«Ti senti più italiano o africano?».
Se siete qui è probabile che vi sia capitato di vedere un Fabri Fibra molto serious nelle vesti di psicologo che mi pone questo quesito all’interno del video di #Afroitaliano. Sin dalle prime volte in cui mi veniva posta questa domanda, ai tempi in cui ero l’unico bimbo colorato in un asilo di suore in Val Camonica, la mia risposta non è mai stata la stessa per un periodo più lungo di sei mesi.
Essere figlio di genitori stranieri ti rende un essere umano in continuo divenire. La tua identità si trasforma in una specie di roulette. Non puoi sapere con certezza su quale numero si fermerà, così come non puoi sapere, quando ti faranno la fatidica domanda, che identità sentirai di avere in quel particolare giorno.
Lo so, è una risposta un po’ da paraculo, ma è quello che vivo. Da quando ho avuto quella conversazione con il mio illustre psicologo, avrò già cambiato almeno quattro versioni.
E scommetto che quando avrò finito di scrivere questo libro avrò già un’idea diversa del mio concetto di identità.
La mia vita è incominciata in una città della Nigeria chiamata Abeokuta, dove ho vissuto fino ai due anni d’età. Da lì ci trasferimmo in Italia, dove ho vissuto tra Brescia e Castiglione delle Stiviere fino ai miei sedici anni. Gran parte della mia infanzia a Castiglione l’ho passata in un quartiere così multietnico da essere definito “I 5 Continenti”. Poi a sedici anni sono andato negli States per un anno di scambio interculturale come studente. Ma siccome Africa, Italia e America non mi bastavano… dopo il liceo mi sono fatto tre anni di università nella città di Cambridge. Risultato? A ventun anni, come il 60% dei miei amici, ero già stato in posti lontani migliaia di chilometri dall’Italia. Avevo ascoltato musica francese, tedesca, venezuelana. Avevo mangiato cibi etnici di tutti i tipi e incontrato gente proveniente da ogni parte del mondo.
Era inevitabile che ognuna di queste esperienze impattasse in modo irreversibile sulla persona che sono.
Se dovessi fare uno schema di com’è cambiata negli anni la mia identità, suonerebbe più o meno così:
0-2 anni: I’m an african baby. Mangio, bevo, cago.
2-6 anni: Io sono marrone!
7-12 anni: Sono un ragazzo del quartiere infiltrato in mezzo ai bianchi. Ssh! Zitto, acqua in bocca.
13-16 anni: Tutti limonano tranne me. Sospetto che sia perché sono nero e africano.
17-18 anni: Sono stra-italiano. I’m in America, bitch! (finalmente limono anch’io.)
19-21 anni: Sono un black hippie che vive a Cambridge.
22-24 anni: Sono un italiano nero, laureato e non riesco a trovare lavoro. Forse proprio perché sono nero.
25-26 anni: Negro/#Afroitaliano. E lo voglio gridare!
27-29 anni: Sono un cittadino del mondo.
29-?: Lo scopriremo molto presto. State a vedere.
Probabilmente, essendo nato ad Abeokuta, nei miei primi due anni di vita non avevo alcun dubbio sul fatto che fossi nigeriano. Anche perché parlavo solo in yoruba, la mia lingua d’origine.
Quando venni in Italia con mia madre, cambiò tutto. Chiaramente non ricordo cosa pensassi a quell’età… ma sospetto che, appena arrivato in Italia, già all’aeroporto mi sarò domandato: “Ehi, ma perché sono tutti così pallidi qui?”.
Da piccolo, ho ricevuto un’educazione molto nigeriana. A differenza dei miei fratelli che sono cresciuti in un periodo in cui i nostri genitori avevano già incominciato a integrarsi e a conoscere maggiormente la cultura italiana, io ho vissuto i loro anni più difficili. Gli anni in cui erano poveri e vivevamo in un appartamento che spesso abbiamo condiviso con altre famiglie. Il nostro quartiere, “I 5 Continenti”, era un mondo in miniatura. Quasi il 90% della gente che ci abitava era di origine straniera. Ultimamente molte start-up si spacciano per innovative perché credono di aver inventato l’house sharing. Io ho conosciuto l’house sharing a nove anni. Quando, per qualche strana ragione, vedevo arrivare a casa ogni volta un famigliare o un amico diverso e ci restava ad abitare per qualche settimana, mese o a volte anno. In casa nostra, oltre a me e alla mia famiglia, c’era sempre qualche mezzo cugino, mezzo fratello o nipote e, tendenzialmente, si parlava sempre solo yoruba. Si guardavano i film di Nollywood – l’industria cinematografica nigeriana – e si ascoltavano le canzoni di Wasiu Ayinde e King Sunny Ade. Insomma, geograficamente stavo in Italia, ma culturalmente, quando tornavo a casa, era pura Africa.
Fino a quando, un bel giorno, mio padre ci raggruppò tutti quanti e disse: «D’ora in poi in questa casa voglio sentirvi parlare solo in italiano». A parte che ogni tanto mi domando ancora come ci sia riuscito, cioè come fosse possibile che avesse così tanto potere su di noi… fatto sta che, da quella settimana, io, mio fratello Eric e Luca – uno dei mezzi fratelli che in quel periodo abitava con noi – cominciammo a parlare esclusivamente in italiano. Se ci penso, un po’ mi dispiace perché il mio yoruba di quando avevo 8 anni era più fluente e sofisticato di quello di adesso. Ora, quando lo parlo, mi dicono che suono come uno straniero che ha provato a studiare la lingua. Mi dispiace, perché se lo parlassi giusto un pochino meglio potrei azzardare l’idea di scrivere qualche canzone in yoruba… anche per provare a essere un po’ più esotico – alla Ghali o Mahmood – ma quando provo a farlo non mi sento autentico. Quindi, evito. (Papà, se stai leggendo, sappi che quella scelta mi ha impedito di essere il Fela Kuti della mia generazione e mi ha costretto a lasciare quel posto a Falz. Se fossi rimasto più connesso alla lingua e alla cultura del mio Paese probabilmente ora farei tour sia in Italia che in Nigeria. Damn!).
Qualche maestra sostiene che, a volte, all’asilo e alle elementari, io mi disegnassi rosa come i miei amici italiani. Sinceramente non lo ricordo. Ma voglio le prove, cazzo. Perché io non ci credo. Quello che so è che i miei genitori ebbero il primato di essere i primi nigeriani a venire a vivere ad Artogne. Un piccolo comune di poco più di tremila abitanti in provincia di Brescia. Ci abitammo per qualche tempo prima di trasferirci a Castiglione di Stiviere. E, al contrario de “I 5 Continenti”, lì eravamo l’unica famiglia straniera. Avete presente che i politici ultimamente parlano sempre d’integrazione?
Io a sei anni ero così integrato che, quando una volta ogni due mesi capitava che venissero a trovarci gli amici nigeriani dei miei genitori, li intravedevo dal nostro balcone, correvo in casa e urlavo – testuali parole: «Mamma, papà! Sono arrivati i neri!». E ogni volta che i miei mi chiedevano: «Ma scusa, Tolu, tu invece cosa sei?», io rispondevo tutto convinto: «Io non sono nero, sono marrone!».
Col senno di poi mi rendo conto che, probabilmente, già allora cercavo di comunicare ai miei genitori quello che poi ho cantato nel mio “blasonato” #Afroitaliano. E cioè che chiaramente non sono bianco, ma non sono neanche un africano appena sbarcato a Lampedusa. Nel tempo ho scoperto che molti italiani danno per scontato che il 90% delle persone di colore sia arrivata qua con un gommone. Sveglia! Non è così. In realtà la stragrande maggioranza degli stranieri in Italia viene in aereo, come abbiamo fatto io e i miei genitori. E, certo, io ho lo stesso identico colore di pelle dei miei genitori e dei loro amici. Ma ho frequentato scuole italiane, sono cresciuto avendo amici italiani… per questo mi sentivo diverso da loro.
È un po’ come quello che cantano in White Niggas i miei amici Soul System, vincitori di X Factor 2016. Solo che, diciamolo, White Niggas suona peggio del rumore di una forchetta che graffia il piatto, senza offesa per i cari Soul System, che rispetto e a cui voglio un gran bene (congratulazioni a Jiggy per il nuovo bimbo). Mettiamola così, anche loro, come me a sei anni, hanno trovato un termine per definire il concetto di identità binaria vissuta da un ragazzo figlio d’immigrati… ma #Afroitaliano mi sembra più adeguato. Più che altro non sono troppo d’accordo col concetto di “negro bianco”. Io ho un sacco di domande legate alla mia identità, ma per quanto riguarda il colore una certezza ce l’ho. Sono nero, nero, nero. E, sinceramente, non desidererei essere bianco. Nah.
Il giorno in cui ho registrato la versione ufficiale di #Afroitaliano a Sant’Agostino, nello studio di produzione Pankees, ho pensato che quello fosse il termine più idoneo per descrivere la mia persona e la gente che rappresento. Le immagini di quelle sessioni di registrazione, nel piovoso inverno dell’ottobre 2015, sono ancora vivide nella mia mente.
Sono andato in studio da Romeo, il produttore del pezzo (bro, nel caso tu stia leggendo, sappi che ti voglio bene… quella canzone ha un po’ cambiato la mia vita!) e gli ho fatto sentire una canzone di cui avevo prodotto la base. Il titolo era Il mio nome (ma non si trova più su YouTube. L’ho tolta perché… sinceramente faceva abbastanza cagare). Dopo averla sentita, Romeo mi ha detto che la base che gli avevo portato era carina, ma se volevamo spaccare ci serviva qualcosa di più forte. Così si è fatto venire l’idea di tenere solo alcuni elementi della base che suonavano convincenti e aggiungerci un armonioso giro di accordi. Una melodia molto emotional, di quelle che quando le senti pensi alla tua prima fidanzata, o al giorno in cui è morto il tuo gatto. Dopo aver riarrangiato la base, mi ha chiesto di provare ad andare dentro alla cabina di registrazione e improvvisare qualcosa su questa nuova versione del beat.
A quel punto, la base aveva già incominciato a darmi dei brividi lungo tutta la schiena. È stato come quando nelle serie tv c’è quel riassunto in cui mostrano i momenti più toccanti della stagione e li accompagnano con una musichetta toccante. Avete presente?
Sono cominciate a passare nella mia testa, una dopo l’altra, tutte le immagini della mia infanzia.
Ho pensato agli amici nigeriani del mio quartiere, che compiuti diciott’anni hanno dovuto lasciare l’Italia a causa della crisi economica e del razzismo subito. Ho pensato ai nostri genitori, a tutte le volte che mio padre mi ha obbligato a preparargli un piatto di poundo yam. Alle feste della comunità nigeriana dove tutti cantano e ballano. A mia nonna, che ancora oggi si rifiuta di assaggiare la pasta o qualsiasi altro piatto italiano perché, a detta sua, non è sano mangiare cibo così poco piccante. Ho pensato a Brescia. Chiaramente ho pensato al Parmigiano. Poi, ai miei amici italiani di origine africana attivi sul territorio, con i quali mi ero scambiato delle opinioni nell’ultimo periodo: Bellamy di Afroitalian Souls (una piattaforma digitale che vuole essere un po’ una finestra sul mondo afroitaliano), Loretta Grace, Evelyn Afaawua… e Antonio Dikele Distefano con cui, in quel periodo, stavo pianificando un sacco di progetti legati ai ragazzi di seconda generazione (più in là vi racconterò perché poi questi progetti non sono andati come avrei voluto. Forse).
Ho capito che volevo e dovevo fare una canzone che racchiudesse tutti questi pensieri e l’identità delle persone di cui mi sentivo la voce. Sono entrato in quella cabina di registrazione e ho urlato: «Sono un negro italiano!». In quel momento pensavo sinceramente che fosse il termine più giusto per definire me e la “mia gente”. È stato allora che Romeo mi ha preso da parte e mi ha detto: «Tommy, guarda, io ho la sensazione che questa canzone possa veramente sfondare… fai così, torna casa e prova a scrivere un testo in cui ti racconti. Senza censure. Ci rivediamo qua la settimana prossima».
La prima strofa mi venne di getto. Ricordo che partii dalla stazione di Milano Centrale con il regionale delle 15.25. Arrivato a Brescia alle 16.45 avevo già tutto.
Esulto quando segna SuperMario,
Non mangio la pasta senza il Parmigiano.
Ho la pelle scura, l’accento bresciano,
Un cognome straniero e comunque italiano.
A volte mi sembra di essere qui per sbaglio,
San poco di me, son loro bersaglio,
Ciò che ho passato loro non lo sanno.
È il mio passato, mai lo capiranno.
Mi dai del negro, dell’immigrato,
il tuo pensiero è un po’ limitato,
Il mondo è cambiato, non è complicato…
Afroitaliano, per te è un rompicapo
Loro non sanno chi siamo in questo Stato.
Mi vuoi lontano, ho letto il tuo stato
Che non ci vuole solo un colore,
La nostra nazione...