
- 224 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Informazioni su questo libro
In un luminoso mattino d'autunno, il porcospino Jefferson Bouchard esce di casa per andare a farsi sfoltire il ciuffo e incontrare, così spera, la dolce Carole. Canticchia, sentendo che tutto gli sorride mentre si avvia verso la città. Come può immaginare, quando arriva baldanzoso nel salone del signor Edgar, che la sua vita sta per ribaltarsi? Accusato di omicidio, il buon Jefferson, 72 centimetri di coraggio e paura, è proiettato in un'avventura che lo porterà fino al paese degli umani. Un giallo avvincente, a tratti feroce, ma anche pieno di tenerezza e amicizia, in cui un grande autore per ragazzi s'interroga sul nostro rapporto con gli animali.
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Informazioni
Print ISBN
9788817139236eBook ISBN
97888586976341

Il giovane porcospino Jefferson Bouchard de La Poterie finì di riordinare la sua casa canticchiando pom… pompom… pompom… come chi è di ottimo umore. Quando tutto fu in perfetto ordine, lo scopino scrollato fuori dalla finestra e la paletta appesa al chiodo, programmò il forno in modo che le patate alla panna fossero cotte a puntino al suo ritorno. Poi indossò la giacca, l’abbottonò al centro notando che si formava qualche piega a causa della sua pancetta sporgente. Avrebbe dovuto frenarsi un po’ con i biscotti.
Si spruzzò il profumo Sottobosco, nell’ingresso si allacciò le scarpe perfettamente lucidate appoggiando prima il piede destro poi il sinistro sullo sgabello che era lì apposta, si mise in spalla lo zaino e uscì. Ciò che lo rallegrava quella mattina era poca cosa: aveva deciso di andare dal parrucchiere. Se n’era accorto mentre si dava una lavata: il suo grazioso ciuffo era disordinato. E lui odiava avere un aspetto trascurato. Quindi sarebbe andato in città e si sarebbe fatto sfoltire il ciuffo!
E avrebbe colto l’occasione per restituire in biblioteca il libro preso in prestito la settimana prima, un romanzo d’avventura che si chiamava Solo sul fiume. L’azione si svolge sul fiume Orinoco e il protagonista, un giovane umano di nome Chuck, supera tutte le prove con sfrenato coraggio. Solitudine, fame, sete, zanzare, indiani, piogge torrenziali, caldo soffocante, animali selvaggi… viene a capo di tutto quanto.
Con la coperta tirata fin sotto il mento e la tazza di infuso fumante sul comodino, Jefferson immaginava di essere Chuck e si sorprendeva ogni tanto a stringere i pugni e a sgranare gli occhi durante la lettura. Insomma, il romanzo l’aveva tenuto sveglio due notti di fila fino al mattino. In particolare lo aveva appassionato il punto in cui Chuck, perso nella foresta, cerca la strada con la tecnica della stella. Si parte a caso in una direzione, si va diritto per cinquanta passi e se non si trova niente si torna al punto di partenza per cercare fortuna da un’altra parte. Gli era piaciuto anche il passo in cui Chuck, affamato, decide di uccidere il suo cane per mangiarlo e sopravvivere, ma all’ultimo momento ne ha pietà, scoppia in lacrime e risparmia la povera bestia. Leggendo quelle pagine, Jefferson aveva dovuto infilare la mano sotto il cuscino, prendere il fazzoletto e asciugarsi gli occhi. Più avanti nella storia il cane salva la vita a Chuck, ricambiando così il favore. Anche lì Jefferson aveva pianto. È uno dei vantaggi del vivere soli: si può cantare ad alta voce stonando, andare in giro nudi, mangiare quando si vuole e piangere a proprio piacimento.
Era un radioso mattino d’autunno. Jefferson chiuse la porta, mise la chiave nella tasca sinistra dei pantaloni, prese da quella destra il cellulare e inviò il seguente messaggio:
Caro Gilbert, non passare stamattina. Sono in città, vado da In-Taglio per farmi sfoltire il ciuffo. Sarò di ritorno verso mezzogiorno. Ho messo le patate in forno. Se ti va… ciao, amico mio!
Si allontanò con il cuore leggero. Che altro poteva chiedere dalla vita? Aveva una salute di ferro, un tetto sulla testa, cibo in abbondanza, uno splendido amico nella persona di Gilbert, e viveva immerso nel più pittoresco dei paesaggi, al margine di un bosco di faggi.
La città era vicina. Bastava costeggiare gli alberi, seguire un sentiero in discesa fiancheggiato di ribes e si vedeva già la provinciale. Jefferson percorse quella strada, una curva dopo l’altra. Accadde perché era ancora con Chuck sulle sponde dell’Orinoco? Oppure, al contrario, perché immaginava già di affidarsi alle dolci mani di Carole, la giovane parrucchiera che gli avrebbe fatto lo shampoo prima del taglio? Sta di fatto che attraversò in un punto un po’ pericoloso, subito dopo una curva a gomito.
La macchina che veniva dalla citta sbucò a oltre centoventi chilometri all’ora. Jefferson ebbe il tempo di distinguere due persone a bordo. Al volante c’era un umano alto e molto magro con la testa rasata. Sembrava essersi ripiegato nell’abitacolo per poterci infilare il lungo corpo. Il passeggero, anche lui un umano ma molto più robusto, aveva in testa un berretto e sporgeva il gomito dal finestrino. Il guidatore frenò e fece stridere le gomme sull’asfalto. Jefferson emise un terribile squittio, balzò indietro e cadde riverso nel fossato. La quattro per quattro sbandò e il passeggero abbaiò attraverso il finestrino aperto una frase che cominciava con “razza di”, continuava con “porcospino” e finiva con… un epiteto che qui non si può riferire.
«Lo sarai tu!» replicò Jefferson tra sé.
Guardò il mezzo accelerare e sparire. Si rialzò, si sistemò i vestiti, sentì che aveva il sedere bagnato e si chiese se non fosse meglio andare a casa per cambiarsi. Dopo un momento di dubbio, decise che non aveva voglia di tornare indietro. “Mi si asciugheranno addosso!” si disse. Sarebbe passato prima in biblioteca in modo da presentarsi asciutto a Carole, che non andasse a pensare… chissà cosa. Immerso in questi pensieri, notò con disappunto che i battiti del suo cuore tardavano a rallentare. L’incidente lo aveva scosso. Sarebbero bastati pochi centimetri e goodbye, porcospino! Così era la vita: ci si sente leggeri, allegri, spensierati e in cinque secondi cambia tutto. “La felicità è proprio fragile” considerò e si sforzò di pensare ad altro.
Quando giunse in città, aveva quasi ritrovato il buonumore e fischiettò risalendo la via principale, per poi prendere a sinistra alla fontana. Nella biblioteca comunale lo conoscevano tutti e si sentì rivolgere dal personale diversi allegri: «Buongiorno, Jefferson!».
Quando posò Solo sul fiume sopra il bancone, la bibliotecaria, una gentile anatra con le lenti degli occhiali a forma di cuore, gli chiese: «Le è piaciuto?».
Jefferson si ricordò che era stata lei a consigliarglielo.
«Piaciuto? No!» attaccò.
Poi, vedendo che lei cambiava espressione e non volendo stuzzicarla troppo, proseguì: «Non mi è piaciuto, l’ho adorato. La ringrazio del consiglio, raccomanderò questo libro al mio amico Gilbert».
«Oh, signor Jefferson» disse la bibliotecaria colorendosi in viso, «mi ha fatto venire uno spavento. Ma mi sono anche stupita; ero certa che le avventure di Chuck l’avrebbero appassionata. Se vuole può riprendere subito il romanzo, così da darlo direttamente al suo amico.»
Lui ringraziò e curiosò ancora un po’ tra gli scaffali, per poi sedersi facendo finta di niente su un angolo del calorifero a sfogliare alcune riviste. Mezzora dopo usciva dalla biblioteca con Solo sul fiume di nuovo nello zaino e il sedere quasi asciutto.
Il parrucchiere In-Taglio si trovava in fondo alla stessa via. Era una piccola bottega all’antica, in cui non si potevano accogliere più di tre clienti insieme. Edgar, il proprietario, era un tasso placido e bonario che possedeva agli occhi di Jefferson, o meglio alle sue orecchie, una qualità rara e inestimabile in un parrucchiere: era capace di tagliare i capelli in silenzio.
Perciò Jefferson ci andava da anni, con la certezza di non essere subissato di parole. Si sistemò la giacca, gonfiò il petto, trasse qualche respiro profondo e si schiarì la gola. Perché non invitare Carole a bere qualcosa dopo il lavoro? Era una buona idea. Ottima, perfino. Avrebbe aspettato il momento in cui il signor Edgar fosse stato al telefono, per esempio, e avrebbe detto: «Mi dica, Carole, a che ora finisce? Sì, perché stavo pensando, sì insomma pensavo così tra me e me, per così dire… che forse…».
Carole era la nipote del signor Edgar, il quale, visto che stava invecchiando, l’aveva assunta per avere un aiuto. A Jefferson piaceva molto che fosse lei a fargli lo shampoo, che gli sfregasse la testa con le sue agili dita. Gli piaceva molto sentirsi chiedere da lei se l’acqua era troppo calda o troppo fredda. Del resto, qualunque fosse la temperatura, rispondeva che era perfetta. Avrebbe potuto gelarlo o scottarlo senza che lui avesse niente da ridire. Sistemato sul rialzo – indispensabile, considerata la sua altezza –, chiudeva gli occhi estasiato e immaginava che fosse la sua fidanzata. Perché vivere da solo, come abbiamo visto, ha i suoi vantaggi, ma ogni tanto, appunto, ci si sente… un po’ soli.
Quale non fu la sua sorpresa quando abbassò la maniglia e non riuscì ad aprire la porta, mentre l’insegna IN-TAGLIO lampeggiava al di sopra e la saracinesca metallica era alzata. Cercò di scorgere qualcosa dietro le tende. La stanza era illuminata. Una capra di età rispettabile dormiva sotto il casco da permanente, la testa coperta da una cuffia di plastica. Sembrava tutto in ordine, tranne che il parrucchiere, il signor Edgar, non si vedeva, e nemmeno Carole. Jefferson picchiettò con un dito sul vetro e aspettò. Lo fece di nuovo un po’ più forte, invano; poi, ricordandosi che c’era una finestra sul retro, decise di aggirare l’edificio.
La finestra era aperta, ma entrare da lì sarebbe stato un crimine, e Jefferson non odiava niente quanto infrangere la legge. Da sempre si sforzava di essere irreprensibile, un po’ per senso civico ma soprattutto, bisogna pur dirlo, per starsene in pace. Per questo tornò all’ingresso, batté di nuovo sul vetro e, non scorgendo alcun movimento, si rassegnò ad andarsene.
Il rimorso gli impedì di allontanarsi troppo. E se fosse successo qualcosa…? E se Carole fosse in pericolo?! Il pensiero di potersi distinguere in un modo o nell’altro agli occhi della giovane lo spinse a fare un brusco e deciso dietrofront. Due minuti dopo era di nuovo sotto la finestra aperta, dietro la casa.
«Signor Edgar! Signorina Carole!» gridò, e siccome nessuno si degnava di rispondere, prese il coraggio a quattro mani e si issò all’interno, correndo il rischio di strapparsi la giacca.
Si ritrovò in un ufficio ingombro di flaconi, scatole, schiume, shampoo e altre lozioni per i capelli. L’unico suono che veniva dalla sala vicina era quello della radio locale. Una voce precipitosa chiedeva agli ascoltatori di fare urgentemente un numero a pagamento, grazie a cui, con molta fortuna, non avrebbero vinto niente. Jefferson si fece avanti piano e chiamò ancora: «Signor Edgar? Signorina Carole? Sono Jefferson. Mi sono permesso…».
La capra dormiva della bella sotto il casco, con la bocca socchiusa che lasciava intravvedere una dentiera impeccabile; un rivolo di saliva le scendeva a rallentatore sul mento. Sembrava immersa in una dolce beatitudine. Forse sognava i suoi pronipotini capretti.
Jefferson aggirò la prima poltrona girevole che era vuota e vide innanzitutto le due scarpe color crema del signor Edgar puntate verso il soffitto. Era impossibile confonderle: scarpe professionali con cui il buon parrucchiere si sentiva “in pantofole”, come ripeteva tutti i giorni. Un altro passo e Jefferson scoprì le due gambe parallele allineate sul pavimento, poi il camice bianco abbottonato con cura fino in fondo, e risalendo un grosso paio di forbici di cui una lama era conficcata fino all’impugnatura nel torace del signor Edgar.
Il sangue tracciava sulla stoffa del camice un’ampia macchia rossa la cui forma ricordava il Madagascar. Ironia della sorte, la parola IN-TAGLIO era ricamata poco sopra. Mai quel nome era stato tanto calzante.
Sembrava che il signor Edgar dormisse come la cliente, ma lui non sognava nessun capretto, non sognava più niente, era morto.

Per fortuna, fino a quel giorno, la vita aveva risparmiato Jefferson. Non gli era mai accaduto di provare un’emozione così forte, tanto che la sua reazione fu teatrale. Prima soffocò, poi emise uno strano rumore che faceva più o meno: «Rooohaarg… rooohuurg!», che in un italiano corretto si potrebbe tradurre con: “Accidenti! Uno spettacolo sorprendente!”.
Continuò poi con: «Breu-eu-eu-okkfreeehhhhh!», che significava più o meno: “Sembrerebbe che quest’uomo non sia deceduto di morte naturale. Secondo me si tratta proprio di un omicidio”.
E concluse con un lungo e lamentoso: «Graaaaaaaaahhh!», il cui senso approssimativo era: “Comunque sia, fa un certo effetto!”.
Poi fece una cosa che non avrebbe mai dovuto fare. S’inginocchiò accanto al cadavere e mormorò: «Aspetti, signor Edgar, ora le tolgo questo…», prese le forbici nella mano destra e le strappò dalla ferita, sorpreso dalla resistenza che opponevano. Verrebbe da credere che una lama affondata in un corpo si sfili come fosse in un panetto di burro, e invece no, aderisce!
In quel momento la capra addormentata decise di emergere dal suo dolce sogno e quel che vide – ovvero il corpo del signor Edgar per terra e accanto a lui il criminale, arma in pugno – non le lasciò ombra di dubbio. Aprì una bocca smisurata ed emise uno strillo così acuto che il piccolo specchio portatile si incrinò: «Hiiiiiiiiiiiiii! Aiuto! Hiiiiiiiiiiii! All’assassino!».
Jefferson mollò le forbici.
«Ma no, signora, non sono stato io! Sono entrato e ho…»
Lei non lo lasciò finire e urlò a pieni polmoni. L’ugola le vibrava in fondo alla gola.
«Ha ammazzato il signor Edgar! Ammazzerà anche me! Hiiiiiiiiiiiiiiiii!»
Jefferson giunse le mani.
«Ma no, signora, le giuro…»
Lei si strappò il casco e la cuffia, scoprendo i capelli violetti e la testa coperta di bigodini. Poi corse alla porta e si accanì sulla maniglia senza riuscire ad aprirla. Non ebbe un attimo di esitazione. La certezza di essere intrappolata in una piccola stanza con un assassino decuplicò la sua energia. Prese una rincorsa di due metri e si lanciò, spalla avanti come un giocatore di rugby professionista. La porta si infranse al primo assalto, la capra cadde a quattro zampe sul marciapiede, balzò in piedi come spinta da una molla e si allontanò veloce quanto glielo consentivano le corte gambe. N...
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