Adesso mangiamo, poi vediamo
«Almost done, Stefano!»
«Almost done, Ray!»
Appena saliti sulla fatbike, dopo aver mosso qualche metro, ci eravamo augurati così buon viaggio.
A meno 35 gradi, con il vento che ci soffiava contro facendoci percepire ancora più bassa la temperatura, circondati da imponenti iceberg azzurri e accecati dalla luce del sole che si rifletteva in tutto quel bianco ghiacciato, stavamo pedalando su una fuoristrada di 42 chili. La nostra fatbike, studiata per il ghiaccio e la neve, aveva un telaio di alluminio, più pesante di quello in carbonio di una normale mountain bike, ma più resistente, sul quale erano montate due ruote grandi con gli pneumatici un po’ sgonfi, con una pressione di circa 0,8 bar, per poter galleggiare sulla neve. I copertoni molto larghi erano dotati di seicento chiodi ciascuno per consentire al mezzo una maggior presa sul ghiaccio. Una maggior presa significa però più attrito, il che rendeva il mezzo ancora più duro da mandare avanti.
Scarica, la nostra fatbike non sarebbe pesata più di 15 chili, ma l’avevamo organizzata in modo che potesse trasportare tutto quello che ci serviva per resistere nel freddo almeno una settimana. Sul manubrio, in corrispondenza di ogni manopola, c’erano due pogies, una sorta di sacco a pelo per riparare le mani dal vento. Là dentro non sarebbero state esattamente al calduccio, ma almeno non si sarebbero congelate. Sul manubrio era ancorato il sacco a pelo da freddo, sulla forcella avevamo invece fissato due bottiglie di white gas, benzina bianca, l’unica utilizzabile per sciogliere il ghiaccio a quelle temperature, perché nel gas delle normali bombolette da campeggio c’è una parte liquida di butano che congelerebbe. Sul portapacchi c’erano due borse laterali e lo spazio per un altro piccolo bagaglio. In questi tre alloggiamenti avevamo riposto un cambio di vestiti, giacca e pantaloni in piuma grossissimi da indossare appena fermi, la tenda, il cibo e il resto del materiale. Eravamo stati molto attenti a bilanciare il peso tra il davanti e il dietro. Se avessimo messo tutto nel portapacchi, considerando anche il nostro peso in sella, la bici sarebbe sprofondata nella neve impedendoci di procedere, se invece avessimo esagerato aggiungendo altro sul manubrio avremmo perso guidabilità. Studiando un po’ avevamo trovato l’assetto ideale, e con quella che sarebbe stata la nostra casa nei giorni a seguire avevamo lasciato la piccola comunità inuit di Qikiqtarjuaq.
«Quasi fatta» ci eravamo quindi detti con Ray, anche se la fine era ancora molto lontana. Quando però cominci davvero la tua spedizione, hai alle spalle un anno di preparazione e la parte più complicata e noiosa te la sei lasciata indietro. A quel punto viene il bello, faticoso certo, ma è quanto hai sognato nei mesi precedenti.
Una spedizione artica è ben più complessa da organizzare, servono più materiali, più logistica, più spostamenti, più organizzazione, più cibo, più abbigliamento, più tutto perché te la devi cavare da solo dall’inizio alla fine. Nel mezzo non c’è nulla, i posti di soccorso sono lontani, gli elicotteri non ci sono, se sei in pericolo devi pensare prima di tutto a farcela con le tue forze. Certo, qualcuno potrebbe venire a salvarti, ma è una possibilità sulla quale non puoi contare al 100 per cento. Se sei in una bufera di neve, non puoi chiamare i soccorsi: che senso avrebbe mettere in pericolo anche la vita di altri, oltre alla tua? Nessuno, comunque, verrebbe mai a prenderti subito.
Ma non è tutto qui. In quell’avventura appena iniziata non avevamo dovuto pensare soltanto al gelo artico, ma anche al caldo infuocato del deserto. Nella Arctic to Atacama, così si chiamava la spedizione, avremmo pedalato in due luoghi distantissimi tra loro: l’Isola di Baffin nell’Artico Canadese e, subito dopo, il deserto cileno di Atacama.
Alla vigilia della partenza il pensiero dei bagagli, che passano sempre il limite di peso per l’aereo, si era unito alla sensazione fastidiosa di avere dimenticato qualcosa. Simile a quella provata mille volte prima di un Iron Man, ma moltiplicata per cento! Anni prima, assalito dal dubbio di non avere tutto il necessario nelle due borse che servono per passare dal nuoto alla bici e poi dalla bici alla corsa, con il terrore di arrivare alla maratona senza le scarpe per correre, trascorrevo le notti a controllare che ci fosse tutto.
Allo stesso modo, prima della partenza per Ottawa, avevo ripassato e spuntato mille volte i lunghi elenchi dei materiali da portare e delle cose da fare... Due biciclette, satellitare, tracker, guanti da meno 50 e guanti per proteggersi dal sole del deserto, abbigliamento tecnico pesante, integratori alimentari, verdure liofilizzate, medicinali, tende e sacco a pelo da meno 50, sacco a pelo più leggero per il deserto, crema solare, ascia da ghiaccio e lanciarazzi per gli orsi; e poi: ingrassare la ruota libera della fatbike per evitarne la rottura, sgonfiare gli ammortizzatori della bici da cross country per il volo verso il Cile... Ero sicuro di aver fatto tutto e che tutto ci fosse, ma non potevo togliermi dalla testa il pensiero inquietante di trovarmi sul pack artico con la bici sbagliata, in pantaloncini e maglietta estiva. Meglio stare sul sicuro e andare a ricontrollare le borse!
Sulla carta la Arctic to Atacama era un’impresa al limite della resistenza umana. In un’unica spedizione avremmo affrontato un’escursione termica pari a 100 gradi, passando dai meno 50 dell’inverno artico canadese ai più 50 del deserto più arido del mondo. Sull’Isola di Baffin avremmo attraversato il parco nazionale di Auyuittuq per 200 chilometri, da Qikiqtarjuaq fino alla comunità di Pangnirtung, in Cile avremmo percorso tutto il deserto da nord a sud per un totale di 1200 chilometri circa.
E l’avremmo fatto sulla mountain bike, due diverse in base al territorio. A chi ce ne chiedeva il motivo, rispondevamo semplicemente: «Perché ci piace andare in bici!». Non era un modo per tagliare corto sulla scelta del mezzo impiegato. Per noi due ruote invece di due gambe non facevano tanta differenza. Siamo atleti di endurance, amiamo compiere imprese protratte di resistenza in posti selvaggi che ispirano la nostra immaginazione. Il mezzo con il quale ci spostiamo da un posto all’altro diventa relativo. Correre per l’uomo è il modo più naturale, ma poi c’è stato chi ha inventato la ruota, perché non sfruttarla? Come per Ray, la mia passione per la bicicletta non era mai tramontata e, sebbene avessi pressoché abbandonato il triathlon, l’idea di usarla per compiere un’impresa nell’Artico e nel deserto mi affascinava quanto correre. Non volevamo dimostrare nulla, e dunque: perché no?
In spedizioni come le nostre il verbo “dimostrare” dovrebbe essere cancellato dal vocabolario, perché è rischioso. Il nostro obiettivo è compiere un’impresa rispettando la filosofia che abbiamo scelto di seguire, fare le cose nel modo più pulito e trasparente possibile. Per il resto ci piace confrontarci con la natura selvaggia e con i nostri limiti, ci piace l’idea di poterli abbattere. Non siamo pazzi, cerchiamo di calcolare per quanto possibile tutti i rischi e gli imprevisti, ma abbiamo il desiderio, quasi l’esigenza, di porci delle sfide sempre nuove e più impegnative e la voglia di vivere la nostra vita spremendola, senza perdere un solo giorno dietro futili abitudini e comodità.
Scegliere il mezzo, la modalità, la filosofia e la destinazione delle nostre imprese diventa ogni volta una specie di gioco creativo. In quel caso io e Ray ci siamo detti, più o meno: “Facciamo qualcosa con la bici. Ok, facciamolo. Ma dove? Mmm, attraversiamo l’Artico nel mese più freddo. Bello, sì, bellissimo. E poi? E poi cosa? E poi... ci vorrebbe il posto più caldo, nel periodo più caldo dell’anno. Trovato! Cosa? Il deserto di Atacama. Il più arido del mondo. Dove a febbraio è estate piena”.
Così eravamo finiti a pedalare in sella alle nostre ingombranti fatbike. E non eravamo soli: con noi c’era anche Jen Segger, atleta canadese molto forte e allenatrice di endurance ricercatissima, perfetta per l’impresa che avevamo messo in piedi, dove, più del palmarès delle gare o la velocità, contavano l’allenamento alla fatica prolungata e l’adattamento alle temperature estreme.
Nonostante lo avessi già provato, non ricordavo quanto umido fosse il freddo di Baffin. Dai racconti di Ray, ma non solo da quelli, sapevo che al Polo Sud le temperature erano anche più aspre, però il freddo era tanto secco che la neve risultava farinosa. Impossibile farci a palle di neve se te ne fosse venuta la voglia. È un tipo di freddo più sopportabile rispetto a quello dell’Isola di Baffin, del mare e dei fiordi, dove l’umidità penetra e per ripararti devi avere un guscio in Gore-tex come quello che usavamo noi per proteggerci le gambe.
Altra questione fondamentale: le calzature. La scelta non era stata dettata solo dal freddo ma anche dal mezzo utilizzato. Il piede è una specie di pompa, tanto che il polpaccio viene considerato il secondo cuore del sistema linfatico. Questo afflusso costante di liquidi dato dal movimento scalda il piede e ne impedisce il congelamento. Normalmente avremmo utilizzato uno stivale termico da 50 gradi sotto zero, ma sulla bicicletta il piede sarebbe stato immobile per ore e dunque più soggetto a raffreddarsi. Optammo per Baffin Boot da meno 100 con solette termiche a batteria con tre livelli di riscaldamento. Un bel comfort, che ci avrebbe evitato di fermarci per riscaldare i piedi... ma non sempre la tecnologia risolve facilmente i tuoi guai. Per abbassare o alzare la temperatura della soletta dovevamo prendere e premere un comando remoto. Operazione impossibile con le moffole, dovevi farlo con i sottoguanti. Risultato: mani congelate. Come se fossero meno importanti dei piedi! Il signor freddo alla prova dei fatti ci aveva dato una lezione: the less, the better. Come nella vita, meno cose hai, meno ti devi preoccupare, più è facile. Meno cose ci sono da rompere, meno pile da cambiare, meno peso da portare, minore è lo stress.
Negli anni precedenti avevo già sperimentato che adattarmi al freddo andando a piedi nudi o senza guanti nell’inverno di Riccione non era servito a nulla, se non a prendermi un bel raffreddore. Da allora mi ero attenuto alla regola “Finché possiamo godere, godiamo”, perché per i meno 50 la preparazione “piedi scalzi” e pochi panni non aveva pagato! Meglio stare al calduccio. E visto che il trucco era nell’acqua e nella sua mobilità nel corpo, mi ero preparato con il metodo delle saune. E mai come in quella esperienza ne avrei avuto bisogno.
Per quanto duri fossero stati, gli allenamenti mi erano sembrati meno stressanti della preparazione logistica della spedizione. Nei mesi precedenti, avevo fatto molta mountain bike sui sentieri e i dislivelli appenninici, oltre a uscite sulle Dolomiti in fatbike. Era stato molto divertente, e pure utile per affrontare un terreno che cambia continuamente e per mantenere l’equilibrio e i riflessi sempre all’erta. Oltre alle uscite, mi ero allenato in palestra con lunghe sedute di esercizi, anche in ipossia, perché avremmo dovuto portare una bici di 42 chili che ci richiedeva resistenza e forza in condizioni di freddo e vento che obbligano a respirare solo con il naso.
Ancora meno faticosa degli allenamenti fu la mia dieta prima della partenza. Oltre a mettere su muscoli, dovevo rimpinzare le mie riserve con grassi buoni come l’olio evo, il burro d’arachidi, l’olio di cocco, il burro e il pesce grasso. Potevo anche esagerare con altro e il Natale con tutte le festività del periodo mi era venuto in soccorso. Quello che per altri è il periodo peggiore per la dieta, per me si era rivelato una pacchia: panettone e tortellini in brodo come se non ci fosse un domani. In spedizione avrei avuto bisogno di 10.000 calorie giornaliere per recuperare gli sforzi fatti, ma non era possibile integrare con il cibo che ci saremmo portati dietro, conveniva partire con le scorte; la prova costume era comunque salva!
Abbandonato il delta del piccolo villaggio inuit con l’obiettivo di inoltrarci nel fiordo ghiacciato, fummo subito catturati dal luogo. Eravamo in una valle di ghiaccio, sovrastati da montagne imponenti a loro volta ghiacciate. I giorni appena trascorsi sembravano ormai lontanissimi, anche se ne erano passati soltanto due dal nostro arrivo nella comunità.
Eravamo atterrati con il buio e scesi sulla pista ghiacciata dell’aeroporto, un piccolo hangar di lamiera lì accanto. Ci aveva accolti Billy, un punto di riferimento per le spedizioni artiche, che ci aveva ospitato da lui.
Nel breve soggiorno a casa sua, avevamo fatto avanti e indietro dall’aeroporto per prendere i nostri bagagli, arrivati alla spicciolata con altri aerei commerciali. Furono le nostre uniche uscite: non che ci fosse poi molto altro da fare, ma preferivamo prenderci tutto il caldo possibile prima di metterci in cammino.
Tra i cinque voli e i relativi scali, il viaggio dall’Italia era stato lunghissimo. Una volta giunto a Ottawa, dove mi ero incontrato con Ray e Jen, eravamo partiti per Iqaluit, la capitale del Nunavut, giovane Stato del Canada, del quale fa parte l’Isola di Baffin. Territorio di granito, fiordi e ghiacciai lunghi anche più di 100 chilometri, l’Isola di Baffin è gigantesca. È la più grande dell’Artico e la quinta nel mondo, così grande da poter contenere l’Italia trentatré volte. Sebbene sia molto vasta, è scarsamente popolata: 11.000 abitanti inuit divisi nei pochi insediamenti delle coste.
Il punto di partenza della nostra spedizione era sulla costa settentrionale dell’isola e, una volta arrivati nella capitale, avevamo preso un piccolo aereo commerciale per Pangnirtung e poi un altro ancora per giungere a Qikiqtarjuaq. Ed eravamo stati anche molti fortunati, perché le condizioni meteo buone non ci avevano costretto a stazionare a lungo durante gli scali in attesa di una finestra di bel tempo per poter decollare. Dicono che ciò che è semplice difficilmente si rompe. E mai come in quel viaggio mi aggrappai a questo pensiero che sa di saggezza popolare, perché quegli aerei con turboelica avevano l’aria di essere molto basici ed elementari. Una specie di autobus con le ali con dieci posti a sedere e il resto occupato da una stiva con merci, per lo più cibo, rifornimenti vari e la posta. In questi territori, nel corso dell’inverno, tutto viene trasportato per via aerea, una mela può quindi costare cinque dollari, un pacchetto di patatine otto dollari... In estate, quando i ghiacci del pack si rompono, arrivano anche le navi container, ma questo non cambia il prezzo di frutta e verdura, che continua a essere proibitivo, tanto che i commerci non hanno modificato di molto la dieta degli Inuit, che rimangono grandi consumatori di carne e pesce.
Durante le lunghe ore di volo ne avevo approfittato per riposarmi perché sapevo che nelle notti a seguire avrei dormito sempre con un occhio aperto e uno chiuso... L’ultimo volo da Pangnirtung a Qikiqtarjuaq lo feci però sveglio. Fuori dall’oblò non si vedeva nulla, perché era già buio, ma ormai stavamo arrivando e avvertivo un po’ quell’agitazione che ti prende quando stai per cominciare qualcosa che aspetti da tempo. Con quell’ultimo volo di poco meno di un’ora avevamo sorvolato il percorso della nostra spedizione che andava da fiordo a fiordo passando per l’Akshayuk Pass, un passo storico nel selvaggio parco Auyuittuq, il primo parco nazionale dell’Artico canadese, istituito nel 1972, il cui nome significa “la terra che non si scioglie mai”. Nessuno aveva mai tentato la stessa traversata in inverno, mentre in estate è un percorso di trekking che impegna gli escursionisti per quattordici giorni. Ray lo aveva fatto in una decina di giorni, correndo lungo il corso del fiume e attraversando le morene glaciali. Noi, nonostante le temperature proibitive, avremmo avuto un indiscusso vantaggio, quello di poter usare il letto del fiume ghiacciato come strada. Quelle condizioni naturali che per gli Inuit significano isolamento ci avrebbero invece permesso di muoverci.
Questo non la rendeva affatto una scampagnata. Oltre al freddo, c’era da combattere soprattutto contro il vento. Nell’Isola di Baffin sono stati registrati i venti più freddi e veloci del mondo. In uno dei punti in cui dovevamo passare noi, a quello dominante dal Polo Nord si uniscono i venti catabatici che scendono in picchiata dai ghiacciai e raggiungono velocità di 170 chilometri orari. In caso di difficoltà avremmo potuto contare solo sul soccorso via terra degli Inuit, ma sapevamo bene che per venire a recuperarci con le loro motoslitte avrebbero dovuto attendere buone condizioni meteo. E per un recupero poteva volerci anche una settimana.
I due giorni a Qikiqtarjuaq erano trascorsi in maniera tranquilla facendo gli ultimi preparativi. A mano a mano che le nostre borse erano arrivate, avevamo montato tutti i pezzi sulle fatbike e distribuito i materiali e gli strumenti, comprese le scorte di cibo. Ci eravamo portati proprio tutto, perché, costi proibitivi a parte, non avremmo comunque potuto reperire in loco quello che ci serviva per la spedizione.
L’unico cibo locale lo avevamo mangiato quando un’anziana inuit era venuta a bussare alla porta di casa. Sulle spalle trascinava un enorme pesce congelato, una specie di merluzzo, appena preso dai pescatori e portato fin lì facendolo strisciare per terra. Lo vendeva porta a porta e noi lo comprammo. Per cucinarlo, lo tagliammo in tranci con una sega di legno e lo passammo subito in padella così com’era. Era appena pescato e si sentiva, era freschissimo.
Lo mangiammo con Billy, sua moglie ...