L'uomo che scherzava col fuoco
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L'uomo che scherzava col fuoco

L'ultima inchiesta di Stieg Larsson

  1. 496 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'uomo che scherzava col fuoco

L'ultima inchiesta di Stieg Larsson

Informazioni su questo libro

Il segreto più grande di Stieg Larsson è rimasto chiuso per un decennio in venti scatole abbandonate in un deposito. Nel 2004, la morte improvvisa del geniale autore svedese ha interrotto anche quella che doveva essere l'inchiesta della sua vita. Perché prima di essere un grande narratore, Larsson è stato un giornalista, un investigatore che aveva scelto i movimenti di estrema destra come cuore delle proprie ricerche e che - dalla sera dell'omicidio del primo ministro svedese Olof Palme, il 28 febbraio 1986 - iniziò a intuire un micidiale teorema di connessioni. "Uno dei delitti più sconvolgenti di cui io abbia mai avuto l'ingrato compito di occuparmi" arrivò a dichiarare. Oggi il giornalista Jan Stocklassa, grazie al permesso esclusivo di aprire i venti scatoloni sigillati, riporta in vita l'ultima indagine di Larsson, un puzzle di affascinante complessità, il vero ultimo giallo dell'autore. L'omicidio di Olof Palme fu un evento di portata internazionale; l'uomo che sfidò a viso aperto l'apartheid del Sudafrica fu ucciso mentre rientrava a casa con la moglie dal cinema. Stoccolma, la capitale della civilissima Svezia, si tinse di rosso e il nero della matrice politica del delitto impregnò le sue strade. Un intrigo che rimane alle fondamenta della trilogia Millennium.

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Informazioni

Parte 1

Stieg

Il giorno del delitto

Stoccolma, 28 febbraio 1986

Era il giorno in cui sarebbe morto il primo ministro di Svezia, e Stieg, come al solito, si presentò tardi al lavoro, con una sigaretta tra le dita. Decise di salire a piedi, così avrebbe guadagnato almeno mezzo minuto di vantaggio sul nuovo ascensore, inspiegabilmente lento. Le scale non erano un problema, nemmeno quando doveva raggiungere l’ultimo piano. La sigaretta accesa nella mano destra limitava l’apporto di ossigeno, ma Stieg aveva appena trentun anni ed energia da vendere. Con la sinistra reggeva la solita valigetta consunta, che però era vuota, a eccezione di un paio di carte, e salì i gradini a due a due, spinto da un misto di caffeina e nicotina.
La TT era la prima agenzia di stampa in Svezia, e da poco meno di un anno si era trasferita nella sede di Kungsholmstorg, appena ristrutturata, che in precedenza era appartenuta al birrificio St. Eriks Bryggeri. Il personale e la tecnologia erano allo stesso livello di quelli di Sveriges Radio o del quotidiano «Dagens Nyheter». La redazione occupava tutto il sesto piano, e Stieg, come chiunque altro, doveva attraversare l’intero open space per raggiungere la scrivania. L’atmosfera vagamente industriale ben si adattava alla sua indole. Subito all’ingresso si trovava una lunga fila di fax Toshiba. Tutti sapevano che erano più di quanti ne servissero, ma negli anni Ottanta degli yuppie era importante, perfino per un’agenzia di stampa, far vedere che «di più» era la giusta misura. A sinistra c’era la redazione, dove sedevano i collaboratori di peso di TT, insieme a qualche quadro. Stieg tentò di passare inosservato, ma il suo superiore, Kenneth Ahlborn, gli gridò un «buongiorno» un po’ troppo sonoro perché lui potesse fingere di non averlo sentito.
«Consegno oggi, promesso!»
Stieg aveva mancato la scadenza già tre volte, e un altro capo avrebbe usato un tono più brusco, ma perfino la mano protettiva di Kenneth aveva un limite, e oggi Stieg doveva proprio consegnare il pezzo.
In cima alla scala che conduceva alla grande redazione di TT c’era uno dei maggiori archivi di notizie della Svezia, con lunghe file di scaffali che, grazie a grosse ruote, si spostavano lungo dei binari nel pavimento. Anche questa era un’installazione imponente, più concreta dei fax. Stieg percorse il lato corto degli scaffali, s’infilò dietro l’ultimo e varcò la porta dell’ufficio. La piccola stanza, con una vetrata sull’archivio ma senza finestre, si poteva generosamente definire «funzionale». Stieg la condivideva con Ulla, responsabile archivista, e in qualche occasione con altri dipendenti che avevano bisogno di una postazione temporanea. Nonostante la posizione defilata, non era relegato, anzi. Chiunque avesse bisogno di lui sapeva dove trovarlo, e in un certo senso la poltroncina semisfondata che si era portato da casa per i visitatori era più frequentata dell’appariscente gruppo di divanetti della redazione al piano di sotto.
Quello era un giorno speciale. Era l’ultimo venerdì del mese, e tutti erano convocati alla riunione mensile, introdotta dal nuovo amministratore delegato per «avere più feedback», come diceva lui. In realtà il flusso d’informazioni andava unicamente dall’alto verso il basso, ma a Stieg andava bene così. La posizione del suo immediato superiore era ancora salda, ed era stato lui a piazzare Stieg lontano dal centro di comando, in modo che potesse lavorare in pace alla sua grande passione: la lotta contro l’estremismo di destra.
A lato del lavoro ordinario come infografico, ogni tanto Stieg aveva la possibilità di scrivere lunghi reportage sulle questioni che più gli stavano a cuore, e se poi riusciva a ritagliarsi qualche ora, la sfruttava per quel che contava davvero: la mappatura dell’estremismo di destra svedese e dei suoi agganci con l’estero. Non ricordava di preciso quando aveva cominciato, ma la battaglia contro l’intolleranza e le ingiustizie faceva parte della sua vita fin dalla prima adolescenza. Essere cresciuto con un nonno materno che detestava qualunque manifestazione di nazismo ed estremismo di destra aveva avuto di sicuro il suo peso, ma sta di fatto che l’impegno di Stieg era maggiore di quello del nonno. Lui aveva consacrato la propria vita alla causa.
Adesso era in ritardo per la riunione, dove il suo unico compito era dimostrare di condividere la visione dell’azienda, per poi poter tornare a occuparsi del suo lavoro in santa pace. Erano le dieci, decisamente presto per i suoi standard, perciò quando entrò in sala riunioni i colleghi più stretti lo guardarono con stupore. La porta si richiuse alle sue spalle, e Stieg si sedette, a corto di fiato, nel preciso momento in cui l’amministratore delegato accendeva il suo ampio sorriso e dava il benvenuto ai presenti.
In sé, la riunione non presentò sorprese. La direzione era fedelissima al principio secondo cui la ripetizione è la madre della conoscenza, e Stieg era abbastanza certo che le immagini del piano di attività per il 1986 fossero già state mostrate almeno tre volte, forse in un ordine diverso. In più, il rumore della ventola del proiettore da soffitto aveva un che di soporifero.
L’unico fatto inconsueto fu che, alla fine della riunione, uno dei redattori si alzò e ricordò a tutti che quella sera i membri della redazione erano invitati al ristorante Tennstopet. Era sottinteso che nessuno al di sotto dei livelli di «reporter», «giornalista» o «redattore» dovesse prendersi il disturbo di presentarsi.
Per Stieg quel venerdì era un po’ diverso dal solito, perché lui ed Eva avevano deciso di cenare e passare la serata insieme. Non che dovessero andare al ristorante, bastava cucinare a casa o prendere una pizza, ma in ogni caso questo comportava la necessità di tenere d’occhio l’orologio e uscire dall’ufficio entro le sette. Be’, facciamo entro le otto. La fermata della metropolitana di Rådhuset era ad appena una quindicina di minuti, e da lì sarebbe arrivato a casa a Rinkeby in meno di mezz’ora. Per il resto, non prevedeva grandi intoppi nel corso della giornata. Doveva realizzare l’illustrazione che mostrava come l’imprenditoria svedese fosse governata dalla famiglia Wallenberg, tra le più potenti costellazioni nel mercato finanziario mondiale. Certo, le crisi economiche dell’ultimo decennio avevano scosso le fondamenta dell’impero Wallenberg, ma le sue ramificazioni si erano estese in maniera capillare all’intera società svedese attraverso fondazioni anonime, imprese e società che sulla carta non avevano alcun legame con la famiglia, ma i cui posti chiave erano tutti occupati da persone molto vicine ai Wallenberg.
Dopo aver meditato a lungo, Stieg aveva inserito sullo sfondo una mappa del centro di Stoccolma e cerchiato tre indirizzi a meno di un chilometro l’uno dall’altro: la Industrihuset, Casa dell’imprenditoria, nel quartiere di Östermalm, il palazzo Burmanska in Blasieholmen – che fra l’altro ospitava l’associazione svedese degli imprenditori – e un anonimo edificio al civico 6 di Birger Jarlsgatan, dove avevano sede una moltitudine di organizzazioni, aziende e associazioni. Sopra questo sfondo aveva tracciato una fitta rete di collegamenti in ogni direzione che avrebbe dato le vertigini a un complottista, se Stieg non l’avesse resa leggibile usando diversi tipi di linee e scale di grigi. La stampa in quadricromia era fuori discussione: era tecnicamente possibile, da qualche anno, ma la usavano solo pochi tabloid, che non costituivano il grosso dei clienti di TT.
Stieg si accese un’altra sigaretta e posò la tazza di caffè fuori dal foglio da disegno e dai fermacarte che lo tenevano fissato. Quando la brace diventava troppo lunga, spesso cadeva sulla carta e lui con gesti abitudinari la soffiava via, la raccoglieva nel palmo e la versava in una delle tazze vuote. Quasi tutti i colleghi pranzavano presto; Stieg invece lavorava fino a quando i pensieri rallentavano troppo e si vedeva costretto ad alzare il tasso di zuccheri. Il pasto consisteva in un panino a ciambella, con formaggio hushållsost e cetriolo, preso alla mensa.
La volta successiva in cui guardò l’orologio erano già le cinque e mezzo. All’improvviso il tempo a disposizione stava per finire, e non era il caso di chiedere altro tempo, perché altrimenti, di ritardo in ritardo, avrebbe dovuto posticipare la scrittura del suo articolo, l’occasione che aveva per trattare questioni importanti in modo che raggiungessero un pubblico ampio.
Stieg provò ad aggiungere la scritta Esse, non videri – una massima del vecchio Marcus Wallenberg – a margine della mappa. «Essere, non apparire», era senz’altro congruente con la sua mappa, che illustrava i legami nascosti, ma senza traduzione nessuno l’avrebbe capito, e aggiungendo un’altra scritta l’immagine sarebbe risultata troppo confusa. Decise di restare in ufficio fino a completare l’opera. Due ore, tre al massimo, sarebbero bastate. E lui sarebbe arrivato a casa prima che Eva cominciasse a pensare che la cena insieme era saltata.
Forse, però, in quel lucido pieno di linee e simboli c’era qualcosa di magico che gli fece perdere di vista l’orario. Tutt’a un tratto erano le otto passate, e Stieg si rese conto che occorreva una soluzione immediata. Sollevò la cornetta del telefono Ericsson, un modello Dialog, leggermente rigato, e al familiare rumore del disco combinatore meditò su come spiegare a Eva che non sarebbe tornato prima di mezzanotte, e che dunque sarebbe mancato alla loro serata.
A conti fatti, non fu una telefonata difficile, perché Eva accettava sempre le sue spiegazioni, ma il senso di colpa gli metteva i bastoni fra le ruote: impiegò dieci minuti a riprendere la concentrazione e il ritmo, ma se non altro avrebbe finito la mappa quella sera.
In sottofondo la radio locale di Stoccolma trasmetteva un’opera teatrale messa in scena da un’organizzazione chiamata Societas Avantus Gardiae. Se Stieg avesse prestato attenzione avrebbe sentito il conduttore invitare gli ascoltatori a indovinare quale statista sarebbe stato ucciso, sottolineando che non era Gustavo III, benché la pièce parlasse dei preparativi per quell’assassinio in particolare. Stieg aveva bisogno di qualcosa di facile ascolto, che non lo distraesse, perciò girò su un’altra stazione, che mandava musica pop non-stop.
Quando finalmente tese una mano verso il pesante piedistallo in ghisa della lampada da tavolo e spense la luce erano le undici e venti. Più o meno in quel momento, in Sveavägen, veniva sparato il colpo che uccideva il primo ministro di Svezia. Stieg ne era giulivamente ignaro, e pensava solo a non perdere la metropolitana per Rinkeby.

L’odio

L’odio aveva cominciato a crescere più di vent’anni prima. Pochi mettevano in dubbio che lui fosse uno dei politici svedesi più influenti di sempre, ma il percorso per arrivare a quel punto era stato intralciato da molti conflitti, e aveva generato un numero incalcolabile di nemici.
Nel 1969 Olof Palme assunse la carica di primo ministro e leader del Partito Socialdemocratico, subentrando a Tage Erlander, che aveva svolto le due funzioni per ventitré anni consecutivi, un record mondiale. Alle ultime elezioni sotto Erlander, il partito aveva ottenuto oltre il 50% dei voti. Era impossibile, per Palme, replicare una tale popolarità, tanto più che, con la sua evidente appartenenza a un ceto elevato, era guardato con sospetto dagli operai e dai piccoli impiegati che aderivano al partito. Peraltro, fu proprio sotto la sua leadership che, nel 1976, i socialdemocratici persero le elezioni per la prima volta in quattro decenni.
La sconfitta, tuttavia, gli permise di dedicarsi a ciò che lo appassionava maggiormente: la politica estera. Olof Palme era amico del Terzo Mondo, e combatteva per i diritti dei deboli. Raccontava volentieri la sua prima azione politica, quando insieme ad alcuni amici aveva donato sangue per raccogliere fondi per la lotta all’apartheid in Sudafrica.
Ma il suo impegno nella politica estera andava spesso a discapito dei rapporti con le grandi potenze. Infastidì l’Unione Sovietica nell’aprile del 1975, definendo il governo cecoslovacco «una creatura della dittatura», e nel 1979 criticando l’invasione sovietica dell’Afghanistan.
Dall’altra parte dell’oceano, riuscì a contrariare anche gli Stati Uniti, che due volte interruppero le relazioni diplomatiche con la Svezia proprio a causa sua: la prima volta nel febbraio del 1968, quando Palme marciò al fianco dell’ambasciatore nordvietnamita a Mosca durante una fiaccolata contro la guerra in Vietnam che si tenne a Stoccolma; la seconda nel Natale del 1972, quando deprecò il bombardamento di Hanoi, paragonando le azioni statunitensi ai peggiori massacri del Novecento.
Molti consideravano la politica di Palme, e dunque quella della Svezia, come una «terza via», e lui aveva progetti tutti suoi per porre fine alla Guerra Fredda. Tramite quella che spesso veniva chiamata Commissione Palme, della quale lui stesso era portavoce, cercava, insieme ad altri politici di spicco di tutto il mondo, di creare i presupposti per un disarmo, così da rendere il mondo un luogo più sicuro. Lo scarso interesse degli Stati Uniti per l’ambizioso progetto fu sufficiente a decretarne il fallimento fin dall’inizio; in compenso, nel momento in cui l’Unione Sovietica manifestò una certa attenzione in merito, lo scetticismo verso Palme crebbe, in Svezia e anche all’estero. E iniziò a essere considerato un fiancheggiatore dei russi.
Fra il 1980 e il 1982, Olof Palme fu mediatore ONU nella guerra tra Iran e Iraq. Ma il suo era un incarico impossibile da portare a termine con successo, e quando emerse che s’impegnava attivamente per aiutare le aziende svedesi produttrici d’armi – in particolare la Bofors – ad accaparrarsi contratti di esportazione in India, molti lo tacciarono d’ipocrisia: un attimo prima prendeva iniziative a favore del disarmo e della pace, e quello successivo appoggiava il commercio estero di armi svedesi per salvare posti di lavoro.
In Svezia, i suoi detrattori ritenevano che la nazione non avesse né il temp...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’uomo che scherzava col fuoco
  4. Prologo
  5. Parte 1. Stieg
  6. Parte 2. Sulle tracce di Stieg
  7. Epilogo
  8. Postfazione
  9. Grazie!
  10. Galleria dei personaggi
  11. Copyright