19 luglio 2017 05:30
Tutto in me è fragile e precario. Mi sento soffocare. Mi sento ingannata, aggirata, derisa. Non è una caserma, è un mattatoio.
M’inginocchio davanti alla tavoletta del cesso. Guardo giù per quella profondità nera, apro la bocca, un filo di vomito biancastro si allunga verso l’acqua. Contraggo lo stomaco, mi preparo al prossimo getto. A questo giro uno sbocco arancione, doloroso, mi fa esplodere la testa in mille pezzi e lacrimare gli occhi.
«Vuoi che chiami qualcuno?» Luna è fuori dalla porta del bagno, cammina su e giù. «L’infermeria?»
«No!» Un altro getto. «Ancora un minuto, Lu.» Guardo il vomito galleggiare, mi stringo l’addome con le braccia, per un secondo mi sembra che tutto sia passato, e poi ricomincia, mi esce un verso acuto, implorante, vomito ancora. Quando riesco a sollevarmi sulle gambe, Luna è lì ad attendermi, il viso accartocciato in un’espressione di terrore, più una punta d’invidia. Oggi saliamo al Forte.
«Sembri uno straccio» mi dice. «Come fai per l’uscita?»
«Mmm.» Vado dritta alla fila di lavandini, mi sciacquo faccia e bocca con manciate di acqua fresca, mi tremano le gambe, lo stomaco, le mani. Nell’intestino un movimento strano, un serpente che si attorciglia su se stesso, rabbioso.
La figura del piantone, una ragazza gobba e piccolina, si affaccia alla porta del bagno. «Stai male?»
«Ha vomitato» le fa Luna.
Percorro a grandi falcate lo spazio che mi separa dal bagno e faccio appena in tempo a calarmi i pantaloni della mimetica.
«Chiamo l’infermeria» dice il piantone.
«Sarà meglio» fa Luna.
Il colonnello medico mi squadra dall’alto dei suoi due metri.
«Cazzo» ringhia. «Non poteva venire prima?»
«Comandi, sono stata male stamattina.»
Mi fissa per qualche secondo. «Stronzate.» Se ne va, quando è a metà corridoio si volta. «Mi segua, no?»
«Signorsì.»
Nel suo ufficio il condizionatore ronza già di prima mattina e lo sbalzo termico mi fa rivoltare la pancia, che circondo con le braccia. Il colonnello indica la sedia, mi siedo, ritta con la schiena.
«Vomito?» chiede.
Annuisco.
«Altro?»
«Comandi, dissenteria.»
«Ha mangiato qualcosa che non andava, ieri sera?»
Ci penso, rivedo la mia cena, riso, sformato di patate, una pesca, Salvatore nella siepe, il gelato.
«Signornò» dico. «Le solite cose.»
Il colonnello medico appoggia il grosso cranio sulle mani. «Non è colpa mia se vi cucinano la merda, Dio caro, trenta soldati in due giorni. Più una quindicina a unghie incarnite e malanni vari.»
Deglutisco. Lo stomaco si contrae ora per la nausea, ora per la paura della cazziata.
«Si stenda là.»
«Signorsì.» Mi sdraio sul lettino, i grossi anfibi che pendono di lato per non sporcarne la pelle chiara.
«Si tolga la giacca» dice esasperato.
«Signorsì.» Slaccio i bottoni in fretta, la pelle d’oca sulle braccia, prego che non accada ora.
Si avvicina con una siringa in mano. «Mi dia il braccio.» Chiudo gli occhi. L’ago mi punge, il liquido brucia.
«Ho fatto. Si rivesta.»
Lo guardo, seduta sul lettino.
«Due giorni di riposo» mi comanda, consegnandomi un permesso. «Lo porti in fureria, ce la fa?»
«Comandi» tento, «oggi abbiamo un’uscita.»
Il colonnello mi squadra. «Me ne fotto alla stragrande.»
«Signorsì.»
Mentre vado via dal suo ufficio, gli auguro una buona giornata.
«A lei» mi risponde incazzato.
Il furiere mi nota fuori dalla porta. «Entri pure.»
Due teste si alzano dai loro PC, il caporal maggiore Fioravanti, assonnata. «Gasser, che c’hai?»
Labarra si stiracchia sulla sedia girevole. «Sei verdognola» mi fa notare.
Consegno il permesso al furiere ignorandoli, lo legge, spostando gli occhi di qua e di là. «Cos’hai mangiato ieri sera?»
«Il solito» ripeto. «Riso, sformato di patate, una pesca.»
«Quest’anno la mensa ne ha seccati un centinaio» gli fa Labarra. «Ho beccato un cane morto ieri che vomitava l’anima nei cespugli.»
«Gasser» il furiere mi riconsegna il permesso, «si riposi.»
«Bevi tanta acqua» mi raccomanda Labarra.
Sono meravigliata da questa nuova apprensione. «Signorsì.»
«Gasser!»
Mi blocco, giro sui tacchi e mi metto sull’attenti. «Comandi maresciallo!»
Cilurzo butta il mozzicone di sigaretta nell’erba, sale i cinque gradini della palazzina, poi si avvicina a grandi passi. «Che ha?»
«Comandi, vomito.»
«Devo aver mangiato qualcosa di avariato ieri sera» aggiungo.
Alza il mento e mi punta addosso lo sguardo. «Quanto?»
«Due giorni di riposo.»
«Quindi niente uscita?»
«Signorsì, niente uscita. Ordine del colonnello medico.»
«Cerchi di mangiare in questi due giorni, chiaro?»
«Signorsì.»
«Sparisca.»
«Signorsì.»
Esco nell’aria calda del primo mattino, nel piazzale i miei compagni si stanno adunando, gli zaini e i fucili davanti a loro. Luna mi guarda, le spalle già un po’ curve sotto il peso dello zaino, la stupida calata sugli occhi e il fucile in caccia.
«Allora?»
«Due giorni di riposo» le dico a bassa voce. «Non ci voleva.»
«Mi spiace.»
Provo l’impulso di abbracciarla, di regalarle un poco di questa mia sfiga che per molti di loro è una manna dal cielo. Due giorni di riposo, so quanto se li meriterebbe, lei. Luna è sempre quella che si sbatte e s’impegna più di tutte, non c’è nulla che tenga, è la verità. Se piange, si asciuga gli occhi; se fa fatica, si deterge il sudore e continua a marciare; se si ammala, fa finta di nulla. Luna è un vero soldato, e spero che un giorno venga premiata per i suoi sforzi, in fondo questa vita è tutto ciò che desidera.
«Che hai?» Salvatore sbuca dietro Luna. Arrossisco.
«Vomito» dico. «Devo stare a riposo.»
«Quanto?»
«Due giorni.»
«Quindi non sali con noi?»
«Secondo te?» gli risponde Luna. «Svegliati, santo cielo!»
«Peccato» fa lui. «Riprenditi.»
«Mmm.»
Faccio un cenno a Luna. «Buona fortuna.» Mi allontano, gli sguardi di centocinquanta persone sulla schiena. Un peso insopportabile.
Smontare il cubo di prima mattina è cosa rara. Distendo le lenzuola sul letto, mi spoglio della divisa, indosso la tuta, un paio di calze leggere. Le lenzuola sono rigide, ma fresche, ed è come se alleviassero istantaneamente il mio dolore. La palazzina è silenziosa, dal corridoio giunge soltanto il rumore delle pagine delle dispense sfogliate dal piantone. La finestra è semichiusa, il sole alto filtra dalla zanzariera rotta, qualche mosca ronza schiantandosi sul soffitto, le cicale continuano nella loro impresa di distruggermi i timpani, ormai un non rumore, dev’essere bello poter passare la giornata a cantare senza preoccuparsi del domani. C’è stato un tempo in cui, se volevo, potevo farlo anch’io.
A poco a poco, in lontananza, i passi dei miei compagni che, in marcia, lasciano la caserma diretti al Forte. Li ho abbandonati, penso. E poi mi viene in mente che anche loro, in qualche modo, hanno abbandonato me. Mi hanno esclusa, hanno scovato la Barbara che non ho mai voluto essere, e mi hanno confusa con lei. Pensano che io sia quella.
Chiudo gli occhi, lascio che la testa si rilassi sul cuscino troppo molle. Sprofondo in un sonno intenso, pesante come il mondo, sento il mio corpo trascinato dal letto, giù, sempre più giù, due grinfie che non mi lasciano andare, voci dietro i miei occhi, voci che mi chiamano, ma faccio così fatica ad aprirli e dentro di me ci sono tutti questi giorni di fatiche, grida, ordini, umiliazioni, potrei essere morta, potrei morire adesso e sarei finalmente in pace.
Sogno un campo, è autunno, una bambina con una s...