«Teresa, dove diavolo hai messo gli articoli arrivati stamattina?»
Giuro che non la sopporto più. Sono due giorni che collaboriamo, per un totale di dieci interminabili ore di compilation anni Settanta-Ottanta strappalacrime, spiegazioni impazienti, ordini incalzanti, sgridate gratuite. Per cosa poi? Insomma, non è che ci voglia tanto a gestire un negozio di circa settanta metri quadri, con un’affluenza di otto, massimo nove clienti in sei ore. Va bene, forse non avrei dovuto tentare di dare un ordine personale alle varie tipologie di applique dell’anteguerra mischiandole con quelle postmoderne, e neanche ripulire con la candeggina quella specie di antichissima conchiglia marina di dubbia provenienza, ma insomma, che ne sapevo che quelle non fossero strisce di calcare residue, ma preziose tracce di salsedine solidificata nei secoli?
Rachele mi raggiunge alle spalle, mentre sto spolverando lo scaffale sotto l’oblò cercando di tenere il passo con il ritmo di una canzone sconosciuta, probabilmente appartenuta agli antenati degli One Direction, i famigerati Backstreet Boys.
«Non ti avevo chiesto di aspettare?»
Mi volto sforzandomi di sorridere mentre racimolo nel mio pozzo di pazienza, di solito riservato a Stefania, gli ultimi residui di tolleranza. «Sì, ma non puoi delegarmi le cose a metà. Sono due giorni che non mi fai fare altro che sistemare soprammobili, lucidare scaffali… mi hai persino chiesto di contare le biglie dentro un barattolo!»
«Be’, avevo bisogno di stimare un prezzo realistico…»
«Quello di cui hai bisogno è di fidarti un po’ di più della sottoscritta.»
Rachele alza con fare ironico un sopracciglio così folto che farebbe invidia anche alla Foresta Proibita. «Ti devo davvero fare un elenco dei tuoi recenti disastri?»
Colpita nelle mie debolezze, cerco di reggere il confronto. «Va bene, ma cosa mi paghi a fare se poi non ti posso davvero dare una mano? Non mi permetti neanche di scendere in laboratorio…»
L’espressione di Rachele si incupisce all’improvviso, e temo di aver detto una colossale stronzata. Ma la verità è che con lei non so mai quando parlare e quando stare in silenzio: mi sembra di sbagliare in ogni caso. Se volessi fare un film su di lei, in questo momento, lo intitolerei Lo strano caso della ragazza ipersensibile. E no, non è un complimento.
«Non vedo proprio come possa funzionare» borbotta intanto lei, mentre inizia a sistemare gli articoli sullo scaffale, ovviamente contravvenendo al mio ordine.
«Che cosa?» domando, con lo spolverino a mezz’aria. Mi sento un po’ la Cenerentola de noaltri.
«Noi due!» esclama lei spazientita, e io ho l’improvviso impulso di colpirla con lo spolverino in testa, ripetutamente. Come se mi avesse letto nel pensiero, mi sfila di mano la potenziale arma e prende a pulire lo scaffale di sotto, annullando i miei sogni di gloria.
«Se mi permettessi di aiutarti per davvero, forse le cose andrebbero diversamente!» ribatto, mettendo il broncio. Rachele scuote la testa e si gira a guardarmi: mi sembra di leggerle la lontana ombra di un sorriso negli occhi…
Il campanello suona, facendoci sobbalzare entrambe.
«Buongiorno!» esclama una voce allegra, propagandosi per il negozio. Rachele sta per rispondere ma la intercetto, dirigendomi al volo verso il nuovo arrivato.
«Buongiorno a lei, signore, e benvenuto» dico, con una voce docile che non mi appartiene. Mi trovo davanti un bell’imbusto di mezz’età dall’aspetto molto curato, l’occhio vispo, il capello brizzolato tirato all’indietro, i blue jeans scuri a sigaretta sopra un paio di scarpe da tennis così pulite da essere abbaglianti. Un po’ come il sorriso che mi sta rivolgendo, a trentasei denti, tutti di sua proprietà.
«Oh, salve signorina» mi risponde, la voce profonda e piacevole.
«Buongiorno, Marco» saluta Rachele, che si è appostata dietro di me. Le lancio uno sguardo veloce per capire che intenzioni abbia, ma lei annuisce impercettibilmente. Oh, il mio primo cliente!
«Lieta di conoscerla, Marco» prendo posizione al bancone e mi sento improvvisamente rivestita di un’aura di autorità. Una sola domanda mi si affaccia, con la stessa vocina di Stefania: quale sarà, da qui, il mio profilo migliore? Meglio pensarci dopo. «Io sono Teresa, la nuova collaboratrice. In cosa posso esserle utile?»
Lo sguardo di Marco indugia compiaciuto sul mio vestito primaverile dai colori pastello e io intuisco due cose: uno, questo affascinante signore ha gran gusto, due, ho già trovato la posizione giusta per dare risalto alla mia immagine.
«Sono venuto a ritirare il mio ordine, per favore. Antonio mi aveva assicurato che sarebbe arrivato oggi. Le dispiace controllare?»
Ok, dovrebbe essere facile, basta trovare la pila di articoli arrivati e spulciare fino ad arrivare al suo nome. Poi un dubbio prende forma nella mia mente, facendo vacillare la mia sicurezza. Dove saranno mai gli articoli in consegna? Mi volto spaesata per cercare aiuto da Rachele, ma di lei non c’è più traccia e dalla porta semiaperta capisco che si dev’essere rifugiata in laboratorio. Che stronza, dovevo immaginarmelo. «Sì, certo. Mi dia solo un secondo» replico con gentilezza anche se dentro sono infervorata. Se Rachele si aspetta che scenderò da lei a implorare aiuto, si sbaglia di grosso. Traffico con alcune cartelline sotto il bancone, e finalmente trovo ciò che cerco: un foglio pieno di nomi e di date.
«Mi potrebbe ricordare il cognome?»
«Ferri. Sono un po’ di fretta, sa, se potesse…»
Sento una pericolosissima goccia di sudore formarsi all’attaccatura dei capelli. “Stai calma” mi dico “puoi farcela.” Scorro rapidamente il foglio fino a trovare il suo nome.
«L’ho trovato!» esclamo entusiasta, guadagnandomi un sorriso accondiscendente da parte di Marco. Non sto proprio andando a meraviglia, temo. Comunque, almeno so cosa ha ordinato: un orologio a cipolla con degli intarsi in madreperla, anno 1932. Un reperto preistorico, insomma. In uno scaffale sulla destra, incastrato tra due minuscoli vasi di gelsomino indubbiamente finti, individuo una scatola imballata con più cura delle altre. La apro: ci sono diversi oggetti infilati in buste imbottite, molte a bolle d’aria. Rovisto con cura, pregando silenziosamente che l’orologio sia lì. E infatti lo trovo.
«Ecco qui» dico candidamente, anche se ho quasi l’affanno. Nell’estrarre l’oggetto dalla scatola, colpisco una delle due piante. Riesco ad afferrarla prima che cada, anche se un po’ di terra mi finisce addosso, sporcandomi le mani e facendomi capire quanto, ahimè, mi fossi sbagliata sulla sua originalità. «Oh, cavolo…» sento le guance avvampare immediatamente. Strofino le mani sul vestito per pulirle, e sto per allungarle verso il pacchetto riservato al cliente quando…
«Non si azzardi!»
Alzo lo sguardo, sorpresa dalla reazione eccessiva di Marco, che mi sta puntando il dito, la faccia stravolta e tramutata in una maschera di paura.
«Cosa… cosa?» domando, mortificata. E anche un po’ spaventata, a dirla tutta.
«Non si azzardi a toccare il mio orologio con le mani sporche! Ha idea del numero di infezioni che potrei contrarre?»
Sono così confusa che mi viene da piangere. Ma proprio un cliente ipocondriaco doveva capitarmi?
«Marco, c’è qualche problema?» Rachele è riemersa dal suo rifugio preferito e ci sta guardando con espressione preoccupata.
«Rachele, la prego. Ci pensi lei!» piagnucola Marco.
Rachele nota le mie mani piene di terra e vedo un ghigno beffardo dipingersi sul suo volto paffuto prima che riprenda rapidamente il controllo della situazione: dal grembiule da lavoro estrae uno straccio lindo, mi si avvicina e prima che possa aggiungere altro, si piega sullo scatolone per prendere il pacchetto. «Sei un disastro, Teresa» mi sussurra. Lo appoggia sul tavolo, ben lontano da me e batte veloce sulla cassa.
«Ecco qui il suo ordine, Marco. Mi scuso per il piccolo inconveniente, le prometto che non ricapiterà mai più» mi lancia uno sguardo di fuoco, mentre il signore, ancora tremante, ispeziona accuratamente la scatolina e poi la stringe a sé.
«Grazie, Rachele» porge un paio di banconote, afferra lo scontrino e, guardandomi con malcelato disprezzo, si avvia verso l’uscita. «Buona giornata a voi. E, signorina Teresa, se non si lava le mani bene sotto le unghie, entro i prossimi dieci minuti, il rischio di contrarre qualche virus salirà di circa il venti per cento. Venticinque, se le sue difese sono deboli. Poi non dica che non l’ho avvisata.»
Aspetto che la porta si chiuda alle spalle dell’uomo, poi esplodo. «Ma che diavolo è successo?»
Rachele richiude lo scatolone, infilandolo al sicuro sotto il bancone. «Ti ho appena dimostrato che non sei assolutamente in grado di affrontare un cliente.»
«I tuoi clienti sono molto strani, sai?» ribatto, piccata.
«E chi di noi non lo è?» Rachele alza le spalle, poi mi fissa. «Senti, forse non hai chiara la situazione. Lavorare qui non vuol dire divertirsi, chiacchierare con i clienti, scambiarsi gusti e opinioni. Significa avere rispetto per ogni mansione che ti affido, non questionare, stare al tuo maledetto posto finché io non ti dico il contrario.»
Ha detto tutto questo senza battere ciglio e la durezza immotivata che leggo dalla piega delle sue labbra piene mi lascia di stucco. Mi sembra evidente che non vedesse l’ora di potermi rinfacciare il mio fallimento. Io però non ne posso più di lei, delle sue cianfrusaglie, e di questa situazione assurda nella quale mi sono cacciata. «Sai cosa ti dico? Per oggi ne ho abbastanza.» Guardo Rachele con aria di sfida. Non sono l’unica ad aver bisogno di questa collaborazione, ed è bene che lei non lo dimentichi. Che non pensi di potermi trattare a pesci in faccia, solo perché è una cavernicola fuori dal mondo.
«Cosa intendi dire, scusa?»
Sulle note di My Heart Will Go On, che mi fa ricordare l’assurda scelta di Rose di non fare spazio al fighissimo Jack – aka Leonardo DiCaprio – sull’unico reperto di nave adatto per due in tutto l’oceano, afferro la mia borsa a tracolla, ancora più contrariata dalle ingiustizie del mondo.
«Visto che sei così brava, arrangiati. Me ne vado a lezione.»
«Brava, fuggi dalle responsabilità. Chissà come mai, non mi sorprende!»
Mi volto prima di aprire la porta a vetri. «Tu sì che sai sempre tutto!» sbotto, ma l’acuto struggente di Celine Dion mi sovrasta, smorzando il tono incattivito. «E perdio, cambia un po’ ’sta musica!»
Esco sbattendo la porta ma, appena fuori, un pensiero mi fulmina, e rientro rapidissima. Rachele mi guarda come se fossi pazza. «Ma che cazz…»
«Devo lavarmi le mani!» sbotto, furiosa.
Rachele finisce di sbocconcellare il suo pranzo a base di pollo fritto – il migliore di tutta Centrale – e Coca-Cola – rigorosamente con zucchero e caffeina – mentre intorno a lei, finalmente, tutto tace. Sono stati due giornate estenuanti con Teresa, la quale, dietro il suo bell’aspetto, nasconde una dose di goffaggine non indifferente. Non è riuscita a portare a compimento nessuna delle semplicissime operazioni che le ha richiesto, e non è nemmeno così sicura che abbia ascoltato la metà delle istruzioni e raccomandazioni che le ha impartito il primo giorno.
“Forse è il caso di liberarmene subito, per limitare i danni” pensa Rachele, bevendo la sua bibita direttamente dalla lattina. Il cellulare inizia a vibrare. Sua madre. Non la sente dal giorno precedente, e la loro conversazione non è stata davvero un granché: convenevoli inutili per girare intorno alla questione principale in un gioco di equilibri difficile da mantenere, per non cadere nel loro solito abisso di incomprensioni. Rachele sa che Anna non si staccherà dal ricevitore tanto facilmente, ma non è di lei che ha bisogno questa volta: avrebbe bisogno di Louise. L’unica persona che l’abbia mai compresa in tutte le sue imperfezioni; lei sì che riuscirebbe a capire come accogliere il suo dolore. Se solo sapesse cosa sta passando, forse… ma poi scuote la testa: in questi casi, ne è certa, il nonno le direbbe che non può sempre vivere nel passato. Il cellulare comincia a emettere brevi vibrazioni, una dietro l’altra. Anna non molla il colpo e Rachele, esasperata, decide di premiare la sua caparbietà sbirciando i messaggi di testo.
Recy perché non mi rispondi? Devo parlarti!
Sono ancora tua madre, sai!
Avanti, tira su quella cornetta. C’è una cosa che devi sapere.
Se non mi rispondi giuro che ti vengo a prendere per un orecchio. Anzi, butto fuori dalla finestra tutti quegli orrendi stracci sformati che chiami maglioni.
No, forse no. Quello sarebbe farti un favore… però davvero, parlami.
A Rachele sfugge una risata, ma non risponde. Cosa deve dirle Anna con tanta urgenza? Non può trattarsi di Antonio, perché ha chiesto espressamente che i...