La cosa peggiore di questa cella non è il letto duro in cui ci si riesce a malapena a rigirare. Non è la luce offuscata. E non sono nemmeno gli aloni incrostati lasciati dal piscio nella tazza del water. La cosa peggiore è l’odore.
È indescrivibile.
Teddy ovviamente non è d’accordo con me. Lui dice che tutto si può descrivere. Sì, sì, come no.
Mi dice di descrivere senza usare aggettivi.
Senza aggettivi?
Sì, va bene, ho capito. Una tipica roba da insegnanti. Sono le cose che gli insegnano alle conferenze e a quei loro corsi di formazione: costringere gli alunni a descrivere qualcosa senza usare gli aggettivi. A fare le addizioni senza usare il più. A camminare sulle mani senza usare le mani.
La grammatica. Divertente all’incirca quanto una fistola sotto il sedere. «Gli aggettivi son parole esatte, che dicon le cose come son fatte» diceva la filastrocca dei tempi della scuola. Descrivono le caratteristiche, ti spiegano come sono le cose e che aspetto hanno.
O che odore hanno.
Gli aggettivi esistono solo per descrivere le altre cose. È questo l’unico compito degli aggettivi. E ora Teddy vuole che io non li usi per descrivere l’odore di questo posto.
Sostiene di non sentirlo neanche. Dice che esagero, che mi ci sono fissata. E io gli rispondo che magari ho un olfatto particolarmente sviluppato.
«Okay, certo, diciamo così.»
E ride.
Teddy ride spesso. Mi piace. La maggior parte degli insegnanti che ho avuto preferiva gridare.
«Ma parlando seriamente: se ci sono parole fatte apposta per descrivere le cose, perché non le dovremmo usare?»
«Si chiama raffigurazione. Show, don’t tell. In svedese non esiste un’espressione equivalente.»
Ridacchiamo. Non c’è da stupirsi se ho mollato lo svedese già in prima elementare.
Mi hanno sempre detto che scrivo bene, che ho un linguaggio espressivo e cose del genere, ma poi c’è la grammatica. Troppe regole da seguire, e appena le impari c’è subito un’eccezione. Le regole non sono mai state il mio forte.
È una specie di DOC, un disturbo ossessivo-compulsivo: se esiste una regola, io devo infrangerla.
Teddy non è per niente come gli altri insegnanti che ho avuto. La mia professoressa di svedese delle superiori si chiamava Bim. Si chiamava davvero così. Bim. Una vecchina con la faccia da civetta che sarebbe dovuta andare in pensione già alla fine del Novecento.
Era anche la mia tutor. Di solito dico che è stata lei a mandare all’aria la mia carriera scolastica, ma ovviamente è solo una battuta. Teddy queste cose le capisce e ci ride. Mi piace che capisca al volo e che abbia il senso dell’umorismo.
A Bim invece si leggeva in faccia che io non le piacevo. In realtà non le piaceva nessuno della mia classe, aveva sempre belle parole per quelli del liceo delle Scienze umane e ci ripeteva sempre che da noi pretendeva poco, poveri ignorantelli ineducabili dell’istituto professionale che non eravamo altro. Però voleva che fossimo almeno in grado di scrivere correttamente e di leggere tutte le lettere delle autorità che avremmo ricevuto da adulti. A me in fondo non importa se alla gente non piaccio, le persone hanno tutto il diritto di disprezzarmi, ma quelle che sono talmente stupide da non riuscire neanche a nasconderlo mi urtano il sistema nervoso. Bim se ne andava sempre in giro con un sorriso stampato sotto gli occhiali squadrati e i baffi, faceva una faccia compiaciuta e diceva: «Buongiorno, ragazzuoli e signorine».
Mi sa che non ci sono stati molti insegnanti a cui andavo a genio. Tanto per dire, non credo di essere mai stata una delle cose che li induceva a tornare al lavoro il lunedì mattina. Non ero certo una studentessa modello. Se fossi stata un maschio forse me la sarei cavata meglio. «Loro non possono farci niente», «gli uomini sono uomini» e tutte quelle cazzo di frasi fatte.
Teddy invece è diverso.
Oppure sono io che sono cambiata.
«Come cazzo ti è saltato in mente di fare l’insegnante?» gli domando sempre.
Lui si mette a ridere. E a me sembra sincero.
«Non sei stato ammesso in nessun’altra facoltà?»
Mi elenca tutta una serie di cliché per dire quanto il suo sia un mestiere importante, divertente e stimolante, per farmi capire che lavorare con i ragazzi lo arricchisce moltissimo.
«Ho capito, intendi coi drogati e con quelli delle gang. Mi sembra superstimolante.»
Lui sospira e alza gli occhi al cielo.
«Scommetto che guadagni sì e no quanto uno che vive di sussidi» aggiungo, per dargli il colpo finale.
Teddy però non se la prende. Non è suscettibile, il che immagino sia un vantaggio per uno che lavora in un posto come questo.
Quindi ci provo lo stesso, lo faccio per lui. E anche perché non ho niente di meglio da fare. Cerco di descrivere senza usare aggettivi.
«Qui dentro c’è odore di… vecchi sensi di colpa» propongo, pronta a scriverlo.
«Vecchi…»
«… è un aggettivo. Cazzo! Va bene, ho capito.»
La pazienza di Teddy è sorprendente. Io non ce l’avrei mai fatta a fare il suo lavoro. Io me la filo non appena un cliente tentenna un po’ troppo e sono costretta a respirare in un sacchetto di plastica per non mettermi a gridare: «Ehiii, si tratta di centotrentanove corone e comunque lo puoi sempre cambiare!».
Alla fine mi decido e formulo una frase.
Qui dentro c’è odore di claustrofobia. Angoscia e paura si sprigionano dal pavimento come fumo. Ogni pensiero che è stato pensato tra queste mura mi si insinua nelle narici. C’è puzza di sudore, terrore, sperma e senso di colpa.
Neanche un aggettivo.
Teddy mi fa i complimenti. Lo fa sempre, fa parte del suo repertorio, ma stavolta sembra diverso, come se fosse rimasto colpito per davvero.
«Molto suggestivo. Poetico.»
Ovviamente anche lui mi aveva sottovalutata.
Prima di andarsene vuole sempre stringermi la mano. È un’abitudine strana, del tutto innaturale. Magari con i maschi funziona. Però non dico niente, mi limito a prendergli la mano e a stringerla. Dopotutto, è piacevole poter toccare un altro essere umano, di tanto in tanto.
«Allora forse ci vediamo domani» mi saluta Teddy.
Sempre quel forse, perché c’è sempre la possibilità che io non sia più qui, me l’ha spiegato la prima volta. In custodia cautelare non ci sono sicurezze: la gente viene spostata, rilasciata, condannata. Qualcuno muore.
Quest’ultima eventualità Teddy non l’ha nominata, è un pensiero tutto mio.
«Ci vediamo domani» rispondo.
Perché io so che per un bel po’ non andrò da nessuna parte.
Devo confessarvi una cosa. Ero una di quelle che pensava che il sistema giudiziario svedese fosse una specie di catena alberghiera. Che stare in cella in questo Paese non fosse neanche una punizione vera. Credevo che il carcere fosse una specie di centro giovani dove ti potevi rilassare, stare a letto a guardare le serie TV e mangiare discretamente, senza un pensiero al mondo.
Una volta alle superiori ho detto che non capivo perché ci fossero i senzatetto in Svezia e che io avrei preferito stare in prigione piuttosto che per strada.
Ora, io non sono una carcerata a tutti gli effetti, ma dopo sei settimane in custodia cautelare non dirò mai più di voler vivere rinchiusa né crederò che stare dentro sia come stare in albergo.
La mia stanza misura nove metri quadrati. La chiamano stanza perché cella è un nome troppo triste. Nove metri quadrati equivalgono più o meno al box di un cavallo. È più piccola della maggior parte delle serre svedesi. Ci entrano un letto, una scrivania, una sedia, una mensola, un water e un lavandino.
Non voglio la compassione di nessuno. Sono qui per una ragione e non sono una vittima. Ho dolori in tutto il corpo, sono dimagrita e i pensieri mi to...