
- 144 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Il richiamo della foresta - Nuova traduzione
Informazioni su questo libro
Venduto come cane da slitta nel Klondike, Buck conosce il sacrificio e la crudeltà. Ma anche l'amore di un uomo, il fascino della foresta, il canto irresistibile dei lupi.
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Il richiamo della foresta - Nuova traduzione di Jack London in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.
Informazioni
Print ISBN
9788817138895eBook ISBN
9788858697290VII
La voce del richiamo
Procurando a John Thornton milleseicento dollari nel giro di cinque minuti, Buck gli aveva consentito di ripagare alcuni debiti e di partire con i suoi soci verso Est, alla ricerca di una leggendaria miniera perduta la cui storia era vecchia quanto quei luoghi. In tanti l’avevano cercata; in pochi avevano fatto ritorno. Trasudava tragedia ed era avvolta nel mistero. Nessuno sapeva chi l’avesse scoperta per primo. Nemmeno i racconti più antichi arrivavano a questo primo scopritore. Fin da subito, però, c’era una vecchissima baracca sgangherata.
Uomini in punto di morte giuravano sulla sua esistenza e su quella della miniera, il cui sito sarebbe stato segnato proprio dalla baracca, e portavano a testimonianza pepite di una caratura mai vista lassù a Nord.
Ma nessuno fra chi aveva trovato il tesoro era rimasto vivo, e i morti sono morti, ecco perché John Thornton, con Pete e Hans, con Buck e una mezza dozzina di altri cani, fece rotta verso Est su una pista sconosciuta, nell’intento di riuscire dove uomini e cani non peggiori di loro avevano fallito. Risalirono lo Yukon in slitta per più di un centinaio di chilometri, dopodiché svoltarono a sinistra nel fiume Stewart, superarono le confluenze con il Mayo e il McQuesten e tennero la rotta fin quando anche lo Stewart non ridivenne un ruscelletto tortuoso, su per le grandi cime che formano la spina dorsale del continente.
John Thornton si accontentava di poco, sia con gli uomini sia con la natura. La vita selvaggia non lo spaventava. Una manciata di sale e un fucile gli bastavano per immergersi nelle lande più desolate e per vagabondare dove voleva, finché voleva. Andavano senza fretta, come gli indiani, e si cacciava la cena mentre di giorno si marciava; se poi non la trovava, sempre all’indiana, andava avanti fiducioso di incontrarla prima o poi. Perciò, in questo loro grande viaggio verso Est, il menù era decisamente carnivoro e il carico si riduceva quasi solo ad attrezzatura e munizioni, mentre il programma era calcolato su un futuro infinito.
Per Buck era una gioia sconfinata andare a caccia, a pesca, in un peregrinare imprecisato attraverso lande sconosciute. Viaggiavano per settimane di fila, un giorno dopo l’altro, e per settimane intere restavano accampati qua o là, con i cani a oziare e gli uomini a scavare buche profonde nel fango e nella ghiaia congelati, per poi setacciare, con acqua sciolta al fuoco, infiniti crivelli colmi di terriccio. A volte soffrivano la fame, altre banchettavano sfrenati, sempre a seconda della presenza di selvaggina e della loro fortuna nella caccia. Venne l’estate; uomini e cani si misero il carico in spalla e attraversarono sulle zattere gli azzurri laghi di montagna, scesero e risalirono fiumi sconosciuti con snelle canoe, ricavate dai tronchi segati nei grandi boschi tutto intorno.
I mesi andavano, venivano, e loro continuavano ad aggirarsi su e giù per quell’immensità inesplorata, dove non si vedeva anima viva, ma che doveva essere stata abitata, se le storie sulla baracca perduta erano vere. Valicarono spartiacque in mezzo a bufere estive, rabbrividirono al sole di mezzanotte su versanti brulli fra il limite dei boschi e le nevi perenni, scesero per valloni estivi immersi in nugoli di mosche e moscerini, all’ombra dei ghiacciai raccolsero fragole succose e bellissimi fiori che non avevano niente da invidiare ai migliori di cui si inorgoglisce il Sud. In autunno entrarono in una zona lacustre sconosciuta, triste e silenziosa, dove dovevano essere passati uccelli migratori ma che adesso non dava segni di vita, soltanto il soffio gelido dei venti, il ghiaccio che si formava nei luoghi più riparati e la malinconia della risacca molle sulle spiagge solitarie.
Attraversarono un ulteriore inverno vagabondando sulle tracce sparse di chi li aveva preceduti. Un giorno capitarono su una pista bruciata in mezzo alla foresta, un sentiero antico, e la baracca perduta sembrò più vicina che mai. Ma il sentiero cominciava e finiva nel nulla e si tenne stretto il suo mistero, con quello di chi lo aveva aperto e del perché. Un’altra volta si imbatterono nelle rovine mangiate dal tempo di un capanno da caccia, e Thornton, fra brandelli di coperte marcite, trovò un moschetto a pietra focaia. Sapeva che era stato fabbricato dalla Hudson Bay nei primi tempi delle esplorazioni del Nordovest, quando un fucile del genere valeva la sua altezza in pelli di castoro ben pressate. Nient’altro, però: nemmeno un indizio su chi avesse abbandonato il capanno tanto tempo prima, dopo aver nascosto il fucile in mezzo alle coperte.
Venne di nuovo primavera e dopo tanto vagabondare trovarono non la baracca perduta, ma un giacimento alluvionale al centro di un’ampia vallata, in cui l’oro, giallo come burro, occhieggiava sul fondo dei setacci. Le ricerche erano terminate. Ogni giorno di lavoro gli portava migliaia di dollari in polvere d’oro puro e pepite, e ogni giorno era un giorno di lavoro. L’oro veniva riposto in sacche di pelle d’alce da più di venti chili l’una, accatastate sotto un capanno di frasche d’abete. Faticavano come titani, con i giorni a inanellarsi uno nell’altro simili a sogni, a mano a mano che accumulavano il tesoro.
I cani non avevano niente da fare, salvo recuperare di tanto in tanto la selvaggina uccisa da Thornton, così Buck passava ore e ore a fantasticare davanti al fuoco. L’immagine dell’uomo peloso dalle gambe corte gli tornava più spesso del solito, adesso che c’era meno da lavorare; e di frequente, con gli occhi puntati sul fuoco, Buck si aggirava con lui per quell’altro mondo di cui si ricordava.
La cosa più evidente di quell’altro mondo era la paura. Buck guardava l’uomo che dormiva accanto al fuoco, con la testa fra le ginocchia e le mani intrecciate sopra la testa, e lo vedeva in un sonno inquieto, pieno di sussulti e risvegli durante i quali sbirciava intimorito nel buio, per poi buttare sul fuoco altra legna. Se camminavano su una spiaggia in riva al mare, dove l’uomo raccoglieva conchiglie mangiandole via via, era sempre con occhi mobili e attenti al pericolo in agguato, con gambe pronte a sfrecciare come il vento al primo segnale. Attraversavano la foresta cauti e silenziosi, Buck subito alle calcagna dell’uomo; erano vigili e all’erta, tutti e due con orecchie tremule e mobili, con narici vibranti, perché il padrone aveva un fiuto e un udito non meno sottili di quelli di Buck.
L’uomo peloso sapeva arrampicarsi sugli alberi d’un balzo e ci si muoveva veloce come sulla terra, slanciandosi di ramo in ramo a volte con salti di oltre tre metri, lasciandosi andare e riprendendo la presa senza mai cadere, senza mai mancare il bersaglio. Anzi, sembrava a suo agio sugli alberi non meno che a terra; Buck aveva ricordi di notti passate a vegliare sotto tronchi, con l’uomo appollaiato in alto sui rami a reggersi stretto nel sonno.
Molto vicino alle visioni dell’uomo peloso, c’era il richiamo che gli parlava dal profondo della foresta. La sua voce lasciava Buck pieno di una smania enorme e strani desideri. Gli provocava una vaga, dolce allegria e un improvviso anelito, un sommovimento selvaggio per chissà cosa. A volte seguiva il richiamo fin dentro la foresta, lo ricercava come qualcosa di concreto, abbaiava piano, oppure in segno di sfida, a seconda dell’umore. Affondava il muso nel fresco muschio dei boschi o nella terra nera coperta di lunghi steli d’erba, grugnendo di gioia ai grassi odori del terreno, oppure restava accovacciato per ore, quasi nascosto, dietro tronchi caduti ricoperti di fungaglia, con occhi e orecchie spalancate su tutto quanto si muoveva o faceva rumore intorno a lui. Magari, così acquattato, sperava di sorprendere quel richiamo che non sapeva interpretare. Ma non aveva alcuna coscienza di ciò che faceva.
Era un impulso, non ci ragionava.
Lo coglievano slanci irresistibili. A volte era sdraiato nell’accampamento, sonnecchiava pigro sotto il sole, e all’improvviso la testa gli si alzava, le orecchie si drizzavano in attento ascolto e lui balzava sulle zampe per scappare via, sempre più avanti, ore e ore, attraverso i corridoi fra gli alberi della foresta e le ampie radure coperte di ammassi d’erba cespugliosa. Adorava lanciarsi lungo il letto asciutto dei fiumi per poi strisciare spiando gli uccelli in mezzo al bosco. Per giorni interi si accucciava nel sottobosco a guardare le pernici sgambettare o andare impettite su e giù. Ma più di tutto gli piaceva correre, d’estate, al tenue crepuscolo della mezzanotte, attento ai mormorii soffocati e sonnolenti in mezzo al bosco, decifrando suoni e tracce come un uomo legge un libro, alla ricerca di quel mistero che lo chiamava… E lo chiamava, da sveglio o nel sonno, in ogni momento, per dirgli di venire.
Una notte balzò di colpo sulle zampe, gli occhi pieni di entusiasmo, il naso fremente a cogliere ogni odore, la criniera irta di brividi uno dopo l’altro. Dalla foresta, ecco il richiamo (o una delle sue voci, perché ne aveva tante) chiaro e concreto come non mai: un lungo ululato simile ai latrati degli husky, eppure diverso. Buck sapeva, in quel suo modo antico e familiare, di averlo già sentito. Balzò attraverso l’accampamento addormentato e sfrecciò agile e silenzioso per il bosco. Mentre si avvicinava all’ululato rallentò, guardingo in ogni movimento, fino ad arrivare a una radura tra gli alberi, dove alzò gli occhi e vide, dritto sulle anche e con il muso puntato alle stelle, un lungo, snello lupo grigio.
Buck non aveva fatto alcun rumore, ma il lupo smise di ululare nel tentativo di percepire meglio la sua presenza. Buck uscì allo scoperto quasi in agguato, mezzo accucciato, tutto teso e compatto, la coda irrigidita e dritta, le zampe colme di un’attenzione fuori dal comune. Ogni suo movimento esprimeva un misto di minaccia e di amichevole disponibilità. Una tregua armata, com’è tipico degli incontri fra predatori. Ma alla sua vista il lupo scappò via. Buck lo seguì a balzi furibondi, nel delirio di raggiungerlo. Lo spinse dentro un crepaccio cieco nel letto di un ruscello, dove la strada era sbarrata da un ammasso di tronchi. Il lupo si girò in un lampo facendo perno sulle zampe posteriori, come Joe, come qualsiasi husky con le spalle al muro, ringhiante e con il pelo ritto, i denti a scattare in rapida, ininterrotta successione.
Buck non lo attaccò, anzi gli girava intorno circondandolo in una serie di approcci amichevoli. Il lupo si mostrava diffidente e impaurito; Buck pesava tre volte più di lui, che a malapena gli arrivava alle spalle. Colse l’occasione e sfrecciò avanti, dando nuovamente il via all’inseguimento. Ancora e ancora si ritrovò bloccato, e di nuovo la cosa si ripeté, anche se Buck riusciva a raggiungerlo con tanta facilità solo perché il lupo era in pessime condizioni. Correva fino a sentire il muso di Buck all’altezza dei fianchi e a quel punto si voltava, costretto a fronteggiarlo, ma solo per scattare via di nuovo alla prima occasione.
Alla fine, però, la caparbietà di Buck venne premiata; il lupo, infatti, vedendo che l’altro non aveva cattive intenzioni, finalmente accostò il naso al suo. A quel punto fecero amicizia e cominciarono a giocare nel modo mezzo schivo con cui le bestie feroci smentiscono la loro stessa ferocia. Dopo un po’ il lupo ripartì con falcate calme, a significare in modo evidente una direzione ben precisa. Fece capire a Buck di voler essere seguito e insieme corsero fianco a fianco nella penombra del crepuscolo, su su lungo il letto del ruscello, fino alla gola dove ne sgorgava la sorgente, per valicare poi il brullo spartiacque da cui scaturiva.
E sul versante opposto della cresta scesero in una pianura attraversata da grandi estensioni di foresta e da diversi fiumi, correndo forte attraverso gli alberi, per ore e ore, con il sole sempre più alto e il giorno più tiepido. Buck era furiosamente felice. Sapeva di rispondere al richiamo, finalmente, mentre correva accanto a questo fratello dei boschi verso il luogo da cui sicuramente il richiamo proveniva. Antichi ricordi gli si affollavano nella memoria; Buck ne era scosso come un tempo lo scuoteva la realtà di cui erano l’ombra. Aveva già fatto questa cosa, in quell’altro mondo che ricordava in modo vago, e la rifaceva ora mentre correva libero all’aperto, con la terra vergine sotto le zampe e il grande cielo sopra la testa.
Si fermarono lungo un fiume a dissetarsi e, nel fermarsi, Buck ricordò John Thornton. Si sedette. Il lupo ripartì verso il luogo da cui sicuramente proveniva il richiamo, poi tornò versò di lui, lo riannusò sul muso, fece gesti di incoraggiamento. Ma Buck gli voltò le spalle per avviarsi lento sulla via del ritorno. Per quasi un’ora intera il suo fratello selvaggio gli corse al fianco, mugolando piano. Poi si sedette, puntò il muso al cielo e ululò. Era dolente quell’ululato, Buck lo sentiva affievolirsi a mano a mano che procedeva sicuro per la sua strada, fin quando non si perse in lontananza.
John Thornton stava cenando quando Buck entrò di volata nell’accampamento e gli saltò addosso in un raptus di affettività, lo rovesciò a terra, gli si arrampicò addosso, gli leccò tutta la faccia, gli morse la mano: insomma faceva “il cretino a tutto andare”, come diceva Thornton mentre lo scrollava avanti e indietro e lo insultava con amore.
Per due giorni e due notti Buck non si mosse dall’accampamento, né perse mai d’occhio il suo padrone.
Lo seguiva al lavoro, lo guardava mangiare, lo accompagnava a letto la sera e lo aspettava fino a vederlo in piedi al mattino. Ma dopo quei due giorni il richiamo della foresta fece risentire la sua voce, più imperiosa che mai. Di nuovo Buck divenne irrequieto; era perseguitato dal ricordo del fratello selvaggio e della ridente landa oltre lo spartiacque, con la loro corsa fianco a fianco in mezzo alle vaste estensioni di foresta. Riprese a vagabondare per i boschi, ma il fratello selvaggio non tornò più; e anche se restava a lungo sveglio ad ascoltare, nessun dolente ululato si alzava ormai verso il cielo.
Cominciò a passare la notte fuori, a rimanere lontano dall’accampamento per giorni di fila; una volta superò di nuovo lo spartiacque sopra la sorgente del ruscello e scese nel territorio delle foreste e dei fiumi. Ci vagabondò per una settimana, nella vana ricerca di qualche traccia fresca del fratello selvaggio, cacciandosi la cena durante il viaggio e viaggiando con la lunga falcata tranquilla che non stanca. Pescò salmoni in un ampio fiume che sfociava da qualche parte dentro il mare e presso le sue sponde uccise un grosso orso bruno, che le zanzare avevano accecato mentre pescava come lui e adesso devastava la foresta, terribile e disperato. Anche così fu una dura lotta, che risvegliò in Buck l’ultimo residuo di ferocia latente. Due giorni dopo, tornando alla sua preda, alla vista di una dozzina di ghiottoni che se ne litigavano le spoglie li disperse come stoppie al vento, lasciandone a terra due che non avrebbero litigato più.
La sete di sangue crebbe in lui come non mai. Era un macellaio, un predatore; viveva di esseri viventi, solitario e senza aiuto, grazie alle sue sole forze e al suo coraggio, che gli garantivano una sopravvivenza trionfale in un ambiente ostile dove a sopravvivere era solo il più forte.
Per questo gli crebbe un grande orgoglio di sé, che lo contagiava in tutto il fisico. Si esprimeva in ogni suo movimento, era evidente nel gioco di ogni muscolo, si dipanava nel suo portamento come un discorso chiaro e gli rendeva il manto di pelliccia se possibile ancora più superbo. A parte quel po’ di castano sparso sul muso e la macchia di pelo bianco in mezzo al petto, lo si sarebbe tranquillamente potuto scambiare per un gigantesco lupo grigio, più grosso del più grande esemplare di quella razza. Dal padre san bernardo aveva preso il peso e la stazza, ma era stata sua madre, la collie scozzese, a dar forma a quel peso e a quella stazza. Aveva il muso allungato dei lupi, ma più grosso di qualsiasi lupo; la testa, seppure più larga, era una testa da lupo su scala imponente.
Aveva un’astuzia da lupo, e selvaggia; aveva l’intelligenza di un collie scozzese e di un san bernardo; tutto questo insieme, con l’esperienza acquisita alla più feroce delle scuole, lo rendeva una creatura strabiliante, senza niente da invidiare agli altri animali selvatici. In qualità di carnivoro abituato a nutrirsi esclusivamente di carne cruda era nel pieno del suo splendore, nel fiore degli anni, traboccante di virilità e vigore. Se Thornton gli faceva una carezza sulla schiena, la sua mano era seguita da una serie di scatti e scricchiolii dovuti all’elettricità racchiusa in ogni pelo, che veniva rilasciata a quel contatto. Ogni parte della sua mente e del suo corpo era accordata su una nota perfettissima, e fra tutte c’era l’equilibrio di un’armonia assoluta. A qualsiasi visione, o suono, o evento che esigesse risposta, Buck reagiva alla velocità del fulmine. Per quanto rapido fosse capace di scattare un husky, in difesa o in attacco, Buck scattava veloce il doppio. Vedeva qualcosa, sentiva qualcosa e reagiva, in un tempo inferiore a quello con cui qualsiasi altro cane percepiva di aver visto, e sentito.
Buck percepiva, decideva e agiva in un unico istante. I tre elementi, percezione, scelta e azione, avvenivano ovviamente in sequenza, ma l’intervallo fra uno e l’altro era talmente breve da farli sembrare simultanei.
Aveva muscoli sovraccarichi di energia, che entravano in gioco di scatto come vere molle d’acciaio. La vita gli scorreva dentro in una piena meravigliosa, dilagava felice e dava l’impressione di farlo esplodere di pura estasi che poi spargeva generosamente sulla terra.
«Non si è mai visto un cane come lui» disse una volta John Thornton, mentre con i suoi soci guardava Buck uscire altero dall’accampamento.
«Dopo di lui hanno buttato lo stampo.»
«Zanto Cielo! Lo penzo anch’io» dichiarò Hans.
Lo avevano visto marciare fuori dall’accampamento, ma non videro la sua immediata, formidabile trasformazione non appena si trovò protetto dal silenzio della foresta. Buck non marciava più. All’improvviso era diventato una creatura selvatica, procedeva pian piano, come un gatto, un’ombra che appariva e spariva rapida fra le altre ombre. Buck sapeva approfittare di ogni angolo, sapeva strisciare sulla pancia come un serpente, e come un serpente scattare e colpire. Era capace di rapire una pernice bianca dal nido, di uccidere un coniglio nel sonno, di afferrare a mezz’aria gli scoiattolini mentre scappavano verso ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- I. Verso le origini
- II. La legge della zanna e del bastone
- III. Il dominio della bestia primordiale
- IV. Guadagnarsi il primato
- V. La fatica della pista e del tiro
- VI. Per l’amore di un uomo
- VII. La voce del richiamo
- Copyright