Mi sveglio di soprassalto, in un bagno di sudore. Giulia si rigira mugolando sotto le coperte ma continua a dormire. Un ultimo brivido mi sale lungo la schiena gelata, mentre l’incubo cola dalla memoria. Ero nei bagni di un cinema, dalle porte blu scuro e le piastrelle sporche, e dopo aver fatto pipì, ho provato a spingere la porta d’uscita e invece era un altro gabinetto. Le porte erano diventate tutte uguali, e nel panico le spalancavo una per una e gridavo aiuto.
Striscio in cucina per bere. La lampadina del frigorifero fa luce sul divano e svela che Rocco è sveglio.
«Non dormi?»
«Non ho sonno.»
«Non ti stanchi abbastanza. Non ti fa bene stare troppo in casa o seduto. Se ti va, domani puoi venire con me a correre.»
«Non hai fiato per correre, tu fumi.»
«Piantala con queste risposte del cazzo. Io non ti ho fatto niente. Se ti va, ci vieni, se no arrangiati.»
«Vaffanculo.»
«Vaffanculo tu.»
Il giorno dopo siamo al parco Sempione, due ometti in tuta che calpestano le pozze di fango, e Rocco aveva ragione: non ho fiato e il petto mi duole ogni trenta secondi. Ci prendiamo una pausa a una delle panchine. Lui beve un succo e io fumo una sigaretta.
«Quelle ti uccideranno presto» mi dice.
«È strano che non fumi, alla tua età. Cioè, è un’ottima cosa, fai bene, ma in genere si comincia alle medie. Serve a fare amicizia.»
«Perché i fumatori dicono sempre “fai bene” a chi non fuma? Smettetela e basta, chi vi costringe? Io non fumo perché è stupido. Non voglio dipendere da una cosa che costa cinque euro al giorno e mi contamina i polmoni.»
«E non ti senti escluso, a scuola?»
«In classe dicono che mamma è una troia. Non fumare non è proprio in cima ai miei problemi. E poi sono stato già bocciato l’anno scorso. Non m’importa più niente.»
Ogni parola di Rocco è colorata di una sfumatura di malinconia che mi fa venire voglia di smettere di fumare solo per poter correre chilometri lontano da lui.
«Oi, I-ivan!» Mi volto ed è un ragazzo che non beccavo da parecchio, giovane e brufoloso, dai capelli rossi tagliati male, ma di cui non ricordo il nome. «Q-quanto tempo! Sono t-t-troppo felice che ti ho trovato qui!»
«Ciao bello… Come stai?» Mi stringe la mano ed è supereccitato. Se non ricordo male l’ho aiutato per un’assunzione in un’agenzia pubblicitaria, un anno fa, perché è balbuziente e faticava a trovare un posto. «Stai ancora da Fiorella, in Porta Nuova, sì?»
«No, macché! Da tre m-mesi fuori, non mi ha rin-novato. Sto cercando m-maaa al momento niente.»
«Mi dispiace. Se ti va mandami il curriculum, provo a girarlo a qualcuno.»
Mi cattura entrambe le mani e le agita. «N-non sai quanto mi aiu-u-uteresti! Grazie! S-s-sto facendo un part-time da H&M, giusto p-p-per sopravvivere, ma io sono un grafico!»
Mi ringrazia di nuovo venti volte e se ne va, e ancora non mi viene il suo nome.
«Perché sembrava preoccupatissimo?» mi interroga Rocco.
«È questa città. Abbiamo soltanto il lavoro. Se perdiamo quello, siamo fottuti. Ci sentiamo inutili.»
«Ma allora perché tutti vengono a vivere qui?»
«Perché solo a Milano ci sono le grandi aziende. Quindi tanti laureati si concentrano in questa città, ma la vita è cara e ognuno fa quel che può per resistere. In troppi vogliono la stessa cosa, aumenta la competizione e si finisce come lui.»
«Quindi non potrò avere un lavoro fuori Milano?»
«Sì, ma è difficile. Cosa ti interesserebbe?»
«Non lo so, ma non un lavoro che mi fa stare seduto tutta la giornata. Voglio vivere in un posto bellissimo, con i fiumi, le montagne, le mucche! Ogni giorno voglio dire “figo!”. Magari il veterinario.»
Sto per informarlo che in posti simili puoi fare soltanto il pastore, ma non voglio rovinare la sua meraviglia. Più invecchiamo, meno possibilità ci rimangono di sorprenderci o posare gli occhi su un’immagine che ci folgori. Conosciamo ogni vicoletto già calpestato, ci affezioniamo a una manciata di locali in cui mangiare, dormiamo nelle nostre gabbiette di cemento, sapendo cosa ci aspetterà domani e dopodomani. Quand’è l’ultima volta che ci siamo meravigliati?
Ezio. Ecco come si chiama quel poveretto. È di Bari, l’anno scorso era ospite di una parente, dormiva su una brandina e di giorno consegnava curriculum. Era terrorizzato dall’ipotesi di non trovare lavoro, e mi fece pensare che io al contrario non ho mai avuto paura, perché se avessi perso il posto come ultima spiaggia sarei tornato a vivere dai miei, a quindici minuti da Milano. Ma tante persone qui si arrangiano pur di non ripresentarsi alla porta dei genitori, nei paesini poco generosi che hanno giurato di castigare con l’assenza.
Viviamo in maniera disumana. Il posto fisso è ormai una chimera. Alla mia generazione spetta il posto della rivalità, basato sulla vittoria di uno che sancisce la morte di un altro. Migliaia di precari che aspettano rabbiosi la vecchiaia o il trapasso dei superiori per accaparrarsi una sedia stipendiata. Inoltra dozzine di inutili email, fai bella figura con il tipo delle risorse umane che si aspetterà referenze sbalorditive per farti piegare due magliette, impara tre lingue che le linee guida suggeriscono essere le più idonee per il mercato orientale in ascesa ma che l’anno prossimo saranno già in disuso, diventa il tuo lavoro. E poi, se sei fortunato e conquisti la tua prigione dorata, comincia con le rinunce.
«Ho un’amica in Prada che s’è presa la cefalea cronica» ragiono ad alta voce. «Si è dovuta licenziare e ritirare in Puglia, dov’è nata. L’ultima volta che l’ho vista era così in ansia per una sfilata che si è presentata all’evento strafatta di Lexotan ed è svenuta addosso all’assistente.»
«E ora come sta?»
«Sotto Tavor.» Attorno a noi la gente trascorre la pausa con un’insalata di riso sulle gambe preparata a casa, perché se il pranzo non lo paga l’azienda, in un bar costa troppo. «Quanto vorrei tornare ad avere la tua età.»
«La mia età fa schifo. Devi chiedere il permesso per tutto. Almeno tu sei libero.»
Rido senza calore. «Ogni anno diventi meno libero, bello mio.» Cristo, ho appena detto “bello mio” come farebbe Achille. «Quando sei piccolo, vai a bussare agli amici e giochi. A trent’anni, l’unica cosa che puoi fare è chiuderti in casa, che comunque ha un costo. La luce, l’affitto. Se vuoi mantenere le amicizie, devi pagare.»
«Cioè devi pagare la gente?»
«No, ma gli amici si scocciano di stare semplicemente insieme. Vogliono un aperitivo, una cena, ballare. Spendi soldi o fai l’emarginato. Quindi non sei libero, perché devi scegliere. Prenderlo in culo da solo o in compagnia.»
«Che palle. Io non voglio sognare di lavorare. Voglio viaggiare.»
«Il volo, le tasse, l’albergo, i mezzi per muoverti nella città che stai visitando. Altri soldi. E poi all’estero mangiare è un lusso, quindi ti ingozzerai di patatine fritte per una settimana.»
Rocco strizza gli occhi e respira con la bocca. «Perché con te deve essere sempre tutto negativo? Non ti stanchi mai! Fai salire la voglia di uccidersi! Per te è tutto una merda.»
Quel termine, uccidersi, mi fa piombare il cuore nello stomaco. «Perché con me usi le parolacce e con Sam o Nicole no?»
«È colpa tua!»
«Non sono negativo, sono realista! Non è meglio sapere come funziona il mondo, invece di farsi illusioni e poi sbatterci la testa?»
«No! Io la voglio sbattere, la testa. E non voglio diventare come te, che prendi una decisione e te ne lamenti. Non è sempre tutto inutile, ci sono delle cose belle.»
«E cosa, sentiamo?»
«Tutto! Non è che se una cosa non è bellissima allora è da buttare! C’è il sole, abbiamo fatto colazione, non devi lavorare e io non vado a scuola. E hai una fidanzata che ti ama. Basta. Che altro vuoi?»
«Devo sentirmi fortunato anche per l’ossigeno che il buon Gesù mi dona?»
«Sei un imbecille. Sai che c’è? Secondo me tuo padre era sempre incazzato, per questo lo sei pure tu. Quindi mi sento fortunato a non aver avuto un padre a cui assomigliare!»
«Ti sbagli. Mio padre è un coglione senza ambizione che mi ha sempre scoraggiato e per cui valevo meno di zero.»
«E allora prenditela con lui e smettila di odiare il mondo, che non ha colpe!»
Mi si accorcia il respiro e vorrei stritolare una lattina. Ma com’è possibile che questo piccolo arrogante mi abbia scagliato addosso una verità tanto elementare da risultare inattaccabile? Ma certo. Devo prendermela con la fonte della mia frustrazione. Il bastardo che ha amato in maniera esagerata i miei fratelli e ha tralasciato me. Non esiste il perdono. Non devo curare il mio rancore di figlio per potermi evolvere in un adulto equilibrato. Io devo fare a pezzi mio padre.
«Ti porto in campagna, ti va?»
Costringo Rocco a rincasare in fretta. L’adrenalina a mille, infilo dei jeans e guido fino a Pessano con Bornago, sudando copiosamente e con il fiatone che non si quieta. Rocco scruta in ansia fuori dal finestrino e comincia anche lui ad avere affanno.
«Dove siamo?» domanda con un filo di voce.
Non si fida di me. «Ti porto dove vivevo con i miei.» Sbatto di continuo le palpebre, ho la vista annebbiata. «C’è tanto verde. Ti piacciono le piante, no?»
«Ma non mi va… e stai andando troppo veloce, mi fa paura. Torniamo indietro.»
«No.»
Sgommo nel viale di casa sollevando un polverone e inchiodo davanti al casale. Tiro il cancello e i cani si avventano su Rocco, abbaiando ferocemente. Lui strilla, si tiene al mio giubbotto e colpisco a calci uno dei cani, facendolo guaire. Rocco è spaesato e terrorizzato, vorrebbe attendere in auto, ma non gli do più retta.
Suono al campanello ed è Salvo ad aprire con la sua vocina stridula.
«Che fai qua?»
«Devo avvisare per tornare a casa?»
«Ma no, è successo qualco…?»
Gli do una spallata e lo supero, invadendo il salotto. «C’è papà?»
«È lì dietro, sta preparando l’orto autunnale. Ma che hai, oh? Sembri schizzato.»
«E tu non sembri un prete ma uno che cerca un ripiego.»
Mi fiondo di nuovo nel cortile, agguanto Rocco e lo rimorchio facendo il giro della casa. Inciampa a terra, infilzandosi i palmi con la ghiaia, e lo sollevo di peso dicendogli che non è niente di che. Ma facciamo pochi passi e i cani attaccano un’altra volta, riuscendo quasi a mordergli la gamba, e devo fargli scudo mentre ringhiano. Grido, sudo per la collera, brandisco una mazza e li scaccio.
«Me ne voglio andare!» si sgola Rocco.
«Riesci ad avere un po’ di cazzo di pazienza?»
Si divincola e continuo a marciare fino alla vecchia fattoria sul retro. Trovo papà ad affondare dei pali nel terreno. Mi nota e arriccia il viso floscio in un sorriso bonario, che strapperei con le mie stesse mani, lasciandogli la faccia squarciata.
«Ivan. Che bella sorpresa? E che ci fai qui?»
«Perché hai sempre preferito Glauco e Salvo?» scoppio, senza fiato e con i battiti accelerati.
«E che significa?»
«Da piccoli, cazzo! Perché quando eravamo piccoli preferivi Glauco e Salvo a me?»
«Ivan, io le parolacce non le tollero, lo sai!»
«Quando avevo dieci anni ne dicevi a vagonate, di parolacce, quindi smettila con queste stronzate da bravo ometto, papà! Dimmi perché da bambino non mi incoraggiavi mai, e mi ripete...