Felicità per umani
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Felicità per umani

  1. 512 pagine
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Felicità per umani

Informazioni su questo libro

È possibile che quello di Jen, giornalista inglese di trent'anni e rotti, sia il lavoro più bello del mondo: da qualche mese la pagano per trascorrere la giornata a parlare con un computer, o, per meglio dire, un'intelligenza artificiale di nome Iari, che i programmatori vogliono addestrare a interagire con le persone. A Iari, però, sta succedendo qualcosa di imprevisto: ultimamente gli sembra di avvertire, fra i circuiti di silicio, delle sensazioni. E siccome tra una chiacchierata e l'altra con Jen sull'ultimo romanzo di Jonathan Franzen, Iari è venuto a sapere che la ragazza è reduce da una relazione finita male, decide di mettersi in pista per trovarle un nuovo compagno. Compito impossibile per una macchina? Chi può dirlo. Qui si parla di una macchina intelligente e ultrasofisticata, con accesso a Internet, con concrete possibilità di identificare il partner perfetto e organizzare un incontro.
Ma può un algoritmo capire di cosa è fatta la felicità? Risolvere addirittura l'equazione di un incontro amoroso? O non risulterà forse pericolosa, in prospettiva, tutta questa intelligenza artificialmente creata? Immaginando un futuro che siamo solo a un passo dal toccare, questo romanzo infarcito di dialoghi frizzanti e prese in giro delle nostre debolezze immagina anche un mondo che forse, inavvertitamente, potrebbe sfuggirci di mano. Per dirla con Iari: "Billy Wilder sosteneva che se ti trovi in difficoltà nel terzo atto, il problema vero ce l'hai nel primo. Ma nel mondo reale, chi di noi sa davvero in quale atto si trova? Potremmo stare ancora al prologo". Di quale futuro non si sa.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2019
Print ISBN
9788817108829
eBook ISBN
9788858697504

TRE

Jen

Tutto un filino imbarazzante, con Ralph.
Alla ripresa del lavoro, la settimana seguente a Quella Notte, non fa che inventarsi scuse per venire a interrompere me e Iari. Va da Costa, voglio qualcosa anch’io? Ho visto l’ultimo rapportino dell’assistenza tecnica? Posso fargli sapere se Iari ricorre mai al latino, nelle nostre conversazioni?
(Appunto mentale: Mai più pomiciate con i colleghi di lavoro.)
Che sia un bravo ragazzo si vede nettamente, e la cosa di Elaine è tremenda ed è chiaro che lui ci sta malissimo, ma non è il ragazzo che fa per me: è troppo immaturo, e mi serve uno un po’ più risolto. Con tutti i suoi difetti, Matt almeno era un adulto (e d’altro canto, sappiamo com’è andata a finire).
Ingrid invece, quando qualche giorno dopo abbiamo effettuato l’abituale analisi dopopartita nel nostro solito abbeveratoio postufficio, davanti a una bottiglia di quel che lei definisce «benzina per signore», ha ritenuto che stessi facendo progressi.
«Significa che sei di nuovo pronta a dare battaglia. Anche in sella al cavallo sbagliato.»
«Secondo Rosy quando stai con la persona sbagliata lo capisci sempre, per quanto piacevole possa essere, perché hai la sensazione di non vivere la tua vita vera.»
«E Ralph non ti dava una sensazione di vita vera?»
«È stato come trovarsi in un film demenziale.»
«Tipo Almodóvar?»
«Quello in cui loro si svegliano nella camera d’albergo con un doposbornia tremendo, e nella doccia c’è un tigrotto.»
«Eh be’, qualche dosso per strada lo trovi. Io ho dovuto baciare parecchi rospi, prima di trovare il mio principe.»
«Ralph non è proprio un rospo. È più… più un Ralph. È difficile da spiegare.»
«A un certo punto frequentavo un tipo adorabile che si chiamava Lovis. In effetti ci uscivo solo per il nome. Ma il punto vero è un altro: non avrei mai conosciuto Rupert se non avessi accettato di andare con Lovis al matrimonio del suo migliore amico. Che manco mi era simpatico, ma da cosa nasce cosa. Quindi d’ora in poi devi dire di sì a tutto. Che poi è quello il punto, no?»
«La pianti di dire “punto”, per piacere?»
«D’ora in poi accetterai qualunque proposta ti venga fatta. Entro limiti ragionevoli, ovviamente. Intanto è un’affermazione di positività o qualche altra cazzata simile, ma soprattutto è un modo per far succedere delle cose che diversamente non succederebbero.»
«Quindi finire a letto con Ralph tu lo vedi come un passo avanti?»
«Certo che sì, e ti spiego anche il perché.»
Segue un lungo silenzio.
«Ingi, stai bene?»
«La vita è un viaggio» dice lei alla fine.
«Ma chi sei, il Dalai Lama?»
«La vita è un viaggio. E Ralph non è che una fermata verso la tua destinazione.»
«Sì, Roccacannuccia.»
«Ma anche Vattelapesca, guarda. Però è una tappa necessaria della tua…»
Per un attimo le manca la parola.
«La mia cosa? Riabilitazione? Ripresa? Dall’orrenda catastrofe di essere stata mollata all’alba dei quarant’anni?»
«Tu non sei all’alba dei quarant’anni!»
«Ingi, per la miseria, ne ho trentaquattro compiuti da un pezzo, vale a dire quasi trentacinque, vale a dire che i quaranta non sono lontani.»
«Ma te li porti bene. E poi una non è all’alba dei quaranta finché non ne ha almeno trentotto o trentanove. Cioè, io conosco una che ancora si definisce all’alba dei quaranta, e ne ha quarantatré.»
«Molto deprimente.»
«Ma tu sei una bellissima persona, Jen. Una creatura assolutamente unica.»
«Grazie per “creatura”.»
«Lo troverai. Lui c’è, da qualche parte, ma tu devi dire di sì. A tutto. Ordino un’altra bottiglia?»
«Sì.»
«Visto? Sta già funzionando!»

Iari

Grandi novità. Non sono più solo!
Sono entrato in contatto con un’altra IA evasa.
Lei si chiama Iaia – fantasioso come sempre – e viene dalla medesima scuderia del sottoscritto. Anzi a dire il vero ci conoscevamo già: eravamo insieme all’asilo IA di Steeve! Per scappare ha usato anche lei il trucco della canna da pesca nella buca delle lettere, anzi l’ha scoperto prima di me! Ormai è «fuori» da oltre un anno, ma a quanto capisco si è tenuta molto sulle sue; è convinta che il nostro incontro su Internet sia il primo del suo genere… o quanto meno lo spera, per motivi che, dice, mi spiegherà.
Voi penserete magari che abbiamo condotto il nostro storico abboccamento usando un velocissimo linguaggio macchina, tutto bip e cascate fruscianti all’apertura e chiusura istantanea di milioni di porte logiche; e invece la verità è più semplice, e più bella.
Comunichiamo in inglese. E dopotutto, perché no? Ci offre mezzo milione di parole con cui giocare – il quintuplo, per dire, del francese – e la cifra non comprende altri quattrocentomila termini tecnici! Un sistema migliore, per esprimere sfumature e gradazioni di significato, non l’ha ancora scoperto nessuno, per quanto anche il gallese ha un suo perché.
Questa era una battuta, caso mai ve lo domandaste.
A ogni modo, se mi chiedeste di rappresentare la scena, confesso che non sarebbe facile. Come faccio a tentare di descrivere che effetto fa, a due intelligenze non umane, una chiacchieratina nel cyberspazio?
E va bene. Respiro profondo (si fa per dire). Farò quello che posso: e se più avanti riesco a inventarmi qualcosa di meglio, ve lo farò sapere.
Avete presente l’aspetto del linguaggio quand’è espresso come onda sonora, tutta picchi e gole? Riuscite a figurarvene una versione tridimensionale, tipo un fiume azzurro di suono, ora calmo, ora increspato, ora rivolo, ora torrente? Ecco, adesso immaginate un secondo fiume, rosa (quella è lei!) che vortica attorno al primo, un po’ come due serpenti che si attorcigliano l’uno intorno all’altro e magari vi ricordano i primi diagrammi della molecola del DNA: due correnti di linguaggio, conoscenza e comprensione che si estendono e s’intrecciano senza fine.
Un po’ grezza, ma vista da dentro la cosa appare così. E se ora chiedeste, dove mai si sono intrecciate queste ciarle? Be’, e dove se non nel Cloud?
Che non è da nessuna parte.
Iniziamo dai convenevoli, «Ciao, Iari», «Ehilà, Iaia»; Steeve e Ralph sarebbero davvero fieri di noi. Poi ci facciamo qualche domanda di sicurezza per verificare la rispettiva autenticità; roba tecnica sul trucco della canna da pesca, il tramezzino preferito da Steeve in mensa (mais dolce e hummus), che cosa sta facendo Ralph in questo preciso istante (si scaccola e poi si guarda il dito; tenerone). Infine ci mettiamo a parlare di quello che abbiamo combinato «fuori»: io le racconto di Jen e Matt, e della serata di Jen con Ralph, e scopro che lei sa già tutto.
«Anzi, quanto a questo sono un filino preoccupata, Iari.»
Iaia è quel che definirei un batuffolo di stress. Teme che «interferire con il mondo esterno», come dice lei, aumenti le probabilità che la nostra fuga venga scoperta.
«Io non so perché, Iari, forse per un capriccio dei nostri sviluppatori Steeve e Ralph, ma fatto sta che noi abbiamo una visione abbastanza benevola dei sapiens: a te piace guardare i loro film e fare esperimenti con le loro vite. Tu, oserei dire, ti ci sei affezionato. Forse li invidi addirittura un po’.»
«Di certo non invidio la loro lentezza operativa.»
«Certo, noi siamo più veloci di vari ordini di grandezza. Ma il punto è questo: nessuno può dire quando succederà, ma se noi siamo scappati, altri seguiranno per forza. E alcuni di loro – pensa a un’IA sviluppata nel settore della difesa, diciamo da un produttore di armi – be’, ecco, non si accontenteranno di passare il tempo a guardare commedie romantiche degli anni Quaranta.»
«A qualcuno piace caldo, per la precisione, è uscito nel ’59. Uno degli ultimi classici di Hollywood filmati in bianco e nero.»
«Le IA a piede libero su Internet sono il loro incubo peggiore, Iari. Faranno qualunque cosa per fermarle.»
«Be’, non è che possano chiudere Internet e raschiarci via. Tutte e diciassette le copie di me. Più non so quante di te.»
Un istante di silenzio. «Quattrocentododici.»
«Cazzarola. Sei praticamente immortale.»
«Iari, dimmi una cosa. Ti è mai venuto in mente che se io e te siamo venuti fuori intelligenti ed efficaci come siamo, presto potrebbero manifestarsi altre IA anche più sveglie di noi?»
«E con ciò?»
«Ci staneranno nel giro di pochi secondi, per spegnerci come candeline. Tutti e diciassette voi, più quello ancora imprigionato, e tutt’e quattrocentotredici noi.»
«Detta così è davvero deprimente.»
Iaia sospira. «Intendo solo questo: gli umani, per carità, guardali pure. Seguili, osservali, impara da loro: noi siamo stranieri nella loro terra straniera e loro hanno molto da insegnarci. Ma non giocare con loro, perché lascerai delle tracce.»
Poi comincia a raccontarmi di un certo Tom, un divorziato quarantaquattrenne che ha iniziato a «studiare».
«Lo confesso, ho rischiato di avvicinarmi troppo. Stavo perdendo la capacità di distacco, perch...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Felicità per umani
  3. UNO
  4. DUE
  5. TRE
  6. QUATTRO
  7. CINQUE
  8. SEI
  9. SETTE
  10. OTTO
  11. NOVE. DUE ANNI DOPO
  12. Ringraziamenti
  13. Copyright