Vennero a prenderlo col favore delle tenebre, le donne bisbiglianti in camici kaki e guantoni di camoscio. Un minuto prima dormiva sui cenci del suo box, nei lontani capannoni in fondo all’area adozioni, e un minuto dopo guaiva e si divincolava mentre lo spingevano a forza dentro un trasportino. Il suo mondo prese a rollare e beccheggiare nel tragitto verso il fabbricato principale, ma ben presto Brown Houdini-Malarky venne fatto ruzzolare fuori sotto i neon di uno stanzone e nuovamente costretto in un piccolo box coperto, dal pavimento foderato di carta di giornale. La porticina si richiuse subito; il lucchetto scattò in posizione; e Brown capì esattamente che cosa tutto ciò significasse.
Non era solo, sotto le luci dello stanzone. La barboncina Lori, quella con la rogna e i legamenti fottuti, era già stata chiusa nella cella accanto. La porta si riaprì e le donne ritornarono dentro con il trasportino. Stavolta si trattava di Fritz, bassotto tedesco ma non purissimo, che non controllava molto gli sfinteri. Un trasportino dopo l’altro, riempirono anche le celle della fila superiore: Dumpling la carlina, col muso che era un disastro di occhi glauchi e pieghe bavose; Esther, l’anzianissima pastora australiana che era sopravvissuta al suo umano ed era troppo vecchia per trovare un’altra casa. Poi le luci si spensero. Si sarebbero riaccese all’indomani, Brown lo sapeva, e tutti e cinque sarebbero stati pronti per l’arrivo del veterinario.
Poco dopo l’alba, i cani condannati ricevettero una ciotola di carne macinata. Fritz, l’eterno ottimista, si sbafò tutto subito; ma né Dumpling né Lori riuscirono a smettere di uggiolare quanto bastava per consumare il pasto. Esther, larga di punto vita e devota di carattere, ingollò con calma la sua ultima colazione e poi si sdraiò quieta con la testa sulle zampe anteriori, confortata dalle storie che le avevano raccontato di un aldilà noto come Ponte dell’Arcobaleno.
Brown non aveva appetito. Aveva perlustrato a fondo il box, e sapeva che era a prova di evasione. ’Fanculo a quel pezzo di merda di Guy. ’Fanculo a lui e a quella cagna di sua madre e a tutti i cuccioli verminosi che magari sarebbero usciti dai suoi lombi disturbati. Bastardo! Brown trasse un briciolo di soddisfazione da quegli improperi, poi si chiese se sarebbe stata l’ultima della sua vita. Privo di qualunque altra scelta, si sdraiò anche lui in fondo al box, si raggomitolò e scivolò in un sonno inquieto.
La dottoressa arrivò a mezzogiorno. Si trattava di Annabel Barwick, giovane donna con un morbido casco di capelli rossi e una fede nuziale nuova di zecca all’anulare sinistro. Brown, che la osservava con l’occhio buono, le riconobbe il merito di rivolgersi a tutti loro con un tono di affettuosa tristezza, scusandosi con ciascuno. La assisteva l’infermiere veterinario Jesse Yeo, giovanotto dalle lunghe gambe smilze, con i capelli corvini e pietosi occhi cerchiati di rosso.
Brown si concentrò e visualizzò un raggio di ipnotica potenza vù-bù che gli usciva dall’occhio. Il cane guercio non dovrebbe trovarsi qui, intimò. Il cane guercio deve essere riportato illeso nel suo box. Ma sia la dottoressa che l’infermiere erano troppo occupati perché lui riuscisse a incrociarne lo sguardo.
Fritz – povero caro – pensava ancora di poter lavorare di fascino, e quindi balzò verso la porticina in una salva di allegri bau-bau. Il che servì soltanto a guadagnargli il primo posto: l’infermiere lo prese per la zampetta castana mentre la veterinaria gli rasava un quadratino di pelliccia, e poi infilava l’ago. Un attimo dopo il piccolo Fritz giaceva a terra in un sacco della spazzatura. Brown vide ogni cosa. Vide Lori che si beccava l’iniezione, e poi invocava sempre più sconclusionata una certa Prudence, e poi smetteva. Vide Esther chiudere gli occhi e scivolare via, incontro al suo padrone.
Brown sapeva a chi toccava adesso. Ma col cazzo che se ne sarebbe andato docile in quella buona notte. Aveva esaminato con cura lo stanzone e sapeva che era un posto di merda, senza un cantuccio o un varco che fosse uno; in più era dotato di pavimentazione lava-facile che risaliva la base delle pareti ed era quasi privo di mobilio. La porta che dava sul corridoio, e di lì sul mondo esterno, era chiusa; il luogo era sigillato.
Ma ecco un colpo di fortuna. Proprio mentre Jesse l’infermiere si accosciava davanti alla porticina di Brown, Annabel la veterinaria fece qualche passo in direzione della porta e tese la mano verso la maniglia. Brown si rese conto che la tempistica era perfetta: doveva solo slanciarsi fuori dal box, scavalcare Jesse e puntare alla porta. Sì! La dottoressa abbassò la maniglia. La porta cominciò ad aprirsi. La breccia era minima, ma sarebbe bastata a un indomito terrier di strada pieno di risorse.
Brown spiccò il salto, evitando agevolmente le manone di Jesse. Le unghie faticavano a far presa sul pavimento sdrucciolevole, ma lasciare alcunché d’intentato non aveva senso. Avanzò raspando, con le zampe di dietro che mulinavano come quelle di un coniglio. La porta era appena discosta, ma lui era certo che la testa ci passava. E poi via, sarebbe scomparso, lungo il corridoio, fuori dalla porta principale. Via per sempre!
«Stronzetto» borbottò Jesse. «Annabel! Chiudi la porta!»
Sbam. Il fermo tornò a posto. La pesante porta bianca tornò a filo col pavimento. E Brown era dal lato sbagliato. Ovviamente si mise a correre, e a far correre anche Jesse e Annabel, una, due, tre volte tutt’intorno alla stanza. Ma non c’era verso. Ben presto si ritrovò all’angolo, e Jesse lo prese per la collottola. E adesso Brown era sospeso in aria, e s’inarcava e si dimenava e ringhiava contro l’infermiere che lo portava verso il tavolo. Nel frattempo, la veterinaria riempiva una siringa di liquido verde.
Il quindicenne Luke Foster – Bilancia, difensore di calcio australiano d’inverno e di cricket d’estate, abituale ravviatore di un imbarazzante ciuffo sulla fronte e fan terminale della (prima) saga di Guerre stellari – infilò una mano nel cassetto del cruscotto della Saab di sua madre, ne trasse un fazzolettino all’aloe vera e glielo passò. Era un venerdì mattina e i due erano parcheggiati a poche traverse dalla scuola pubblica che, a partire da quel giorno, sarebbe stata la sua alma mater.
Luke aveva lasciato la St. Gregory un giorno prima del previsto, senza cerimonie d’addio o d’altro genere, non avendo nessunissima intenzione di patire gli sguardi compassionevoli degli alunni i cui genitori erano medici o ricchi di famiglia o imprenditori o pescatori di orecchie di mare, e avevano finanziato l’istruzione dei figli con soldi veri, anziché con eredità immaginarie. I suoi compagni di scuola privata avrebbero proseguito per la loro strada lastricata di blazer, barche e cravatte bicolori, diretti verso trofei di regata, lezioni individuali di violoncello o flicorno e immatricolazioni nelle prime otto università della nazione. Mentre lui no. Lui sarebbe stato costretto ad andare incontro al suo destino in polo gialla.
«Mi dispiace moltissimo» singhiozzò sua madre Mariangela. «Oh, Lukey, noi volevamo il meglio per te. Sul serio.»
Nei due anni trascorsi alla St. Gregory Luke non si era mai preoccupato, neanche lontanamente, di capire come facessero i suoi a pagargli la retta. Lui e i due fratelli minori, entrambi ancora alle elementari e quindi al riparo da tutto quel casino, erano stati pre-iscritti al prestigioso liceo maschile intorno allo svezzamento, e forse questo aveva indotto Luke a credere che i suoi un’idea se la fossero fatta, su come pagare quelle rette. E benché non ci avesse mai riflettuto su, se lo avesse fatto si sarebbe convinto che i due contassero su qualcosa di meno aleatorio che esaurire il plafond delle carte di credito e aspettare che il nonno morisse. Dato in particolare il fatto che, adesso che era morto, il nonno aveva lasciato alla mamma solo la fede nuziale della propria madre, la bisnonna di Luke, alcuni orrendi mobili in palissandro e un piano scordato.
Per certi versi, Luke avrebbe voluto chiedere a sua madre cosa cazzo le era passato per la testa. Perché non lo aveva mandato subito alla scuola pubblica? A quel punto, mentre faceva il suo ingresso in una classe di estranei con addosso quella polo gialla troppo nuova, troppo rigida e troppo pulita, i pettegolezzi stavano già girando. Eccolo, è quello che hanno dovuto levare dalla St. Gregory.
Per altri versi, invece, il Luke che non sopportava di vedere la madre con gli occhi rossi e il naso gonfio avrebbe voluto prenderle la mano, accarezzarla, dirle che tutto si sarebbe sistemato, che in fin dei conti la St. Gregory non gli era mai piaciuta; che adesso lei poteva andare a prenderlo a scuola in stivali Ugg e piumino nero anziché in mise firmate da donna in carriera o completini da milf appena uscita dalla palestra; e che la scuola pubblica aveva qualcosa che la St. Gregory non avrebbe mai avuto. Le femmine. Questo l’avrebbe fatta ridere.
«Ce la farai, oggi, Lukey?» chiese Mariangela.
«Ovvio.»
Luke tirò giù l’aletta parasole della Saab, fece scorrere lo sportellino che copriva lo specchio e si appiattì il ciuffo. Il quale ribalzò su all’istante, come da copione, mentre lui traslava se stesso e il suo zainetto sul marciapiede.
«Ciao, mamma» disse.
«Ciao, amore» disse lei, e gli mandò un lacrimoso e infelicissimo bacio.
«Buona giornata» disse lui.
«Ci proverò» frignò lei.
In un’imitazione di Yoda tanto perfetta da inquietare, Luke rispose: «Fare, o non fare. Non c’è provare».
Tutti i venerdì Patricia O’Hare – Vergine, casalinga di professione dal nido ormai vuoto, madre di Larissa e Zadie, nonna in ...