Roma
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Roma

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Informazioni su questo libro

Questo è il diario dei giorni che Walter Veltroni ha vissuto da sindaco di Roma, succedendo a Francesco Rutelli che aveva determinato la ripresa della capitale. È il resoconto dal vivo di quella esperienza di governo, dei giorni fondamentali di una stagione in cui Roma cresceva, in Pil e occupazione, tre volte più del resto del Paese, in cui si diede vita a una politica sociale e di inclusione che comportò idee inedite e mezzi nuovi. In cui si affrontò il tema centrale della "ricucitura" di Roma, mettendo le periferie al primo posto. Le periferie che allora premiarono, con il consenso, quella esperienza di governo. È la città di cui i giornali internazionali parlavano in termini di "Rinascimento di Roma". In queste pagine si racconta del piano regolatore approvato in consiglio comunale dopo cento anni e del piano regolatore sociale, esperienza innovativa di pratiche di ricucitura della città. Si racconta delle grandi opere e della ricerca di un segno architettonico contemporaneo, della politica per la scuola, della vera situazione finanziaria del comune e delle scelte ambientali, della lotta all'abusivismo edilizio e della cultura come volano di crescita umana ed economica. Come in tutte le avventure ci sono momenti di gioia e momenti di dolore, esperienze esaltanti ed episodi commoventi: la grande fiaccolata della pace su via dei Fori Imperiali all'indomani dell'attentato alle Torri Gemelle, il crollo della palazzina in via Ventotene in seguito a una fuga di gas, la serata inaugurale del nuovo Auditorium firmato da Renzo Piano, che i romani aspettavano dal 1936, e l'atto di coraggio di un senzatetto che salva cinque ragazze da due rapinatori. Il programma di Veltroni nasce dalla "consapevolezza che una città cresce solo se lo fa insieme, senza separazioni tra centro e periferie, se è una comunità unita". Ed è proprio il senso di comunità che emerge da ogni riga di questo racconto in prima persona. Insieme all'amore dell'autore per Roma e la sua gente: un amore che non conosce discriminazione di sesso, età, stato sociale e colore della pelle.

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1

Sindaco di Roma

27 maggio 2001
Ci siamo. È il giorno decisivo. Quello del ballottaggio, quello che deciderà chi sarà il sindaco di Roma per i prossimi cinque anni. Comunque vada, sarà un giorno da ricordare.
Anzi, a voler essere precisi i giorni stanno diventando due. Perché la mezzanotte è passata da circa un’ora quando le note di una canzone che mi ha accompagnato negli ultimi tempi e migliaia di persone sorridenti e in festa mi fanno davvero rendere conto, arrivando nella piazza che a stento le raccoglie, che sì, è andata come speravamo e volevamo. E che il ricordo sarà bello.
La piazza è quella dei Santi Apostoli, attaccata a piazza Venezia, con lo sguardo rivolto all’Altare della Patria. La canzone, invece, è La sera dei miracoli di Lucio Dalla. L’ho chiamato prima che tutto cominciasse, per chiedergli cosa ne pensasse dell’idea di utilizzarla come colonna sonora nelle iniziative che avrei promosso come candidato sindaco. Lucio, con la sua generosità e amicizia, ha detto di sì, senza bisogno di rifletterci troppo.
Ascolto ancora una volta quelle note ormai così familiari e penso che però non è stato un miracolo a farci arrivare fin qui. È stato il duro lavoro di quattro mesi. È stata una campagna elettorale faticosissima e appassionante, iniziata il 1° febbraio, il giorno dopo il discorso con cui, al Palazzo delle Esposizioni, ho accettato la sfida che mi era stata proposta da Francesco Rutelli qualche settimana prima.
L’avevo fatto, quel passo, sapendo bene che si trattava di una scelta di vita. E che avrebbe comportato anche dei rischi politici, considerando che ero il segretario dei Democratici di Sinistra e che da questa carica mi sarei dimesso. Il primo rischio era che la mia candidatura potesse essere letta come una sorta di «messa al riparo» rispetto al probabile esito delle imminenti elezioni, che vedevano nettamente favorito – pronostico destinato a non essere smentito – il centrodestra di Silvio Berlusconi. Il secondo rischio, molto più concreto, era che una sconfitta contro il candidato «azzurro», Antonio Tajani, avrebbe segnato una brusca battuta d’arresto del mio percorso politico, se non addirittura decretato la sua fine.
A distanza di tanto tempo, davvero non avrei motivo di fare affermazioni contrarie alla realtà. E la realtà era, ed è, che di entrambe le cose mi importava poco. Della prima, perché a questo genere di ipotesi e illazioni è bene imparare a non dar peso, se si vuole vivere la politica seguendo il filo della propria ispirazione e coerenza. Della seconda non mi importava non perché io abbia mai ambito a far la parte dell’eroe senza macchia e senza paura, ma semplicemente perché a dettare la mia scelta c’erano ragioni di fondo molto più forti dei rischi che potevo correre e che, soprattutto, mi permettevano di avere la coscienza assolutamente a posto. Cosa che, per come sono fatto, in quel momento significava tutto.
Quali erano queste ragioni? In primo luogo, accettare di candidarmi mi offriva l’opportunità di sostenere nel modo più efficace possibile il centrosinistra: non poteva rischiare di perdere anche la Capitale, dopo sette anni e mezzo di buon governo di Francesco Rutelli, che pur avendo ereditato una situazione disastrosa aveva avviato la rinascita di Roma. Secondo, sentivo che per quanto mi riguardava sarei stato più «nei miei panni», e quindi più utile, ricoprendo un ruolo istituzionale anziché strettamente politico, da «capopartito», come avevo fatto nei due anni precedenti. Infine, motivazione più pressante di tutte, avevo davvero una gran voglia di dedicarmi alla mia città, di occuparmi di cose concrete, della vita delle persone in carne e ossa, dei loro problemi.
Tutto questo lo avevo chiaro sin dall’inizio, tanto da impostare una campagna elettorale «civica» e il meno possibile politica, e da scegliere anche uno stile comunicativo molto sobrio, prediligendo per esempio manifesti in bianco e nero senza slogan roboanti ma con proposte chiare e precisi obiettivi da raggiungere, quartiere per quartiere, rione per rione. Sarebbero bastate poi le prime settimane a contatto quotidiano con Roma e con i romani, con il loro dolore e le loro speranze, per moltiplicare per cento, per mille, la convinzione di voler procedere in questo modo. Girando la città in lungo e in largo. Percorrendo in macchina una media di duecento chilometri al giorno, tenendo iniziative dalla mattina presto fino all’ora di andare a dormire, incontrando associazioni, categorie, imprenditori, comitati di quartiere, cittadini desiderosi solo di raccontare, di spiegare, di avere una risposta, una rassicurazione. Un po’ di attenzione.
Porto sempre con me, nel viaggio di quelle settimane, un piccolo quaderno dove annoto i problemi che vedo e le storie che incontro. Lo sfoglio tutti i giorni, per non perdere mai di vista il fatto che dietro le questioni più grandi, dalle quali dipende la «salute» di una comunità, il suo grado di benessere, ci sono le esistenze dei singoli individui. La signora di Tor Bella Monaca che mi viene incontro tenendo per mano la nipotina di cinque anni: mi racconta delle siringhe sotto casa e della paura dell’Aids, dei vandali che hanno distrutto la ludoteca, e io intanto non riesco a non pensare alla bambina che ascolta tutto e alla situazione in cui si trova a crescere. Il ragazzo che fuori dalla scuola che ho appena visitato mi dice con molta franchezza di essere razzista; mi fermo a parlare con lui quasi un’ora e dopo qualche giorno, con un po’ di sorpresa, leggo un sms che mi è appena arrivato: «Walter, ci ho pensato, avevi ragione tu». Uno dei «capi» di una borgata storica, il Mandrione, che mi porta a vedere casa sua, attaccata come le altre alla ferrovia, e con una battuta che più romana non si può mi dice: «Vedi, se il treno si ferma qui davanti, dalla finestra posso offrire il caffè al macchinista».
Ecco, faccio questo meraviglioso viaggio dentro la città, incrocio queste vite, e prendo una decisione, anche se c’è chi me lo sconsiglia, perché sarebbe come azzardare un triplo salto mortale al trapezio senza che sotto ci sia la rete: annuncio pubblicamente che, nel caso perdessi, mi dimetterò non solo da segretario dei Ds, ma anche da deputato. Roma, lo ripeto, è una scelta di vita. Siederò e lavorerò in Aula Giulio Cesare, da sindaco o da semplice consigliere comunale. Perché alle persone che sto incontrando, che ripongono in me fiducia e speranze, non posso e non voglio voltare le spalle, per nessun motivo al mondo.
Beninteso, nonostante il clima politico avverso fiducia ne ho anche io, se penso all’esito finale della sfida. Non credo di poter vincere al primo turno, sono sufficientemente convinto di riuscire a farcela al secondo. Nessuna particolare sorpresa, quindi, il 13 maggio, quando il 48,3 per cento dei voti rispetto al 45,1 del mio avversario conferma che si andrà al ballottaggio e che inizieranno due settimane ancora più intense e faticose delle precedenti, soprattutto perché il centrodestra dopo le elezioni politiche ha il vento in poppa e cercherà di sferrare il colpo del k.o. conquistando Roma.
Alla fine, quando si arriva al comizio di chiusura della campagna elettorale, le energie sono davvero terminate. Le mie, quelle di tutti i dirigenti romani che si sono spesi con passione per lo stesso obiettivo e quelle degli splendidi ragazzi che hanno lavorato come volontari nella sede del comitato sul lungotevere Marzio, diventata in pratica la loro vera casa. Sotto il Colosseo, quel venerdì, mentre dopo la pioggia esce il sole proprio al momento di cominciare, in mezzo alla folla e alle bandiere li si può riconoscere più che dal cartellino con scritto «staff», dalle occhiaie che cerchiano i loro occhi. Ma anche dal sorriso di chi muore dalla stanchezza e ha un bel po’ di sonno arretrato, ma sa di aver fatto tutto il possibile, tutto quel che bisognava fare. La riconosco, quella sensazione, perché è anche la mia. Di nuovo: avere la coscienza a posto non placa tutte le ansie, è vero. Ma regala serenità e aiuta a sostenere l’attesa.
La domenica in cui tutto si decide, infatti, trascorre piuttosto tranquillamente. La mattina il voto nel mio abituale seggio di via Novara, poi una passeggiata con la famiglia e il pranzo, quindi nel pomeriggio un salto al comitato per salutare e ringraziare ancora una volta tutti. Solo quando si fa sera mi sposto nel mio vecchio ufficio di via Nazionale, nella sede dei Ds, per aspettare i risultati, tra una telefonata e l’altra.
Chiuse le urne, ecco i primi exit poll. Siamo davanti, ma la cautela è d’obbligo, meglio vedere cosa diranno le proiezioni. La prima arriva una decina di minuti dopo le undici, e per una volta conferma l’esito: 51,4 per cento contro 48,6. La tensione inizia a sciogliersi, attorno a me tutti sembrano contenti, io preferisco attendere ancora un po’. Magari qualche altra proiezione, anche solo per un pizzico di scaramanzia. Ne arriva una seconda, poi una terza: il vantaggio c’è, anzi aumenta di un punto. Posso cominciare ad ammettere che sì, è fatta, ce l’abbiamo fatta. Dalla finestra, dall’altra parte della strada, sulla scalinata del Palazzo delle Esposizioni, c’è un’allegra agitazione. Sopra, al roof garden, sono riuniti tutti: chi ha diretto e animato il comitato, la parte dello staff che non è già con me, i volontari, cittadini e amici che si sono radunati sperando di festeggiare il risultato atteso. Mi dicono che sono tanti, tantissimi, stipati come in una discoteca troppo piccola. Devo andare a salutare, a dire qualcosa, a rilasciare una dichiarazione ai giornalisti che aspettano. E bisogna trovare un posto all’aperto in cui accogliere la festa che, inevitabile e spontanea, partirà tra non molto.
L’entusiasmo è tanto. È comprensibile. Si sentono i clacson suonare per strada, spuntano bandiere da qualche macchina. C’è sollievo e c’è vera gioia. Eppure, al momento di dare la prima risposta nella mia nuova anche se ancora non ufficiale veste, sono costretto a pronunciare un bel «no». Mi chiedono di dare appuntamento a tutti in piazza del Campidoglio, sotto il Marco Aurelio: abbiamo vinto ed è lì che è naturale andare a festeggiare. Capisco, ma dico che è sbagliato, che non dobbiamo. Quella è la casa di tutti i romani, anche di chi ha scelto di non votarmi. Non è un luogo di cui si possa appropriare, anche se solo per una notte, una singola parte.
In più, il posto adatto c’è. È piazza Santi Apostoli. La piazza simbolo dell’Ulivo e della sua vittoria più bella, il 21 aprile di cinque anni fa. È lì che ci ritroveremo. Perché in quel momento è il luogo che per il popolo del centrosinistra rappresenta, insieme al risultato che abbiamo appena raggiunto, un segno di unità e di speranza.
Sono questi i sentimenti che si possono leggere negli occhi di chi è in piazza, quella sera. Una sera riempita da sorrisi e abbracci. Dalle note di quella canzone che non parla solo di «miracoli», ma a un certo punto racconta che «si muove la città». Una volta sceso dal palco, dopo aver parlato e ringraziato e stretto un’infinità di mani, salgo in macchina, ed è proprio a questo che penso. Ai dati che arrivano a poco a poco e dicono che siamo tornati ad andare molto bene nelle periferie, cosa che mi rende felice e orgoglioso. Al fatto che mi attende un compito grande e difficile, che la responsabilità sarà enorme. Ma soprattutto sento che non vedo l’ora di iniziare, di spendere ogni energia per «far muovere Roma», per continuare a farla andare avanti e crescere, per renderla ancora più bella, per risolvere i problemi che ci sono e che in una città di queste dimensioni e di questa complessità non mancano mai. Alcuni, molti, li conosco, li ho incontrati in questi mesi. Altri me li ritroverò davanti, così come ne nasceranno di nuovi. Bisognerà avere idee e coraggio, e lavorare tanto.
Per il momento, almeno stanotte, lasciamo però che prevalga la gioia, e che abbiano la meglio la stanchezza e il sonno. Anche perché a fianco a me, insieme a Flavia, ci sono le nostre figlie, Martina e Vittoria, e domattina, come ogni mattina, il primo impegno della giornata sarà quello di accompagnarle a scuola.
2

Il programma, in Aula Giulio Cesare

26 giugno 2001
Trascorre un mese quasi esatto dal giorno dell’elezione e in Aula Giulio Cesare è convocata la prima seduta del nuovo consiglio comunale. In quell’aula, su quei banchi, ci sono stato esattamente venticinque anni fa, poco più che ventenne. E ora mi ritrovo a sedere al posto del sindaco, con il compito di illustrare il programma di governo della città per i prossimi cinque anni.
Non si tratta di prendere la parola per una generica dichiarazione di intenti, ma di un discorso e di un documento vincolanti, che rimarranno agli atti. È un passaggio importante, quindi, in qualche modo «solenne». Lo si percepisce anche dall’atmosfera che si respira, dall’impaccio di qualche neoconsigliere, dall’attesa dei giornalisti, pronti a sottolineare come un fatto piuttosto eccezionale sia costituito dalla presenza sullo scranno più alto dell’aula di un altro leader politico nazionale. A presiedere la seduta come consigliere «anziano», vale a dire eletto con più voti, è infatti Gianfranco Fini, che in quel momento è anche vicepresidente del Consiglio nel governo nato da non molto e guidato da Silvio Berlusconi.
Il mio rapporto con Fini è sempre stato corretto. Con lui e con Pier Ferdinando Casini, due anni prima, abbiamo condiviso un obiettivo in cui credevamo molto. E abbiamo lavorato insieme per raggiungerlo: l’elezione di Carlo Azeglio Ciampi alla presidenza della Repubblica. Ovviamente siamo avversari politici, ma si può esserlo rispettandosi. Quando arriva a Palazzo Senatorio, prima che cominci la seduta, viene a trovarmi in stanza e tra una cosa e l’altra mi racconta un episodio legato alle elezioni amministrative del 1993, quando si era candidato, perdendo, contro Rutelli. Ricorda che qualche giorno dopo il voto decisivo, mentre si trovava in un taxi imbottigliato nel traffico, la gente attorno a lui non faceva altro che prendersela con il sindaco, incolpandolo della situazione. Insomma, il vincitore era già bersaglio delle critiche, mentre per lui, lo sconfitto, la vita, rispetto alle ultime settimane, era decisamente migliorata.
Ascoltando il racconto penso che è inevitabile sia così. Questo è un mestiere bellissimo e duro, dove non ci sono filtri e intercapedini, dove le parole e le promesse non bastano: il rapporto con i cittadini è diretto, si ha l’occasione di fare cose concrete e di vedere i risultati delle proprie azioni, ma allo stesso tempo gli errori o l’inerzia sono sotto gli occhi di tutti, come è giusto che accada. Per quanto mi riguarda non so dire se sono già protagonista, mio malgrado, di situazioni analoghe a quella descritta da Fini. So che per ora l’accoglienza che ricevo dovunque vada o semplicemente girando per strada è ottima, di sostegno o comunque di rispetto. E so anche che questo mese è stato molto intenso, se guardo il lavoro che abbiamo avviato e tutto quel che è successo.
Basta pensare alle «prime volte» che hanno preceduto questa del consiglio comunale. Il giorno dopo il ballottaggio c’è stata la prima uscita pubblica, anche se non da sindaco, non ero ancora in carica: appuntamento in piazza del Popolo, per quella che era in fondo la prosecuzione, più in grande, della festa del centrosinistra della sera precedente. È un pomeriggio da incorniciare. La piazza è piena, migliaia di persone sono lì per condividere un inizio e una speranza. Sul palco, tra gli altri, c’è una persona alla quale voglio molto bene e che per me è un punto di riferimento. È Vittorio Foa, che emoziona tutti dicendo che con il risultato raggiunto abbiamo difeso non solo la memoria del passato, ma le opportunità del futuro; un futuro che lui non vedrà, ma che è nelle nostre mani e che noi – di questo ne è certo – sapremo costruire. Io da parte mia prendo la parola per dire innanzitutto della convinzione che dobbiamo avere e dell’orgoglio che dobbiamo provare. La convinzione che quando siamo uniti, quando siamo noi stessi senza imitare gli altri, possiamo vincere, e che è dentro la società che dobbiamo preoccuparci di stare, non nei talk show televisivi; come abbiamo fatto in questi mesi, mettendo al primo posto i problemi delle persone, il disagio sociale, le periferie. E poi l’orgoglio. Quello di guidare una città unica, che come fece la Firenze di La Pira, simbolo di pace nel tempo della Guerra fredda, potrà essere la capitale della lotta contro la nuova «bomba atomica» del millennio appena iniziato: la povertà, la fame, il baratro che separa il Nord e il Sud del mondo.
Alla fine, tra i tanti altri, ad abbracciarmi sul palco sale Aurelia Petroselli, la moglie di Luigi. So già quello che proverò il mattino dopo, quando in Campidoglio ci sarà l’insediamento come sindaco ed entrerò nella stanza dove ho visto per l’ultima volta suo marito, seduto dietro la scrivania, con l’immancabile sigaretta in bocca. E in effetti quella seguente è una giornata speciale e piena di emozioni, non posso definirla se non così. Arrivo in Campidoglio verso le dieci e mezza e il primo atto ufficiale è nella Sala delle Bandiere, quella dove si riunirà la giunta e dove adesso c’è il passaggio delle consegne con il commissario Enzo Mosino, alla presenza del segretario generale Vincenzo Gagliani Caputo, in mezzo a una marea di giornalisti e fotografi e con tutti i dipendenti comunali e gli uscieri del piano a fare da cornice. È uno di loro, Franco – che da quel giorno e per sette anni avrà per me le premure quasi di un padre –, ad accompagnarmi in stanza e ad aprirmi la porta finestra del balconcino che affaccia sui Fori. È uno spettacolo magnifico, unico. Si potrà forse discutere se Roma sia o no la città più bella del mondo – come la penso io è facile intuirlo –, ma di certo non esiste sulla faccia della Terra un ufficio con una vista meravigliosa e suggestiva come questa.
Non ho molto tempo di godermela, a dire il vero, perché mi attende il primo impegno ufficiale. E che impegno: il presidente Ciampi sarà al Vittoriano per la riapertura del Museo del Risorgimento, chiuso al pubblico da oltre vent’anni. Sono appena arrivato e non è merito mio, ovviamente. Però lo prendo come un buon segno. E poi con il presidente c’è amicizia, c’è una consuetudine che è iniziata a Palazzo Chigi al tempo del governo dell’Ulivo e della battaglia per l’ingresso dell’Italia in Europa e si è rafforzata con il passare degli anni. Sono contento, quindi, che il cammino cominci proprio con lui.
Scendo in anticipo, il che mi permette di arrivare puntuale, perché sulla scalinata del Campidoglio mi fermo a salutare e a scattare foto con i bambini di una scuola del Prenestino che mi fanno gli auguri e applaudono anche. Sono divertiti dal fatto ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione di Renzo Piano
  4. Prefazione di Gigi Proietti
  5. Prefazione di Matteo Zuppi, vescovo di Bologna
  6. Roma
  7. Introduzione
  8. 1. Sindaco di Roma. 27 maggio 2001
  9. 2. Il programma, in Aula Giulio Cesare. 26 giugno 2001
  10. 3. Il giorno in cui cambia il mondo. 11 settembre 2001
  11. 4. Piazza Vittorio e la città riqualificata. 15 settembre 2001
  12. 5. Una città a misura di bambino. 7 novembre 2001
  13. 6. Via Ventotene, il dolore di una comunità. 27 novembre 2001
  14. 7. Gli anziani di Roma, «Non più soli». 11 febbraio 2002
  15. 8. Capitale di pace. 20 marzo 2002
  16. 9. Il nuovo Auditorium. 21 aprile 2002
  17. 10. I festival. 21 maggio 2002
  18. 11. Per i cittadini più semplicità. 17 giugno 2002
  19. 12. Un caleidoscopio di eventi, ovunque e per tutti. 6 luglio 2002
  20. 13. Nessun abusivismo, nella città delle regole. 9 ottobre 2002
  21. 14. Addio agli ex Mercati generali. 13 ottobre 2002
  22. 15. «Civis romanus sum». 31 ottobre 2002
  23. 16. Ciao, Alberto. 27 febbraio 2003
  24. 17. Villa Borghese torna a splendere. 19 aprile 2003
  25. 18. Sul Tevere si naviga. 27 aprile 2003
  26. 19. Via le antenne dalla scuola Leopardi. 16 luglio 2003
  27. 20. La «Notte bianca». 27 settembre 2003
  28. 21. I viaggi e i luoghi della memoria. 7 ottobre 2003
  29. 22. La via dell’integrazione. 24 ottobre 2003
  30. 23. Per l’ambiente e la bellezza di Roma. 8 novembre 2003
  31. 24. La stagione delle riaperture. 4 dicembre 2003
  32. 25. Il Piano regolatore sociale. 15 marzo 2004
  33. 26. Il ritorno di Marco Aurelio e «Campidoglio 2». 21 giugno 2004
  34. 27. La Casa del Cinema e il «sistema» delle Case. 18 settembre 2004
  35. 28. Roma, Africa, Mondo. 2 ottobre 2004
  36. 29. Una firma storica. 29 ottobre 2004
  37. 30. La Città dello Sport. 25 novembre 2004
  38. 31. Il traforo urbano più lungo d’Europa. 22 dicembre 2004
  39. 32. Una crescita continua. I numeri di Roma. 18 gennaio 2005
  40. 33. La prova più grande. 8 aprile 2005
  41. 34. La Casa del Jazz. 21 aprile 2005
  42. 35. «Dopo di noi». 16 settembre 2005
  43. 36. Livornese, italiano, europeo. E romano.. 27 settembre 2005
  44. 37. Villa Torlonia rinasce. 21 marzo 2006
  45. 38. Il nuovo Piano regolatore di Roma. 22 marzo 2006
  46. 39. Le periferie al centro. 10 maggio 2006
  47. 40. La metro fuori dal tunnel. 16 maggio 2006
  48. 41. La rielezione: «Orgogliosi di essere romani». 29 maggio 2006
  49. 42. Il parcheggio del Pincio. 25 settembre 2006
  50. 43. Storie. 17 ottobre 2006
  51. 44. I conti tornano, nonostante tutto. 3 febbraio 2007
  52. 45. La città dell’altra economia. 29 settembre 2007
  53. 46. La stazione Tiburtina e le altre grandi opere. 2 ottobre 2007
  54. 47. Il diritto di vivere sicuri. 30 ottobre 2007
  55. 48. I taxi: quando serve, linea dura. 29 novembre 2007
  56. 49. Un lungo saluto. 13 febbraio 2008
  57. Ringraziamenti
  58. Copyright