell’orso stesso, forsennato, pronto a battersi. Dimenando la testa qua e là, dava zampate tremende alle vampe assedianti, facendo sprizzare scintille, ritto in tutta la sua statura, scalpitando avanti e indietro. Il terreno era molle e cedevole, sicché l’orso sembrava sprofondarvi sotto il proprio peso. Una lingua di fuoco raggiunse la folta pelliccia e, in un attimo, l’animale fu avvolto dalle fiamme. Vacillava e saltellava come se eseguisse un grottesco balletto. Accecato di rabbia e terrore, indietreggiò fin sull’orlo di un greppo scosceso. Barcollando, vide d’un tratto, al sinistro bagliore, un altro orso che, là sotto, scintillante e stravolto, levava le zampe roventi verso di lui. Poi si tuffò e scomparve. Di lì a un attimo si udì un forte tonfo, seguito da spruzzi e sfrigolii, poi il rumore di acqua che sciaborda, richiudendosi.
Prima qua poi là, lungo l’argine del fiume, il fuoco, non potendo proseguire, illanguidì e si spense, finché rimasero soltanto ad ardere dei cespugli più fitti, isolati, fumiganti. Dopo aver ridotto in cenere una vasta foresta, il fuoco era giunto sulla sponda settentrionale del fiume Telthearna e qui si era arrestato, finalmente.
L’orso, riaffiorando alla superficie, si dibatté per trovare piede, ma invano. La luce abbacinante si era spenta, e ora lui si trovava nell’ombra della riva scoscesa, dove le piante, inarcandosi, formavano una specie di galleria di fogliame lungo la sponda del fiume. L’orso annaspava e si rotolava, ma non riusciva a trovar un appiglio sulla riva, un po’ perché scoscesa e friabile, un po’ a causa della corrente che continuava a trascinarlo. Poi, mentre lui seguitava ad affannarsi, il baldacchino di vegetazione cominciò a sfavillare di luci guizzanti, via via che il fuoco s’appiccava ai rami superstiti, tettoia di quel tunnel. Scintille, tizzoni ardenti e ceneri cadevano nell’acqua cigolando. Sotto quella terribile pioggia, l’orso si allontanò dalla riva, nuotando goffo sotto la volta ardente, per portarsi verso il centro del fiume.
Il sole volgeva al tramonto e, brillando quasi a pelo dell’acqua, tingeva di rossiccio le nuvole di fumo che ne sovrastavano la superficie. Tronchi mezzo carbonizzati galleggiavano sulla corrente, pesanti come arieti, facendosi largo fra i relitti di minor mole, fra gli ammassi di ceneri e di tralci arruffati. Dovunque erano tonfi, erano attriti e cozzi e bruschi arresti, quando i tronchi si scontravano fra loro. Attraverso quel caos galleggiante e fra il fumo, l’orso nuotava, a gran fatica, di continuo sommerso, soffocando, riaffiorando di nuovo, lottando contro la corrente che lo travolgeva. Un tronco gli percosse il fianco, con un colpo che avrebbe sfondato le costole a un cavallo; l’orso si rivoltò, portò entrambe le zampe davanti su esso, un po’ per aggrapparvisi disperato, un po’ per colpirlo rabbioso. Il tronco affondò sotto il peso poi si capovolse. L’orso, annaspando per respirare, ingollò acqua, schiuma, cenere e foglie. Carcasse di animali gli passavano accanto: un makati...