Casette d’Ete, giugno 1945
«Guarda che questo spara.»
Il sole cade a picco sulla campagna marchigiana, l’estate entrerà fra qualche giorno. È la controra e non si vede nessuno per strada, si sente solo una porta sbattere con violenza in lontananza.
«Oh, Annetta, me stai a sentì? Questo spara. Ma spara davvero, mica per scherzo. C’ha il fucile.»
«Non je la fai a statte zitta due minuti de fila?»
«Se avessi capito subito che volevi venì qua, me ne restavo a casa mia.»
«Sci, a morì de fame.»
«’Nvece qua moremo subbeto, se se ne accorge! Andiamo da un’altra parte.»
«Non ci penso proprio. Le vedi quelle pesche, sci? Me le magno ogghji per pranzo, atro che.»
Appostate dietro i cipressi di via Santa Croce che conduce all’ultima casa del paese, quella subito dopo il ponte nei pressi del mulino, Annetta e Rita studiano la situazione prima di passare all’attacco. Non c’è anima viva. La campagna con le belle piante da frutto del signor De Paoli sembra strizzare l’occhio a quelle giovani donne affamate.
«Se hai così tanta paura puoi anche fare a meno di restare qui. Tornatene a casa, non sia mai che ti devo avere sulla coscienza» dice Annetta stizzita. Sono amiche da sempre, compagne di furti da qualche anno, precisamente da quando la guerra è arrivata anche a Casette d’Ete.
«Quando fai così t’acciaccherei. Ho paura solo perché so che quello può sparare, non ci mette tanto. Mi sto preoccupando anche per te, sa’.»
Annetta la guarda spalancando i grandi occhi verdi, e indicandosi il petto esplode in una risata. «Per me? Te stai a preoccupà per me?! E vanne, vanne. Come se non mi conoscessi» replica alzando la voce di un tono. «O stai qui e mi aiuti oppure lévati di torno perché c’ho da fa’.»
«No, no, resto con te. Testarda che atro non si’.»
Annetta annuisce con convinzione, quelle polemiche sterili non fanno che portarle via degli attimi preziosi. Certi lavori vanno terminati in fretta, senza esitazioni. Oltretutto, in lontananza qualche nuvola sembra minacciare il cielo azzurro, e in estate gli acquazzoni sono brevi ma improvvisi.
«Lo vedi? Eccolo, eccolo. Laggiù.» Annetta indica con un cenno del capo il guardiano dei frutteti, che ha il compito di sorvegliare la proprietà quando il padrone è assente. «Allora, facciamo così» si gira verso Rita e la guarda negli occhi, i palmi delle mani aperti di fronte al viso dell’amica: «Andiamogli incontro e iniziamo a distrarlo. Chiediamogli qualche cosa, cerchiamo di parlare e di rincoglionirlo. Dobbiamo allontanarlo da lì, al resto penso io».
«Ma se non se mòve? Che je faccio?»
«Rita, non me te fa’ risponne male!» le dice Annetta unendo le dita della mano sinistra a lama di coltello. «Avanti, improvviseremo.»
Indossano entrambe due vestiti al ginocchio molto leggeri, Annetta con dei piccoli fiori gialli e Rita di un color crema tendente all’ocra.
Annetta Betelli, che in realtà si chiama Anna, ha ventitré anni ed è molto più alta delle sue coetanee, con lunghe cosce ben tornite e dei capelli biondo cenere tagliati à la garçonne. Fin da prima che scoppiasse la guerra, aveva dimostrato passione per la moda, seguiva con interesse le tendenze del momento, amava truccarsi e vestirsi in modo eccentrico. Non c’è occasione in cui non indossi il suo rossetto preferito, anche per andare a rubare nei campi. La sciatteria non le appartiene. Lei è spavalda come sa esserlo solo chi è profondamente innamorato di sé.
Tante volte Annetta si è trovata a discutere con la sorella Giuliana, più piccola di cinque anni, acerba e inesperta, timorosa di uscire allo scoperto e allo stesso tempo inquieta come un cucciolo che scalpita nella tana, in attesa del mondo. «Sei ridicola con quei capelli alla garzò!» le dice spesso Giuliana. «Solo i maschi se li tagliano in quel modo, tu dove vai in giro così? Sciocca!»
«Sarò libera di fare quel che mi pare, o no? Me lo devi dire tu? Vai a piangere da mamma, cretina. Non capisci neanche quanto sei lunga» le risponde l’altra.
Giuliana, ancora immatura nella sua crudele giovinezza, subisce il fascino di Annetta ma ne è al contempo indispettita, tanto da azzardare giudizi e improperi che si rimangia non appena incrocia lo sguardo della sorella maggiore.
La guerra non risparmia nessuno, neanche le vedove e le giovani donne orfane di padre; c’è da mettersi in testa che le donne sono donne ma anche uomini, all’occorrenza.
«Non star lì a fare la “signorina”, vieni a rubare con me, che poi ce lo dividiamo fra di noi» continua a ripetere Annetta a Giuliana che, invece, di andare a far la ladra, proprio non ha voglia. È piccola, sente ancora il bisogno di lasciarsi sopraffare dall’ansia, perfino dal panico; non può rischiare di rimanerci secca per lo spavento. «Sei una sciagurata. Non ci pensi a quante famiglie possiamo aiutare? Poi il cibo che riusciamo a prendere lo regaliamo, mica ce lo tenèmo solo per nuatri.» In paese tutti sanno quanto quella famiglia così povera sia in realtà tanto caritatevole con chiunque abbia bisogno.
«Ma guarda che lo saccio» le risponde Giuliana, risentita, «ma io c’agghjio paura lo stesso, non me pò costringe! E poi tu si più sverda de me, più veloce… Io non lo saccio fa’!»
’N gorbu a te e alla paura, pensa ogni volta Annetta, tra sé e sé.
Il guardiano passeggia su e giù per lo spiazzale vicino agli alberi da frutto. Mentre le ragazze si avvicinano, notano il fucile appoggiato alla parete in ombra della casa. Rita scocca uno sguardo di fuoco all’amica che continua a camminare.
«Ma quant’è caldo oggi? Eh?» grida Annetta sventolando la mano in aria. Il guardiano non fa una piega, le osserva mentre sfilano sotto il sole.
«Chi siete?» La voce gli esce roca dal petto, quasi un graffio.
«E mamma mia, un poco di cortesia!» dice Annetta, portandosi un braccio dietro la testa.
Il guardiano sputa a terra, le mani sui fianchi e le gambe divaricate. Si ferma a guardarle. I calzoni gli vanno larghi, sembra esserci caduto dentro.
Si gratta la nuca con sguardo torvo. «Che volete? Cercate qualcheduno?»
«Nossignore» dice Rita buttando un occhio al pesco. Con un gesto impercettibile della mano solleva un lembo di stoffa lasciando la coscia scoperta per qualche attimo. «Ma so’ tutte tue ’ste piante?»
«’Nzù. Io faccio la guardia. Queste è tutte de lu patrò.» L’uomo parla e resta immobile, segue con gli occhi appannati dal caldo i movimenti delle giovani. «Quindi? Che volete se pole sapé?»
«E che vorremo mai… Dàccela una pesca, una ciascuno!» Annetta si avvicina all’albero muovendo i fianchi con lentezza. Alza gli occhi al cielo. Bisogna fare in fretta, grandi nuvole scure si approssimano alla campagna e di lì a poco verrà a piovere.
Rita la guarda senza parlare.
«No, no, ferma. Non ce pensà affatto!» intima il guardiano, fendendo l’aria con l’indice ossuto.
«Ma due pesche! Solo due! Guarda quante ce n’hai.» Annetta si avvicina piano all’albero, muovendosi all’indietro.
«Beata te, cocca. L’atru jornu è venutu lu fattò a controllà le piante, e ha visto che ce mancava qualche frutto. Me s’ha magnato! Per me» dice l’uomo portandosi le mani al petto, «vene a contalli de notte, sennò non se spiega. M’ha fatto ’na ramanzina che ancora me la sento pe’ l’osse.»
«Ma che vuoi che siano due pesche, non se ne accorge mica! E daje, c’aemo fame. Non ti dispiace lasciarci a bocca asciutta?» replica Rita, cercando di essere accomodante con quel tono lamentoso.
«Non se ne parla, ho già detto di no e basta. Andate via!» trascinando per un braccio Annetta spinge entrambe le ragazze lungo il viale. «Non voglio impicci né guai, sciò! Che dopo lu patrò se la pija co’ me.»
«Oh, e calmete sa’! Jemo via!» Annetta alza le braccia. «Tu non me toccà però! Co’ ’ste mani lunghe… Sembra tonto, eh Rita?» Il guardiano le osserva allontanarsi senza cedere alla provocazione. Le mani prudono, ma lo sguardo si mantiene nebbioso. Sono femmine, pensa l’uomo, giovani, solo due giovani femmine.
«Andiamo, vieni» sussurra Annetta all’amica.
«Ma come? Ce ne andiamo via così? Manco una pesca je semo frecato.»
«Tu stai a vedè, tra poco piove. Gira qua.»
Annetta e Rita proseguono fino alla fine del viale, ostentando una calma cocente come la brace. Ma non appena termina la fila dei cipressi, Annetta accelera il passo e afferra Rita per il polso. «Cammina, svelta. Arriviamo fino alla curva e mettiamoci dietro al rudere.»
«Annetta, ma do’ vai? Tra poco piove, guarda che nuvolotti neri. Torniamo a casa che sennò ci bagniamo tutte!»
«Zitta, scema!» Annetta porta l’indice di fronte alle labbra, sfiora la punta del naso. «Parla piano. Dobbiamo aspettare la pioggia.»
«La pioggia? Me pari mezza scema, Annè, lasciamelo dire.»
«E dillo, dillo. Tanto non se paga.» Annetta osserva le nuvole che si stanno addensando sopra le loro teste, batte a ritmo il palmo delle mani sulle ginocchia piegate, come se dovesse prendere lo slancio. Ha già tutto in testa.
Dopo dieci minuti di silenzio, le prime gocce iniziano a cadere sulle stoffe dei loro abiti. Una, due, tre: eccole. Non ci vorrà molto, pensa Annetta, fra un po’ se ne andrà. Rita sembra averle letto nel pensiero: «Adesso smammerà, che dici?» sussurra mentre accenna al guardiano con il mento. L’aria si fa quieta, quasi dolce, il cielo si avvicina sinistro alla campagna. Via libera. Al rombo di un tuono segue una pioggia rotonda e copiosa. Le ragazze trattengono il fiato, immobili, mentre le gocce si aggrappano ai vestiti, alla pelle, ai capelli. Sanno che di lì a poco il campo sarà sgombro. Dopo dieci minuti vedono spuntare la figura esile dell’uomo che si allontana in fretta, zoppicando; trascina la gamba sinistra e tiene il palmo della mano aperto sulla nuca. Non si guarda indietro né attorno, sale in sella alla bicicletta e pedala via.
«Ci siamo, forza.» Corrono verso il frutteto, inciampando nel fruscio degli alberi scompigliati dal temporale, i capelli bagnati attaccati alle tempie; i fiori ormai fradici stampati sul vestito di Annetta si muovono rincorrendo le linee del corpo, evidenziando l’anomala sensualità, un erotismo antico fatto di gesti e poche parole. La loro caotica bellezza abbraccia la tensione del cielo, che ora più che mai sembra assisterle e guidarle.
«Svelta, prendi quelle ceste e passamene una» dice Annetta a Rita. La ragazza corre in direzione del granaio, dove spiccano due ceste alte e pronte per essere riempite. Ne lancia una alla compare che inizia a strappare i frutti dai rami degli alberi con una tale violenza da rompere quelli più sottili.
Nel giro di un’ora, sotto la pioggia battente, incuranti del temporale, dei tuoni, dei lampi che rompono il silenzio bollente di fine giugno, le due amiche rubano quasi tutte le pesche dagli alberi. Lanciandosi sguardi in diagonale, Annetta e Rita svuotano quel minuscolo lembo di campagna e, contenitori in spalla, accompagnate da una pioggia ora più debole ma insistente, si avviano verso casa a passo svelto seppur traballante, ridendo come pazze e lasciando cadere qualche pesca dalle ceste in biblico. Completamente bagnate. Completamente indisturbate.
«Oh, guardià, neanche oggi me la dai una pesca?»
«Non ti avvicinare, per l’amor di Dio!» urla l’uomo, rosso in viso. Due occhi spessi e vuoti, tracotanti nervosismo.
Annetta solleva la braccia mostrando i palmi delle mani. Le viene da ridere. «Perché sei così arrabbiato? Che te so fatto io?» chiede con voce contraffatta.
«Che me si fatto? Uccellaccio del malaugurio!» Il guardiano solleva il pugno chiuso imprecando contro il cielo, ma con il corpo proteso verso la ragazza. «Guarda che è successo iersera, dopo che sete jite via.» Indica gli alberi da frutto con i rami rotti. «Te rendi conto? Parlo co’ te! Guarda qua. Qualcuno è venuto e s’ha portato via tutto! Saranno rimaste sì e no venti pesche! Chi lu sente addè lu patrò, me ’mmazza» dice il guardiano mentre intreccia le dita delle mani a mo’ di preghiera.
«Oh, mamma mia, Gesù santissimo e addolorato.» Anche Annetta giunge le mani e alza un poco le braccia; pare incredula, perfino contrita. «E chi può essere stato? Ieri poi, c’è stato un temporale spaventoso!»
«Appunto, appunto!» grida l’uomo, le dita fra i capelli radi. «È quello che dico pure io. Chi po’ esse’ venuto fino a qua, co’ tutto ’llo pioe! Chi? »
«Certo, che gente c’è in giro…» bisbiglia Annetta, scuotendo la testa.
«Vanne cocca, vanne. Che se vengo a sapè chi è stato, je faccio vedè io» impreca il guardiano, la testa incassata fra le spalle mentre va incontro alla campagna con passo stanco.
Sapessi tu, che gente c’è in giro, bello...