Il signor Rebaf si presentò in perfetto orario all’appuntamento. D’altronde, lo studio della dottoressa Minghetti era a soli otto chilometri da casa sua.
Gli addobbi di Natale imperavano fieri su ogni vetrina del corso, tingendo di un bel colore rosso l’aria fresca di dicembre. A breve quelle strade sarebbero state invase da urla, fuochi d’artificio e auguri di ogni genere, insomma, tutto ciò che rende magico l’arrivo del nuovo anno, che ormai era lì lì per compiersi, puntuale come sempre.
La targa di fianco al portone d’ingresso riportava fedelmente: “Dottoressa Annalisa Minghetti – psicoterapeuta” e, poco più sotto: “Specializzata in psicoterapia breve strategica”.
Rallentando il passo, ripensò alla conversazione telefonica avvenuta appena qualche ora prima.
«Buongiorno, dottoressa. Ho trentanove anni, sono quattro giorni che non chiudo occhio e lei è la mia ultima speranza di sopravvivenza.»
«Buon… Buongiorno a lei. Con chi ho il piacere di parlare?»
«Sono il signor Rebaf.»
«Mi ascolti, signor Rebaf…»
«Dica pure, dottoressa.»
«Come ha avuto il mio recapito telefonico?»
«Ho digitato su Google: “Psicoterapeuta Comune di Marino – Roma”. E lei è stata la prima che ho trovato in cima alla lista.»
«Capisco. E ora dove si trova, precisamente?»
«Sono in casa.»
«C’è qualcun altro insieme a lei?»
«No, sono da solo. Ho urgente bisogno di incontrarla di persona.»
«Signor Rebaf, attualmente mi trovo fuori Roma. Sono le sette di mattina del 31 dicembre. Comprenderà la mia difficoltà. Le chiederei di fissare un primo colloquio conoscitivo, è una cosa di cui entrambi necessitiamo.»
«Mi creda, non l’avrei contattata se non fosse una situazione d’emergenza.»
«Cosa intende per emergenza?»
«Non so come arrivare ai prossimi trenta secondi.»
«Signor Rebaf, mi ascolti. Intanto cerchi di calmarsi respirando, prof…»
«Dottoressa?»
«Sì?»
«Sono disposto a rimborsarle tutte le spese di viaggio per il rientro, ma la prego di ricevermi in giornata.»
«Guardi… non riuscirò a essere in studio prima di un’ora e mezza.»
«Vedrò di resistere.»
«L’attendo per le nove in via Corinaldo, civico 14.»
«Conosco l’indirizzo.»
«Bene. A fra poco, allora.»
Agganciato il telefono, il signor Rebaf aveva fatto una doccia confidando nell’effetto rilassante dell’acqua bollente (che non era arrivato), si era vestito valutando la possibilità di sudare copiosamente di fronte a domande complesse da parte della dottoressa e, un respirone dopo l’altro, un pensiero dopo l’altro, un’extrasistole dopo l’altra, si era incamminato.
Passeggiare lo aiutava a gestire meglio lo stato di agitazione in cui versava; rumori, profumi e immagini di gente impegnata a fare cose lo obbligavano a non pensare in maniera compulsiva al suo disagio, ma soprattutto, una volta giunto a destinazione, non avrebbe dovuto perder tempo nel cercare posto per l’automobile. E il tempo, in situazioni come quella del signor Rebaf, vale molto, molto più di quanto si possa banalmente immaginare.
Aveva superato un lungo viale alberato costeggiato da panchine in stile liberty che terminava in una piazza con al centro una fontana di dimensioni piuttosto generose. Aveva ricordato di averla vista sgorgare vino frizzante nei periodi di sagra.
Aveva respirato profondamente, cercando di rallentare un poco il battito cardiaco. Non sembrava funzionare; dunque era passato al piano B: pensare a qualcosa di assolutamente vero. D’infinitamente bello. Qualcosa che neppure l’ansia avrebbe potuto scalfire coi suoi stupidi meccanismi mefistofelici.
Aveva pensato alla Canzone dell’amore perduto di Fabrizio De André: Ma sarà la prima che incontri per strada / che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato / per un amore nuovo.
Così era arrivato davanti al portone dello studio della dottoressa e in quel momento, con De André che gli risuonava ancora in testa, si era accorto di quanto gli mancasse una persona a cui poter raccontare tutto, con cui condividere la quotidianità, dalle cazzate del lavoro ai viaggi d’estate, dalla caldaia bloccata d’inverno con lo shampoo nei capelli alle notti passate senza chiudere occhio per la fottuta paura di sognare.
Citofonò.
«Secondo piano» rispose quella stessa voce giovane e squillante che gli aveva parlato al telefono.
Prese l’ascensore, per avere un’ultima possibilità di specchiarsi prima dell’incontro. Non fu un bello spettacolo. Trovò la porta leggermente socchiusa.
«Venga pure avanti.»
Alla fine del corridoio, fu accolto da una donna di trentacinque anni, forse qualcuno di più, vestita in modo non elegante, ma ordinato. «Prego, si sieda.»
Il signor Rebaf prese posto di fronte alla scrivania di legno.
«Ci terrei a scusarmi innanzitutto per averla fatta rientrare in una giornata di ferie, ma soprattutto in un modo così insolito.»
«Non si preoccupi. Fa parte del nostro lavoro» disse lei. «È mai stato seguito da un terapeuta?» gli domandò.
«No, mai. È la mia prima volta.»
«Bene. Quanti anni ha?»
«Trentanove.»
«Vive da solo?»
«Sì.»
«Da molto tempo?»
«Sei mesi circa.»
«Sciolga le mani.»
«Prego?»
«Guardi le sue mani.»
I pugni chiusi ricordavano un pugile pronto a indossare i guantoni e salire sul ring, più che un uomo in procinto di illustrare la sua storia.
«Ah. Non me ne ero reso conto.»
La dottoressa sorrise. «Mi racconti cosa le è successo.»
«Credo di aver avuto un attacco di panico. Ero in macchina, due giorni fa. Stavo andando a trovare i miei genitori, tornati dopo alcune settimane in montagna. Ricordo di aver avuto l’impressione che l’orizzonte si allontanasse fino a scomparire. Nelle orecchie avevo quintali di ovatta. Il cuore ha cominciato a battere come un martello pneumatico. Ha cominciato a battere ovunque. Ho pensato di non riuscire più a respirare né a mantenere un’andatura dritta e costante. Ho pensato di morire.»
«E poi cos’è successo?»
«Sono arrivato – non so nemmeno io come – fin sotto casa dei miei. Sono salito a salutarli. Ma ero ancora stordito. Sentivo le loro voci distanti. Soprattutto, non riuscivo a mantenere la lucidità per affrontare un discorso. Con una scusa, dopo circa mezz’ora sono uscito e mi sono diretto a un parco vicino casa. Ho camminato per diverso tempo. Mi sono seduto su una panchina. Ho chiuso gli occhi. Avevo la testa pensante. È stata una sensazione terribile.»
«Non le era mai accaduto prima di sentirsi così?»
«No, mai. Sono un soggetto molto ansioso. Ho imparato a convivere con le mie paure. Ad accettarle. Ho un lavoro che mi permette di pagare l’affitto, di togliermi degli sfizi. Una famiglia che mi vuole bene e a cui sono molto legato. Insomma, non credo di essere così diverso da chi, a differenza mia, vive una vita felice e perlopiù serena.»
«Ha scelto di andare a vivere da solo per un motivo specifico?»
«Era da molto tempo che pensavo di farlo. Circa un anno fa ho chiuso una storia importante. Senza grossi rimpianti, ma con la giusta dose di dolore. Posso dire di averla vissuta fino all’ultimo respiro. Dopo un primo periodo passato nella casa di famiglia, ho pensato fosse arrivato il momento giusto per rischiare un po’ di solitudine.»
«Cosa intende per “rischiare”?»
«Ho un rapporto molto particolare con la solitudine. La cerco, la bramo. La desidero. Ma allo stesso tempo la temo. Credo di essere in grado di farmi molto male quando resto solo con me stesso. Quando inizio a pensare.»
«Pensare in modo compulsivo può essere deleterio, a lungo andare. Bisogna stare attenti ad aprire e chiudere ogni porta. Porsi le giuste domande. Non asfissiare il cervello con inutili questioni irrisolvibili.»
«E allora sono fottuto.»
«Non si può fare a meno di pensare, ma si può imparare a pensare in modo corretto. Episodi come quello che mi ha raccontato poco fa – parlo dell’attacco di panico mentre era alla guida della sua automobile – sono sintomi di un forte stress emotivo. Possono verificarsi in situazioni apparentemente innocue, presentarsi una sola volta nella vita o, diversamente, reiterarsi nel corso del tempo. Soffre di qualche patologia particolare? Prende medicine?»
«No. Nulla di tutto ciò. Almeno che io sappia. Non vado molto d’accordo con il mio cuore, forse, questo sì.»
«Cioè?»
«Odio il battito cardiaco.»
La dottoressa Minghetti aggrottò leggermente il sopracciglio destro, assumendo una posa buffa che il signor Rebaf non poté fare a meno di notare.
«Si spieghi meglio.»
«Quando penso al mio cuore che batte, lui si incazza e incomincia a battere più forte. E poi di più. E poi di più ancora.»
«Diciamo quindi che riesce a scatenare una forma di tachicardia autoindotta.»
«Esattamente.»
«Lavoreremo su questo circolo vizioso. Cercheremo assieme di disinnescarlo. Lavoreremo sui continui “controlli” che effettua attorno ai suoi pensieri, sul suo stato d’ansia e sul suo battito cardiaco. E lavoreremo soprattutto su questo bisogno di generare situazioni estreme per poi dimostrare a se stesso di es...