Volare da Chicago a Boston da sola non è stato niente di terribile, al contrario di quanto aveva detto mio padre. Ma lui si preoccupa per tutto. Nell’istante esatto in cui accendo il telefono, trovo ben tre suoi messaggi:
Papà
12:46
Mandami un messaggio non appena atterri.
12:48
Dovresti essere già atterrata a quest’ora.
12:50
Tutto a posto?
Così gliene mando subito uno:
Tutto bene, sono appena atterrata. Baci da Boston!
Papà si preoccupa. Lui dice che è solo previdente, invece si preoccupa.
Mamma si preoccupa meno, perché sa che non faccio cose stupide, quantomeno non di proposito. Anche mio fratello Ben lo sa. In realtà, Ben mi capisce bene. Io capisco perfettamente lui, il che non è poi tanto difficile. Ha quindici anni e pensa soprattutto a due cose: le ragazze e la musica.
La musica di Ben però non è rock, jazz o rap. Suona in una banda, e questo riduce un bel po’ le sue possibilità con le ragazze. Almeno, questa è la mia teoria. Il problema è proprio suonare a passo di marcia con un cappello da cowboy in testa, ecco. Tuttavia, se non fosse stato per il suo campus bandistico in agosto, saremmo stati tutti qui sull’aereo e io non avrei passato del tempo da sola con il nonno.
Allora, evviva la banda!
E se papà fosse stato un po’ meno preoccupato, probabilmente lui e mamma non mi avrebbero comprato l’iPhone un paio di settimane fa.
Quindi, evviva i papà ansiosi!
Il nonno mi sta aspettando alla fine della passerella dell’aereo, proprio come gli aveva detto di fare papà.
«Ehi, Grace! Benvenuta a Boston!»
«Ciao, nonno! Stai benissimo!»
Non lo dico per educazione, eh.
Quando siamo venuti tutti in Massachusetts la scorsa estate, è stato per il funerale di nonna, e quel giorno il nonno mi era sembrato troppo magro. E vecchio.
Sta molto meglio ora, e quando ci abbracciamo, sento che non è più così magro.
L’assistente di volo che si occupa di me guarda la patente del nonno. Dopo che lui ha firmato un modulo ci muoviamo, io con lo zaino in spalla e lui che tira la mia valigia.
«Hai bagagli da ritirare?»
«No.»
«Bene. Allora andiamo al parcheggio… a meno che tu non abbia fame.»
«Papà mi ha dato una tonnellata di cibo. Potrei sopravvivere con gli avanzi per settimane.»
«Quello è mio genero, il capo scout, scout una volta, scout per sempre!» Poi dice: «Ehi, hai visto il link che ti ho mandato, su come fanno il carburante per aerei con l’olio vegetale?».
«Sì, fantastico!»
Di tutte le persone al mondo, credo che il nonno sia quella che mi capisce meglio. È un agente immobiliare, ma gli piacciono la matematica e le scienze quasi quanto a me. La settimana scorsa ci siamo scambiati dei messaggi mentre guardavamo un episodio di Nova, e da anni mi invia per mail i link alle notizie più interessanti che trova online, come l’articolo sui robot che possono viaggiare nello spazio e sono in grado di costruire copie di se stessi per migliaia di anni, fino a quando l’intera galassia non sarà stata esplorata!
Certo… Non posso provare che al nonno interessi davvero la scienza. Forse lo fa perché piace a me.
In ogni caso è bello, no?
Quando arriviamo alla macchina, lui carica i miei bagagli.
«Che ne dici di dormire un po’? Quando arriviamo a Burnham, ti sveglio e ci prendiamo un po’ di gelato. E ho anche una sorpresa per te.»
«Una sorpresa? Cosa?»
«Non te lo dico.»
«Be’… posso avere prima la sorpresa, poi il gelato?»
Lui ridacchia. «Ottima idea.»
È così bello sentire il nonno ridere!
Partiamo, ma non voglio dormire. Voglio restare sveglia e chiacchierare.
Soprattutto di nonna.
Solo che potrebbe essere troppo presto per lui. Be’, anche per me è ancora presto. In terza e quarta elementare chiamavo mia nonna due volte a settimana, e lei mi lasciava parlare quanto volevo. Potevo chiamarla per qualsiasi cosa, o anche per niente. E se non sapevo più cosa dirle, lei aveva sempre qualcosa di nuovo da raccontare, soprattutto sul suo giardino, con tutte le piante, gli insetti e gli animali. Se non fosse stata così brava a descrivere le cose che amava, non mi sarei mai appassionata alla scienza come ho fatto.
Comunque, so che sentiamo tutti e due la sua mancanza. E che per il nonno deve essere diverso. La conosceva da molto più tempo. Rispetto a lui, forse io la conoscevo a malapena.
Sarebbe bello parlare, ma mi sono alzata alle cinque e mezza stamattina e sull’aereo sono rimasta sveglia per guardare un film. Quando entriamo in autostrada, il ronzio del motore mi fa addormentare di colpo.
«Dove siamo?»
Batto due o tre volte le palpebre, mi guardo intorno e mi ricordo.
La strada che porta a Burnham si trova vicino al confine con il New Hampshire e attraversa delle colline coperte di pini e aceri. Passiamo davanti a vecchie case coloniche, la maggior parte delle quali bianche, con persiane verdi o nere. Ci sono due meleti, poi campi di mais e di zucca circondati da muri di pietra. La campagna dell’Illinois non è così.
L’aria è diversa: meno umida, frizzante, anche se è l’ultima settimana di agosto. Una volta il nonno mi ha spiegato che il terreno qui è così roccioso che non riesce a trattenere l’umidità come nell’Illinois… e da lì ci siamo messi a studiare i ghiacciai nordamericani durante l’ultima era glaciale.
Arriviamo in centro e il nonno dice: «Chiudi gli occhi e non sbirciare finché non te lo dico io».
Quindi chiudo gli occhi.
E poi faccio finta di essere stata rapita e bendata, il che è probabilmente un po’ bizzarro. Ma mi serve per dare importanza alle mie osservazioni.
Sento che la macchina va dritta, e conto lentamente fino a trenta. Poi ci fermiamo. Forse un semaforo? No… un segnale di stop, perché ripartiamo subito, poi ci fermiamo, ripartiamo, ci fermiamo. Sento il ticchettio della freccia.
Allora… siamo andati per trenta secondi a circa sessanta chilometri all’ora. Faccio il conto, e dato che andare a sessanta all’ora significa fare un chilometro al minuto, andare a trenta chilometri all’ora significa fare mezzo chilometro al minuto. E noi abbiamo viaggiato per mezzo minuto, quindi abbiamo percorso circa un quarto di chilometro.
Che è quello che dirò alla polizia quando li chiamerò con il telefono che ho abilmente nascosto nel calzino sinistro. Così sapranno rintracciare i rapitori. E salvarmi.
La macchina gira a sinistra, e sento di nuovo il rumore della freccia. Quindi, quasi due minuti a sessanta all’ora, vale a dire due chilometri.
Poi una svolta a destra, brusca, alcuni sobbalzi, lo stridere delle gomme, e ci fermiamo.
«Va bene, ora puoi aprire gli occhi!»
Apro gli occhi e vedo un parcheggio di ghiaia pieno di erbacce alte, accanto a un lungo edificio in mattoni. Vicino al tetto c’è un cartello dipinto con lettere sbiadite: BURNHAM MILLS.
«Ho comprato questo posto la settimana scorsa! Non è fantastico?»
Sembra Ben dopo che ha comprato il nuovo clarinetto.
«Sì, è fantastico!» Metto un sacco di entusiasmo nella voce perché capisco che vuole che mi piaccia.
Ma mentre scatto foto con il telefono, non vedo altro che un buon posto per fare un film sugli zombie, o nascondere una ragazza rapita.
Le finestre al piano terra dell’edificio sono sbarrate con assi di legno, quelle del secondo e del terzo piano sono per lo più rotte e i muri in mattoni sono ricoperti di graffiti. I gradini di granito incrinato conducono a una doppia porta di metallo grigio, tenuta chiusa da una catena arrugginita e da un lucchetto.
«Adoro questo posto! Non mi è costato quasi nulla e, entro l’anno prossimo, il primo piano sarà pieno di bei negozietti, con bellissimi uffici e appartamenti con vista sul fiume ai piani superiori. Prima che torni a casa, ti faccio fare un bel giro. Ma torniamo sulla Main Street e prendiamo quel gelato.»
È strano, ma non riesco a ricordare che il nonno abbia mai fatto una cosa del genere prima; pensavo che aiutasse altre persone a comprare e vendere case, e basta. E una parte di me si chiede se l’avrebbe fatto con la nonna ancora qui.
Mi dico che la mia è curiosità scientifica, ma so di essere solo una ficcanaso.
Una giornata al mare, una giornata di arrampicata sul monte Monadnock, un’escursione mattutina intorno a Boston e un pomeriggio al Museo della Scienza.
Il nonno è sicuramente tornato se stesso, e questo mi rende davvero felice. Abbiamo camminato così tanto che mi sembra di aver bisogno di una vacanza dalla mia ...