La morte di Marx e altri racconti
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La morte di Marx e altri racconti

  1. 192 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La morte di Marx e altri racconti

Informazioni su questo libro

Un intellettuale omosessuale, il dottor Marx, così chiamato per la sua somiglianza con il filosofo, che viene misteriosamente ucciso. L'emozione di una commessa di supermercato che incontra "Rocco del Grande Fratello", nuovo Apollo dell'Olimpo catodico. E poi l'incontro di uno scrittore di nome Sebastiano con una prostituta nigeriana e lo scontro tra un sostenitore della partecipazione elettorale e un cittadino che non vuole votare. Queste e molte altre storie - racconti, apologhi e anche un dialogo di tipo leopardiano - danno vita a un libro che descrive le mutazioni antropologiche dell'uomo contemporaneo e la dissoluzione senza speranze dei miti che ci hanno accompagnato dalla Rivoluzione Francese.
Un'opera fortemente compatta, pensata e organizzata unitariamente, in cui la parte centrale è il cuore "politico", che racconta il presente e mette in discussione ciò che sono diventati negli anni recenti gli ideali della democrazia, dell'uguaglianza, della cultura di massa.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2019
Print ISBN
9788817141611
eBook ISBN
9788858697887
PARTE PRIMA

CIAO KAFKA

Ciao Kafka. Ciao letteratura del Novecento.
Ciao modernità. Siete così lontani!

Ciao Kafka

Prima venne la ruota. Con la ruota si fece il carro, che serviva in tempo di pace a trasportare i prodotti della terra, per esempio il grano o le ceste piene d’uva, e in tempo di guerra a trasportare gli eroi sui campi di battaglia. Era così che si combattevano le guerre ai tempi di Omero. I soldati semplici avevano come loro uniche armi una spada e uno scudo, al massimo si riparavano la testa con un elmo, mentre gli eroi: gli Achille, gli Ettore, gli Aiace e gli altri di cui parla la leggenda, erano coperti di bronzo dalla testa ai piedi, e quasi non potevano muoversi. Avevano scudi giganteschi, elmi giganteschi, corazze per coprire il petto e la pancia, schinieri e ginocchiere per coprire le gambe, cinturoni in cuoio rinforzati in bronzo per coprire l’inguine, sandali di cuoio e bronzo per coprire i piedi. L’eroe in assetto di guerra era invulnerabile, o quasi (si sa di Achille che il suo unico punto scoperto era il tallone): ma si portava addosso un peso superiore al quintale, e poteva fare pochissimi passi. Per manovrarlo, ci volevano un buon carro e un auriga di grande esperienza, capace di piombare con il suo eroe là dove più ferveva la mischia. L’eroe scendeva dal carro e menava botte da orbi per alcuni minuti, finché gli bastavano le forze; poi veniva rimesso sul carro, in piedi se ancora riusciva a reggersi o sdraiato di traverso se era crollato, e portato fuori della battaglia a riprendere forze, in vista di un’altra incursione. L’autonomia dell’eroe era limitata a pochi minuti e a pochi metri. L’inseguimento di Ettore da parte di Achille, nell’Iliade, se mai si verificò dovette essere una delle gag più esilaranti che si siano mai viste, nell’antichità e in ogni epoca, e dovette durare ore, forse addirittura giorni. Anche se Omero riesce a tradurlo in epopea, l’incontro-scontro tra due eroi in realtà era un episodio grottesco e piuttosto raro, in cui vinceva non il più bravo a maneggiare le armi, ma il più resistente a portare pesi. Quando uno dei due cadeva a terra sfinito, l’altro si trascinava sopra di lui e, dopo aver trovato uno spiraglio per infilare la punta della spada, gli crollava addosso.
Dal carro, venne la carrozza; dalla carrozza venne l’automobile, e con l’automobile la nostra storia si fa più complicata, perché alle trasformazioni dell’involucro incominciano a corrispondere le trasformazioni di ciò che sta dentro all’involucro, come il mollusco sta dentro alla conchiglia. L’uomo diventa automobilista: e non è una metamorfosi semplice né indolore. Ne sa qualcosa il protagonista del racconto di Franz Kafka, La metamorfosi: «Nel destarsi, un mattino, da sogni inquieti, Gregorio Samsa si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto. Giaceva sul dorso duro come una corazza e, appena alzato il capo, scorse un addome carenato, scuro, traversato da numerose nervature. La coperta, in equilibrio sul crinale, minacciava di cadere da un momento all’altro: mentre le numerose zampe, pietosamente sottili rispetto alla sua mole, gli ondeggiavano confusamente davanti agli occhi».
La metamorfosi di Kafka è del 1912 e Gregorio Samsa è un automobilista abortito e imperfetto. Entro pochi anni, le sue zampe diventeranno ruote e la trasformazione sarà completa, includendo anche la sfera psichica del soggetto. L’automobilista incomincerà a strombettare, a lampeggiare, ad accennare sorpassi in luoghi che precedentemente erano destinati a tutt’altre funzioni: per esempio in ufficio, a tavola, nel letto coniugale. Diventerà sempre più affusolato e carenato, con pneumatici di scorta, specchietti, antenne, alettoni. Incomincerà a socializzare nei parcheggi e a parcheggiare nei luoghi che in altri tempi erano destinati alla socialità: nei cortili, nelle piazze, nelle strade… Soprattutto, incomincerà a correre incanalato nel traffico, detto vita, da un’area di servizio ad un’altra area di servizio, da un’officina-ospedale ad un’altra officina-ospedale, da un garage ad un altro garage: finché la sua automobile (il suo guscio) diventerà un cubo di metallo nella pressa di uno sfasciacarrozze, e verrà fusa per creare nuovi modelli di automobili, com’è necessario che avvenga. Polvere alla polvere, progresso al progresso, soldi (e vita) ai soldi.
Scopo originario dell’automobile era «la mobilità», cioè trasformare l’uomo in automobilista, perché viaggiasse e vedesse il mondo. In realtà, l’automobilista vede solo strade; e tutte le strade e tutte le città del mondo, ormai possono essere immaginate come luoghi pieni di automobili più o meno uguali: dov’è difficile, e spesso addirittura impossibile, trovare alla fine una propria storia. (Un proprio parcheggio).

Morte di un commesso viaggiatore

«Ferma! Ferma! Ferma!»
L’uomo che manovrava la gru girò la manopola che disattivava i comandi e uscì dalla cabina per andare a vedere cos’era successo. L’automobile stretta tra le ganasce d’acciaio, una vecchia Ford, si dondolava a metà del carroponte, sospesa a dieci metri d’altezza sulle teste di quelli che la stavano indicando col braccio. Che dicevano:
«Lassù! Al posto di guida: c’è un cadavere!».
Altri operai arrivavano da altre parti di quel grande cantiere. Guardavano il morto e si chiedevano: «Chi può averlo messo là dentro? Quella Ford era là da chissà quanto tempo, appoggiata sopra decine di altre carcasse di automobili. Ci sarebbe voluto un elicottero per portarcelo!».
Gridavano: «Chiamate in ufficio l’ingegnere! Fate in fretta!».
I finestrini della Ford erano tutti rotti, e dalla parte del guidatore qualcosa penzolava lungo la portiera: un braccio umano, avvolto in una stoffa sbrindellata che doveva essere stata una giacca. La testa del morto era all’interno dell’automobile, e per ciò che se ne poteva vedere non aveva più gli occhi, ma soltanto due buchi sotto la fronte. Sul cranio erano rimasti, qua e là, alcuni ciuffi di capelli; la pelle aveva il colore della pergamena e la bocca era aperta ma non troppo, come quella di un cane che vuole mostrare i denti.
Un operaio si fece il segno della croce: «Giuro che non ho mai visto niente del genere!». Un altro operaio saltò su un carrello: lo mise in moto, e si diresse a tutta velocità verso un gruppo di prefabbricati che ospitavano le officine e gli uffici della ditta. Chi legge questa storia e vuole farsi un’idea del luogo dove si svolse, deve immaginare il più grande cimitero di automobili che gli sia mai capitato di vedere, sotto il viadotto di un’autostrada percorsa ad ogni ora del giorno e della notte da migliaia di veicoli, e sotto due cavalcavia che ne sono gli svincoli. Dalla parte del cantiere, l’autostrada fa da orizzonte e da colonna sonora al paesaggio; dall’altra parte dell’orizzonte, invece, c’è una città di cui non faremo il nome, abbastanza grande per annoverare nel suo profilo una manciata di grattacieli. Era una mattina di metà luglio. Stretta tra le ganasce d’acciaio della gru, la Ford continuava a dondolarsi sullo sfondo di un cielo senza nemmeno una nuvola, quando uno degli operai che la stavano guardando fece la scoperta più sensazionale che si sarebbe potuto fare in quel momento e in quel luogo. Disse:
«Ma… ha la targa!».
La faccenda era assurda. La targa è l’identità dell’automobile, il suo nome e cognome, ed è anche quella dell’automobilista che ci sta dentro. Distruggere un’automobile senza prima averle tolto la targa è un reato, un po’ meno grave dell’assassinio di un uomo ma comunque punibile a termini di legge; perciò, la Ford non poteva essere arrivata legalmente su quella montagna di carcasse d’altre automobili da dove l’aveva tolta la gru, passando attraverso l’ingresso ufficiale del cantiere. Se fosse entrata da lì, avrebbe seguito tutta una trafila di pratiche spersonalizzanti. Non avrebbe avuto a bordo il suo autista, e non avrebbe conservato la targa… Doveva essere piovuta dal cielo. Seguendo quel pensiero, contemporaneamente, gli operai alzarono gli occhi e si voltarono verso il cavalcavia più vicino, che incombeva sulle loro teste. Uno di loro osservò:
«Deve aver fatto un bel volo, se è arrivato da lassù!».
«Quanto tempo sarà rimasto, quell’uomo, su quel mucchio?» si domandò un altro operaio. «E nessuno si è accorto di niente!»
«Dev’essere caduto l’inverno scorso» disse un terzo operaio. Si corresse: «No, anzi, l’inverno precedente… Mi sembra di ricordare che per qualche giorno, sullo svincolo, è mancato un pezzo di guardrail, e che poi gli addetti alla manutenzione sono venuti a rimetterlo. C’erano delle luci intermittenti che deviavano il traffico sull’altra corsia…».
«Probabilmente ha fatto tutto da solo», disse il primo che aveva parlato: e si riferiva, com’è logico, all’automobilista defunto. «Se avesse coinvolto nell’incidente qualche altro veicolo, la cosa si sarebbe saputa e la polizia sarebbe venuta a cercarlo. Sarà uscito di strada di notte, quando non c’era nessuno sullo svincolo e nessuno poteva vederlo…»
«Forse quella notte pioveva» osservò l’addetto alla gru. «Forse quell’uomo era ubriaco o drogato, o si è sentito male. Comunque sia, andava abbastanza forte da rompere il guard-rail e da piombare giù con quella traiettoria…»
Arrivò, su una jeep, l’uomo che tutti chiamavano «l’ingegnere». Era un tale con i capelli più bianchi che grigi, robusto, che imprecava contro il caldo e si asciugava il sudore con una pezzuola, sul collo e sotto la camicia che teneva sbottonata fino all’ombelico. Annotò su un taccuino la targa della Ford, poi fece segno agli operai di avvicinarsi perché doveva parlargli. Gli disse: «Ragazzi, abbiamo chiamato la polizia e tra poco gli agenti saranno qui per farci un mucchio di domande. Io non ho la più pallida idea di come quel disgraziato della Ford sia finito tra le automobili da demolire, ma di una cosa sono sicuro: che la nostra ditta non deve andarci di mezzo. Tutto quello che entra di giorno nel nostro cantiere lo controllo io personalmente, e di notte i cancelli non si aprono senza usare due chiavi, la mia e quella della sorveglianza. Un’automobile con la targa ancora attaccata sul culo e con dentro il suo autista non può, dico: non può, arrivare al reparto di demolizione. Perciò voi dite alla polizia quello che vi pare ma ricordatevi che, se ci mettono sotto sigillo il carroponte e la pressa e ci chiudono il cantiere per chissà quanti giorni, qualcuno rimarrà a casa. È inevitabile, con il danno che ne avremo. Pensateci prima di dire delle sciocchezze».
«Perché non tiriamo giù l’automobile?» chiese un operaio. «Forse la spiegazione di quello che è successo è là dentro.»
Il direttore si asciugò il collo. Si voltò dalla parte di chi aveva parlato, poi guardò la Ford sospesa sopra le loro teste. Era un modello familiare, con i pneumatici ormai ridotti a brandelli e senza più nemmeno un vetro. Il colore originale della vernice doveva essere stato il blu, ma lo smog e le intemperie l’avevano coperto con una patina grigia.
«Sì, è vero» disse l’ingegnere. «Al telefono mi hanno detto di non toccare niente, ma quell’uomo non può rimanere per aria, comunque vadano le cose…» Cercò con gli occhi il manovratore della gru. Gli disse: «Fallo scendere e sgancialo. Ma fai adagio».
Arrivarono due automobili della polizia a sirene spiegate, poi un’altra automobile con un ufficiale in abiti civili, poi il carro funebre con gli addetti al trasporto del defunto, poiil medico legale su un’automobile scoperta color rosso fuoco. Gli operai vennero fatti allontanare dal carroponte e riuniti in un locale vicino all’ingresso del cantiere, dove c’erano i distributori delle bibite e gli armadietti di ciascuno di loro, per essere interrogati. L’ufficiale di polizia, dopo aver girato intorno alla carcassa della Ford, si chinò sul morto e lo guardò con molta attenzione. Vide che era disseccato dagli agenti atmosferici e tranquillo, per quanto possono essere tranquilli i defunti. Doveva essere rimasto parecchio tempo in quel posto. La putrefazione aveva già compiuto tutta la sua opera e la pelle si era indurita e scurita sul viso e sulla mano ancora stretta intorno al volante, era diventata simile al cuoio. L’altra mano, quella che penzolava fuori dall’automobile, lasciava già vedere le ossa. Finita l’ispezione, il funzionario di polizia si rialzò; tirò fuori di tasca un taccuino e una penna biro e, dopo aver fatto cenno al direttore del cantiere («l’ingegnere») che si avvicinasse, incominciò a fargli delle domande sulle circostanze che avevano portato al ritrovamento del cadavere, e su come era organizzato il lavoro di demolizione. Da dove arrivavano le automobili nel cantiere, e come venivano registrate? Chi manovrava la gru del carroponte, e chi si era accorto, quel giorno, che la carcassa appesa alla gru conteneva un morto? Come poteva essere successo un fatto così strano e quale spiegazione ne dava il responsabile del cantiere, cioè lui? Doveva pur avere un’idea in proposito!
Il medico legale era un uomo di circa quarant’anni, alto e biondo con gli occhi azzurri. Chi lo avesse incontrato in un’altra occasione, e in un altro luogo, avrebbe potuto credere che fosse un attore di Hollywood o un personaggio della tivù; invece, era un tagliatore di cadaveri. Prese una borsa nel portabagagli della sua automobile: si mise sul viso una mascherina bianca, si infilò dei guanti di gomma e, dopo aver cercato di aprire la portiera della Ford senza riuscirci, si occupò del cadavere. Gli mosse il braccio, gli toccò il viso, gli tagliò con il bisturi la camicia per vedere se aveva delle ferite sul torace e sul collo. Fece cenno ad un agente di portargli una busta di plastica e incominciò a mettere dentro alla busta gli effetti personali del morto, a mano a mano che glieli toglieva di dosso o dalle tasche: un mazzo di chiavi, un orologio, un’agenda, alcuni biglietti da visita completamente sbiaditi, un portafogli, una catenina d’oro… Sul sedile posteriore dell’automobile c’erano due contenitori di cartone che risultarono essere dei campionari di stoffe; c’erano anche dei giornali vecchi e un ombrello. Sul sedile di fianco a quello del guidatore c’erano invece un misterioso fagotto scuro, che tirato fuori attraverso il finestrino prese la forma di un giaccone di pelle, e una cartella di cuoio piena di carte scritte e stampate. Il morto della Ford, disse il medico legale mentre si toglieva la mascherina dal viso, era lì da almeno un paio d’anni e doveva esserci arrivato d’inverno. Nella parte alta del corpo, un primo esame non aveva messo in evidenza ferite che potessero far pensare ad un omicidio. L’ispezione completa del cadavere si sarebbe fatta più tardi, su un tavolo anatomico; ma tutto ciò che si vedeva nel luogo del ritrovamento induceva a credere che l’uomo fosse morto in seguito ad un incidente automobilistico, cadendo dal cavalcavia e andando a finire su una montagna di automobili destinate alla demolizione, dov’era rimasto inosservato fino a quella mattina…
Due ore e mezza dopo il ritrovamento del cadavere, la scena del nostro racconto era in parte cambiata. Le automobili della polizia si erano spostate verso l’ingresso del cantiere, dove c’erano gli uffici della ditta e gli spogliatoi degli operai. Le portiere della Ford erano state aperte con la fiamma ossidrica e il cadavere misterioso era stato portato via: ma, ormai, aveva un nome e una storia. Si sapeva che era appartenuto ad un uomo di trentasette anni, rappresentante di una ditta di tessuti, sposato e padre di due figli. L’ufficiale di polizia aveva parlato al telefono con la moglie del defunto, che si era mostrata sorpresa ma non particolarmente addolorata quando le avevano dato la notizia del ritrovamento. «Ho denunciato la sua scomparsa due anni fa» aveva detto la moglie. «Credevo che fosse andato a stare con un’altra donna, e da allora non me ne sono più occupata. Lui aveva una donna in ogni città, come si dice dei marinai che ne abbiano una in ogni porto; e siccome, in pratica, viveva in automobile… No, i figli non sentono la mancanza del padre naturale. Io adesso sto con un altro uomo, e loro si son...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LA MORTE DI MARX E ALTRI RACCONTI
  4. Parte prima. Ciao Kafka
  5. Parte seconda. La morte di Marx e altri racconti
  6. Parte terza. Dopotutto è amore. Sei storie per il terzo millennio
  7. Nota
  8. Copyright