I rami degli alti pini erano appesantiti dal ghiaccio. Spezzandosi, producevano schianti che echeggiavano in tutta la foresta come colpi di cannone.
Ogni volta, la piccola squadra antiterrorismo del Norwegian Police Security Service – noto anche come PST, da Politiets Sikkerhetstjeneste – interrompeva la propria avanzata e si bloccava, come raggelata. Passava qualche secondo, talvolta interi minuti, prima che i membri si sentissero abbastanza sicuri da riprendere a muoversi.
Nessuno si era immaginato che la bufera potesse essere così violenta. Il ghiaccio copriva ogni cosa e rendeva quasi impossibile l’avanzata sul terreno in pendenza.
Diversi uomini della squadra avrebbero voluto attendere. Il loro capo, però, aveva ordinato di procedere. L’attacco doveva svolgersi quella notte.
In loro supporto c’era un contingente dei Forsvarets Spesialkommando norvegesi, chiamati per comodità anche FSK. Nemmeno il loro comandante era entusiasta all’idea di colpire un obiettivo in quelle condizioni, però aveva studiato le informazioni riservate ed era giunto alla medesima conclusione.
I due elementi esterni – inviati all’ultimo momento dal quartier generale della NATO e inseriti d’imperio nella squadra dal governo norvegese – non avevano voce in capitolo. Per quanto l’americano sembrasse in grado di cavarsela da solo, e probabilmente lo avesse fatto in svariate occasioni, non si sapeva nulla della sua storia, e lo stesso valeva per la donna che era con lui. Pertanto, la coppia inviata dal quartier generale della NATO non era stata neppure dotata di armi: nessuno dei norvegesi voleva beccarsi una pallottola nella schiena.
Radio criptate, con tanto di auricolari a conduzione ossea, li tenevano in collegamento tra loro e con il centro operativo della PST. Indossavano i più moderni visori notturni panoramici ed erano dotati di una vasta gamma di armi da fuoco: HK416, MP5, pistole Glock 17 di ultima generazione e USP Tactical. La loro era una delle squadre meglio equipaggiate e meglio addestrate che il Paese avesse mai messo in campo per un’operazione di antiterrorismo interno. L’obiettivo era una vecchia baita in una zona remota, nel folto della vegetazione. Aveva un lungo tetto coperto di erba, da cui spuntava il tubo nero e ammaccato di una stufa. All’esterno, la legna necessaria per il riscaldamento dell’intera stagione era stata tagliata e accatastata.
Anche in condizioni climatiche meno ostili, i droni spia si sarebbero rivelati inutili: la densità degli alberi e i venti sibilanti e gelidi rendevano impossibile far alzare in volo il drone compatto che gli uomini dell’FSK si portavano appresso. Non restava altra opzione che entrare «alla cieca».
Mentre le squadre avanzavano nella foresta, il vento li tempestava di neve e ghiaccio taglienti come cocci di vetro.
Gli ultimi cinquecento metri furono i peggiori. La baita era stata costruita in un’ampia gola, e durante l’avvicinamento in discesa diversi operativi persero l’equilibrio, alcuni più di una volta.
Per via degli alberi, i cecchini dell’FSK non trovarono un punto in cui appostarsi. Non c’erano linee di tiro sgombre e furono costretti ad avvicinarsi alla baita più di quanto avrebbero voluto. La sensazione diffusa era che quell’operazione si stesse rivelando sempre più sbagliata.
Ignorando l’ansia che stava montando tra i suoi uomini, il comandante della PST continuò ad avanzare.
A trecento metri dalla baita, videro una luce dietro le imposte.
A duecento metri avvertirono l’odore di legna bruciata che usciva dal tubo della stufa.
Con un centinaio di metri ancora da percorrere, venne dato il segnale di fermarsi. Nessuno si mosse.
Qualcosa non andava, se ne accorsero tutti. I battiti cardiaci aumentarono. Le mani si strinsero intorno alle impugnature delle armi.
Poi si scatenò l’inferno.
Una serie di esplosioni, seguita da ondate di affilate schegge d’acciaio, che squarciarono le membra dei militari dell’antiterrorismo in avvicinamento.
Appena i congegni antiuomo iniziarono a detonare, Scot Harvath spinse a terra la collega e si gettò su di lei.
«Non respiro…»
«Sta’ giù!» le ordinò.
Trovarsi nella retroguardia della colonna aveva dato loro un vantaggio, per quanto minimo, e la rapida reazione di Harvath aveva salvato la vita a entrambi. Diversi membri della squadra non erano stati altrettanto fortunati. Ovunque c’erano sangue e brandelli di corpi.
Quando le esplosioni cessarono, quelli in grado di farlo corsero a cercare un riparo, trascinandosi appresso i commilitoni feriti. I morti furono lasciati dov’erano.
Da ex Navy SEAL, Harvath sapeva cosa sarebbe accaduto subito dopo. E non avevano molto tempo. Si scansò dalla donna rotolando di lato e si affrettò a chiederle come stava. «Sei ferita?»
Monika Jasinski scosse la testa.
Lui estrasse la Sig Sauer che si era nascosto sotto il parka e la puntò verso un lastrone di roccia dietro cui due agenti della PST avevano trovato riparo. «Ti copro io» le disse. «Va’. Adesso.»
La Jasinski, confusa, guardò prima la pistola e poi lui. Aveva una miriade di domande. Prima fra tutte: da dove era spuntata quell’arma? E poi, per chi diavolo lavorava realmente quel tizio? Ma non era quello il momento per pretendere spiegazioni. Si alzò in piedi e corse più veloce possibile.
Quando la donna ebbe guadagnato la roccia, al sicuro, Harvath si affrettò a raggiungerla.
I due norvegesi erano in pessime condizioni. Uno stava morendo dissanguato, e una pozza di sangue si stava formando sul terreno ghiacciato intorno a lui.
Dopo aver estratto il laccio emostatico dal gilet tattico dell’uomo, Harvath lo lanciò alla Jasinski. «Stringilo lì» disse, indicando il punto giusto sulla gamba ferita. Dopodiché, raccogliendo il fucile dell’agente, si voltò verso l’altro operativo.
«Puoi combattere?»
L’uomo annuì, ma il suo braccio sinistro sembrava essere stato trascinato ad alta velocità su una strada in ghiaietto; il dolore era palese sul suo viso.
Appena Harvath gli ebbe fatto quella domanda, dalla baita giunse una raffica di colpi. Un’arma automatica.
Le pallottole finirono in mezzo agli alberi, martoriando il terreno intorno a loro. Quando colpirono la roccia la sbeccarono, staccandone grossi pezzi.
Harvath detestava gli scontri a fuoco. Ne aveva visti fin troppi, prima da SEAL e ora da agente antiterrorismo sotto copertura. Uno scontro a fuoco implicava l’aver perso l’elemento sorpresa. E li detestava ancor più quando al suo fianco c’erano dei feriti, e i cattivi erano rintanati in una postazione facile da difendere.
Dopo aver rapidamente risistemato la Sig sotto il parka, si sfilò l’auricolare lasciandolo penzolare su una spalla. La radio era subissata di voci, tutte norvegesi e buone solo ad amplificare il caos.
Controllò se il fucile si fosse surriscaldato, poi posizionò il selettore di fuoco su semiautomatico e diede una sbirciata fuori dal riparo.
La baita era a un solo piano, con tre finestre sul lato esposto. I tizi che li stavano tenendo sotto tiro sembravano sapere il fatto loro: si erano appostati all’interno, a diverse decine di centimetri dalle finestre, probabilmente sdraiati su tavoli o altri rialzi. Sarebbe stato difficile eliminarli. Al contempo, però, la loro linea di tiro era limitata.
Concentrandosi sulla finestra più vicina, Harvath fece a sua volta partire una raffica, e l’agente della PST con il braccio ferito fece altrettanto. La reazione, immediata, li costrinse a riparare dietro la roccia.
A poca distanza, altri norvegesi aprirono il fuoco, ma fu un contrattacco troppo debole. Non avevano abbastanza uomini per un assalto. Erano bloccati.
Quando le pallottole cessarono di colpire il loro riparo, Harvath si sporse di nuovo. Prima di poter far fuoco, però, notò che la quantità di fumo in uscita dal tubo della stufa era aumentata. Non stavano più bruciando solo legna. Con ogni probabilità, ora si stavano anche sbarazzando delle prove. Mirando alla stessa finestra, aprì il fuoco di sbarramento.
Dopo aver svuotato il caricatore, tornò dietro la roccia e indicò a Monika di lanciargli quello pieno contenuto nel gilet tattico dell’operativo PST che stava accudendo. Mentre ricaricava, cercò di escogitare un piano.
Gli uomini dell’FSK, però, lo avevano preceduto.
A differenza della PST, versione norvegese dell’FBI, i membri dell’FSK erano militari, e attrezzati in quanto tali. Il loro equipaggiamento prevedeva lanciagranate M320 H&K, montati sui diversi fucili in dotazione alla squadra. E qualcuno aveva deciso di mettere subito fine alla faccenda.
Dopo aver preso posizione, un soldato aprì il fuoco mentre due suoi compagni uscivano allo scoperto e lanciavano ciascuno una granata da 40 millimetri ad alto potenziale esplosivo. Sarebbe bastato che una sola delle due colpisse la baita, ma in quel caso lo fecero entrambe, penetrando in finestre diverse ed esplodendo all’interno in una tempesta di schegge. Qualche istante dopo, qualcosa prese fuoco e del fumo nero iniziò a uscire dalle imposte.
Harvath non perse tempo. Riempiendosi le tasche del parka di altri caricatori, recuperò un visore termico dall’agente della PST ferito più gravemente e puntò verso l’obiettivo. Alle sue spalle, i norvegesi gli gridavano di fermarsi, di aspettare l’arrivo dei rinforzi.
Neanche per idea.
Chi poteva sapere quali prove fossero già state distrutte? Se restava ancora qualcosa, voleva metterci su le mani prima che sparisse.
Sfruttò gli alberi come riparo e avanzò in diagonale. Spostandosi parallelamente rispetto all’ingresso, alzò l’arma e attraversò il terreno ghiacciato che lo separava dalla soglia. Dopo essersi sfilato il guanto, appoggiò la mano sulla porta. Già fin troppo calda.
Mise il fucile in spalla, si sfilò il visore notturno, tolse l’altro guanto ed estrasse la Sig. Con la baita in fiamme non aveva certo bisogno delle ottiche per la visione al buio, ma il termico era tutta un’altra storia. Dopo averlo acceso fece un passo indietro, puntò l’arma e spalancò la porta con un calcio.
Alimentate dalla ventata d’ossigeno, diverse lingue di fuoco gli corsero incontro, ma lui si era già scostat...