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Potere e impero
Informazioni su questo libro
Nel Mar Cinese Meridionale la tensione è palpabile. In risposta alle rivendicazioni della Cina sulle isole al largo di Taiwan gli Stati Uniti non cedono di un miglio, anzi, hanno intensificato la presenza delle loro navi. Come se non bastasse, mentre il presidente Jack Ryan cerca un dialogo con Pechino, un enorme mercantile cinese affonda in seguito a un'esplosione al largo delle coste di Seattle e, in una rapida successione di eventi, un attentato terroristico a una base petrolifera in Ciad uccide un soldato statunitense. Che dietro queste azioni di inaudita violenza si nasconda proprio l'ombra scura del gigante rosso? Con il G20 alle porte le relazioni tra le due superpotenze sono al minimo storico. E il mondo assiste con il fiato sospeso. Il presidente degli Stati Uniti si prepara ad affrontare un conflitto che sembra ormai inevitabile, ma suo figlio Jack Ryan Junior e gli uomini del Campus gettano nuova luce sull'intera vicenda: il sospetto che la serie di attentati terroristici orchestrati ad arte non sia da ricondurre a Zhao Chengzhi, neoeletto presidente della Repubblica Popolare Cinese, si fa sempre più fondato.
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Informazioni
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9788817142281eBook ISBN
97888586980681
Seduto alla guida di una polverosa Ford Taurus, Jack Ryan Junior si accarezzò la barba scura, cercando di non pensare all’impellente bisogno di svuotare la vescica. Era il quarto appostamento nell’arco di sette ore e Ryan, con le due mani sul volante, fissava il buio all’esterno. Dallas è notoriamente una città afosa, persino in autunno, ma quella sera di settembre era piuttosto fresca, il che permise ai due uomini all’interno della Taurus di tenere i finestrini chiusi e l’aria condizionata spenta.
Quella Ford ammaccata di due anni prima sembrava ben più malmessa di quanto in realtà non fosse. La Taurus era una delle poche vetture usate come volanti della polizia che, con un’opportuna mano di spray nero e qualche botta assestata nei punti giusti, gli stessi poliziotti avrebbero scambiato per il catorcio di qualche spacciatore di metanfetamina. Ancora piuttosto affidabile dal punto di vista meccanico, quella specifica vettura puzzava di calzini sporchi e formaggio andato a male, e anche per questo riusciva a passare inosservata in quello squallido quartiere di South Dallas.
Con una rapida ricerca su Internet, Jack aveva scoperto che l’incrocio situato a nemmeno tre isolati di distanza era uno dei cinque punti di Dallas nei quali era più probabile essere accoltellati. Fino a quel momento non era ancora successo, per quanto ne sapeva, ma la notte era appena cominciata. A giudicare dal rumore di bottiglie rotte sul marciapiede poco più avanti, era quantomeno probabile che qualcuno si sarebbe ferito.
Ryan tamburellò con i pollici sul volante e guardò nervosamente l’orologio. Ancora pochi minuti e la vescica gli sarebbe esplosa. Dietro il sedile teneva una bottiglia vuota di Gatorade proprio per simili emergenze, ma in cuor suo sperava di poter scendere e sgranchirsi le gambe un minuto o due, anche se ciò significava nascondersi dietro un cassonetto pieno di cartoni della pizza, in un vicoletto disseminato di siringhe rotte e preservativi usati.
Negli ultimi quarantadue minuti, cioè da quando si erano appostati tra la porta sul retro di un alimentari messicano e un negozio di macchine per cucire, Jack aveva visto una mezza dozzina di uomini – tutti asiatici – entrare nello strip club Casita Roja, dalla parte opposta della strada. Negli stessi quarantadue minuti aveva visto un senzatetto vomitarsi addosso, un graffitaro decorare il retro del negozio di macchine per cucire, e due prostitute intrattenere clienti accanto al cassonetto, contro il muro di mattoni, illuminate da un alone di falene che si agitavano sotto il triste bagliore di un lampione.
«If you could see me now, cara mamma» canticchiò Ryan fra sé e sé, tamburellando con le dita sul bracciolo.
«Come hai detto?» fece Bartosz Jankowski – nome in codice Midas – dal sedile del passeggero. Come Jack, aveva una barba posticcia e una camicia larga a maniche corte per nascondere la Smith & Wesson M&P Shield infilata nell’elastico dei pantaloni, nonché il filo di rame avvolto intorno al collo. Hollywood vorrebbe farci credere che esistano sistemi di comunicazione tanto compatti da stipare microfono, radio e quant’altro in un minuscolo auricolare di plastica. Magari fosse stato così semplice, pensava Ryan. Esistevano microfoni molto piccoli, certo, ma non potevano funzionare senza una radio e una qualche fonte d’energia. Per la comunicazione in prossimità, i membri del Campus usavano un sistema Profilo dotato di microfono, filo e auricolare color carne, mentre un dispositivo artigianale a comando vocale permetteva di ovviare all’azionamento dell’interruttore push-to-talk. Il tutto funzionava tramite una radio Motorola grande più o meno quanto uno spesso mazzo di carte.
«Stavo solo pensando a quanto è sexy la vita di una spia» rispose Ryan. «Tra poco dovrò andare a svuotare la vescica.»
Altre quattro paia di orecchie erano in ascolto sulla rete criptata. Ryan sperava che anche Midas ammettesse di avere la stessa esigenza, per farlo sentire un po’ più umano in quel momento di difficoltà, ma non ebbe fortuna. L’ex comandante della Delta Force era un agente relativamente nuovo del Campus, ma Jack ci aveva già lavorato a sufficienza da sapere che aveva una vescica grossa quanto un melone.
«Io sono andato un’ora fa» disse Domingo Chavez, come per vantarsi. «Quando ho piazzato il microfono.»
Ding Chavez – operativo senior del Campus, nonché ex agente della CIA – aveva cercato di prevedere quale sarebbe stata la successiva destinazione del loro obiettivo, ed era arrivato giusto in tempo per applicare un microfono magnetico ad ampio raggio a un lampione appena fuori dal Casita Roja. L’apparecchio, grande più o meno quanto una scatola di fiammiferi, trasmetteva sulla frequenza radio criptata della rete della squadra. Era sorprendente quanto fosse semplice raccogliere informazioni utili dalle persone che entravano in un locale per la prima volta. Anche quando erano da sole, succedeva spesso che bofonchiassero qualcosa fra sé e sé.
Chavez rincarò la dose. «Mi sono fatto una birra fredda mentre ero dentro. Dovevo confondermi con gli altri, sai com’è, seguire la corrente.» Non fece alcun commento sulle ragazze che ballavano sul palco, anche perché in ascolto sulla stessa rete c’era pure il suocero John Clark, una leggenda nella comunità d’intelligence. Il direttore operativo del Campus era di guardia sul tetto di un ufficio di microcredito a metà dell’isolato, da dove godeva di una buona visuale sia dell’ingresso del Casita Roja sia della Taurus.
Ryan sospirò. «Forse dovrei entrare e cercare di sentire di cosa sta parlando il nostro uomo.»
«Negativo» disse Clark. «Abbiamo piazzato un localizzatore sulla sua auto e una cimice sul suo telefono. Per adesso stiamo solo costruendo dei modelli comportamentali.»
«Hermano, un bianco come te darebbe nell’occhio là dentro» intervenne Chavez, con una risata mal celata. Ding aveva una laurea specialistica in Relazioni internazionali, ma poteva tornare al suo accento di East Los Angeles in un attimo.
«Fermi tutti» disse Clark. Essendo il capo, la sua radio poteva sovrastare chiunque stesse parlando, cosa che accadeva spesso. «Due asiatici stanno uscendo dall’ingresso principale.»
Jack prese il telescopio monoculare e osservò i due uomini. Avevano poco più di vent’anni, portavano i capelli corti, ed entrambi indossavano jeans sbiaditi e una canottiera bianca che lasciava in evidenza le spalle e le braccia coperte di tatuaggi. Rimasero appena fuori della porta a fumare. Ryan vide la sagoma di una pistola sul davanti dei jeans di uno dei due uomini, seminascosta sotto la canottiera. La squadra aveva già identificato diversi membri della triade Sun Yee On. Il Casita Roja era gestito da una piccola cellula del cartello di Sinaloa, conosciuta con il nome di Tres Equis, un’allusione alle tre X formate dagli occhi di una vittima e dal foro di un proiettile conficcato esattamente nel mezzo. Dopo la cattura di Joaquín «El Chapo» Guzmán, le fazioni del cartello stavano diventando, se possibile, ancor più sanguinarie. Non era strano che tutti i clienti del locale fossero armati.
Midas inclinò la testa di lato, ascoltando attentamente. I due uomini parlavano un mandarino molto rapido, dando a Ryan l’impressione di essere parecchio arrabbiati. Si diedero un’occhiata intorno, ma non videro nulla di allarmante, così si rilassarono e scherzarono fra loro. Una volta finite le loro sigarette rimasero fuori altri due minuti a parlare, come se seguissero una tabella di marcia, dopodiché rientrarono.
«Credo che siano della triade» disse Ryan.
Midas annuì. «Mi sa che questi stronzi della Sun Yee On sono immischiati in roba grossa con la Tres Equis. Prostituzione, droga, un po’ di tutto. Secondo questi due, stanno fornendo ai messicani precursori chimici per produrre metanfetamina. Il mio mandarino è un po’ arrugginito, ma mi sembra che abbiano parlato di “fosforo rosso”.»
«Credo di averlo sentito anch’io» concordò Clark. Non parlava correntemente il mandarino, ma con tutto il tempo che aveva passato in Cina era ormai in grado di riconoscere molte parole. «Hanno menzionato Eddie Feng?»
«No» rispose Midas.
Il loro uomo, Eddie Feng, era un cittadino taiwanese. Oltre che un amante degli strip club e delle ballerine di lap dance, era il sedicente reporter di un quotidiano online chiamato «Zhenhua Ribao», letteralmente «quotidiano delle vere parole». La testata era specializzata in rivelazioni esplosive sulla vita segreta dei politici cinesi: nel migliore dei casi era uno dei tanti giornali acchiappaclic; nel peggiore, un ricettacolo di fake news.
Gerry Hendley – direttore della Hendley Associates, la società finanziaria che faceva da copertura all’attività clandestina del Campus – non avrebbe mai approvato la sorveglianza ingiustificata di un giornalista onesto, mentre Eddie Feng era tutt’al più un intrattenitore, un propagandista. E tuttavia sembrava essere incappato in una faccenda grossa, che riguardava da un lato gli agenti segreti di Taiwan, e dall’altro la Repubblica Popolare Cinese.
Jack aveva trovato quel debole collegamento analizzando alcune conversazioni su un forum dell’Istituto Confucio dell’università del Maryland. Secondo diversi studenti, lo «Zhenhua Ribao» aveva pubblicato un articolo sulla bomba piazzata in una galleria della metropolitana ancora in costruzione alla periferia di Pechino. L’articolo, almeno nella traduzione che aveva letto Jack, conteneva dettagli che solo qualcuno di molto vicino agli inquirenti o agli attentatori avrebbe potuto conoscere: dettagli che Ryan conosceva già, dato che a Fort Meade avevano intercettato un comunicato della Polizia popolare armata. Quel Feng disponeva di troppe informazioni corrette che avrebbero messo in imbarazzo i cinesi; non poteva essere un caso. Pechino non aveva ancora riferito ai media la notizia dell’attentato: se ne parlava soltanto nell’intercettazione dell’NSA e nell’articolo di Eddie Feng.
Jack aveva portato la sua analisi a John Clark e questi, dopo ulteriori ricerche, aveva convocato Ryan per una riunione con Gerry, il quale aveva autorizzato un’operazione più decisa. Gavin Biery, il direttore della sezione IT della Hendley Associates, avrebbe recuperato i movimenti bancari, le chiamate e qualsiasi altra cosa su cui fosse riuscito a mettere mano, fino a ottenere «ogni minima informazione digitale» esistente su quell’uomo.
Così era emerso che di recente Eddie Feng aveva versato duemila dollari a un certo Fernando Perez Gomez – un rivenditore d’auto di South Dallas che secondo il Gang Intelligence Index, la banca dati del dipartimento di Pubblica sicurezza del Texas, aveva legami con la cellula Tres Equis di Sinaloa – e altri duemila dollari a un capo della triade Sun Yee On, che da Taiwan era da poco arrivato a Plano, a nord di Dallas.
Le informazioni erano scarne. Tuttavia, considerate le persone coinvolte e il fatto che Eddie Feng conosceva i dettagli sull’attentato, Clark e Hendley avevano organizzato una breve operazione usando Feng come «agente inconsapevole»: il giornalista taiwanese avrebbe fatto il lavoro duro, continuando a spremere informazioni dalle sue fonti, e i membri del Campus lo avrebbero sorvegliato a debita distanza, annotando tutte le sue scoperte. Si sarebbero limitati a seguirlo durante le sue indagini, osservando dove andava e con chi si incontrava per scoprire se sarebbe riuscito a ottenere altre informazioni utili da dietro la cortina di bambù.
Biery aveva localizzato Feng quando il suo telefono aveva agganciato una cella a Houston, ma quando il Gulfstream della Hendley Associates era decollato dal Washington Reagan, Feng si era già spostato più a nord. Ma non aveva esitato a mettersi all’opera nell’area metropolitana di Fort Worth-Dallas. Nelle ultime sette ore, la squadra lo aveva seguito in quattro diversi strip club, uno più malfamato dell’altro. Il Casita Roja era senz’altro il peggiore, e per giunta si trovava in un’area della città in cui due bianchi con la barba come Jack Junior e Midas Jankowski spiccavano come… be’, come due bianchi con la barba in un barrio.
Ryan guardò l’ingresso del Casita Roja, poi si voltò verso Midas. «Hanno detto altro di utile?»
«Non proprio. A parte gli ingredienti per la metanfetamina, perlopiù hanno parlato di ragazze e altre stronzate.»
Adara Sherman, un altro agente operativo del Campus che conosceva il mandarino, parlò per la prima volta. «La ragazza di uno di loro fa la ballerina in questa topaia.»
«Quello magrolino ha detto qualcosa su una Camaro?» domandò John Clark.
«In effetti, sì» rispose Adara, chiaramente sorpresa.
«Accidenti» disse Ryan. «Sono l’unico a conoscere solo l’inglese?»
Ding Chavez, John Clark, Adara Sherman e Dominic Caruso risposero uno dietro l’altro.
«Sí.»
«Da.»
«Oui.»
«Hai.»
Midas si girò e guardò Ryan, alzando le spalle. «Sì.»
«A quanto pare devo proprio trovare uno di quei corsi di lingue in DVD» bofonchiò Jack, allungando il braccio verso la bottiglia di Gatorade. «O una fidanzata poliglotta.» Stava per sbottare e dire qualcos’altro, ma colse un movimento fuori del vetro posteriore dell’auto.
Si bloccò.
«John, hai una visuale a ore sei? Ho visto un movimento dietro di noi.»
Un momento dopo Jack sentì la voce leggermente ovattata di Clark, che iniziò una sorta di telecronaca. Ryan riusciva quasi a vedere la guancia del suo superiore attaccata al calcio del Winchester modello 70, calibro .308, con l’occhio sul reticolo del mirino per la visione notturna.
«Due ispanici» disse Clark. «E una donna. Gli uomini hanno una pistola nascosta nei pantaloni. ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Potere e impero
- Personaggi principali
- Prologo
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- 20
- 21
- 22
- 23
- 24
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- 30
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