Gli anni difficili di Alex Ferguson
Il 24 settembre 1989 i commenti sulle pagine sportive dei giornali di Manchester erano univoci. Il tempo per l’allenatore dello United era scaduto. Non si poteva dar torto ai commentatori dopo che i Red Devils erano stati demoliti dal City nel derby a Maine Road per 5-1. Il signor Alex Ferguson, arrivato dalla Scozia per riportare all’Old Trafford un titolo che mancava dal 1967, in tre stagioni non aveva vinto neppure lo straccio di un trofeo e avrebbe chiuso quel campionato in una disastrosa tredicesima posizione, appena cinque punti in più del retrocesso Sheffield Wednesday. In tutta la parte rossa di Manchester c’era solo una persona disposta a difendere il lavoro dello scozzese a dispetto dei risultati. L’unica che contava. Martin Edwards aveva ereditato la presidenza del club dal padre Louis, scomparso improvvisamente nel febbraio del 1980 dopo aver guidato il club ai grandi trionfi degli anni Sessanta, su tutti la Coppa dei Campioni 1968. Ma dopo quel trionfo e il ritiro di Sir Matt Busby, lo United era andato incontro a una serie di annate fallimentari, compresa la clamorosa retrocessione in seconda divisione nel 1974. Un club che aveva avuto per un quarto di secolo lo stesso manager aveva inutilmente alternato in panchina Wilf McGuinness, Frank O’Farrell, Tommy Docherty, Dave Sexton e Ron Atkinson ricavandone tre Coppe d’Inghilterra in vent’anni, bilancio decisamente magro per chi era abituato a dominare in Inghilterra e in Europa.
Forse proprio per questo Martin Edwards era restio a dare l’ennesimo sfratto all’inquilino di Old Trafford. E poi Alex Ferguson l’aveva voluto proprio lui, ingaggiandolo dall’Aberdeen con cui aveva fatto meraviglie. Già vincere un campionato delle Highlands se non sei Rangers o Celtic è un miracolo. Quel tipo di Glasgow aveva ottenuto ben tre titoli, cui aveva aggiunto quattro Coppe di Scozia e una Coppa di Lega. Ma questo era ancora niente rispetto al clamoroso trionfo in Coppa delle Coppe nel 1983, in cui l’Aberdeen battè in finale il Real Madrid dopo aver eliminato, nei quarti, il Bayern Monaco. Già che c’era l’Aberdeen si portò a casa pure la Supercoppa Europea nella sfida con l’Amburgo che con Felix Magath aveva appena beffato la Juventus nella finale di Coppa dei Campioni. Neppure il più ottimista dei tifosi dei Dons poteva sognare di battere squadre che certo non appartenevano agli orizzonti del club. Tutti successi conquistati con una formazione composta da soli scozzesi, i cui migliori elementi erano il portiere Jim Leighton, Gordon Strachan e il capitano Alex McLeish. Ma la chiave era naturalmente l’uomo in panchina e a Martin Edwards l’assioma apparve chiaro: se uno batte Real Madrid e Bayern Monaco con il piccolo Aberdeen cosa può realizzare al Manchester United?
Il 6 novembre 1986, come al solito di buon mattino, Alex Ferguson stava dando un’occhiata ai giornali gustando un buon tè nel suo ufficio a Pittodrie, lo stadio dell’Aberdeen. Quando squillò il telefono si sarà forse chiesto chi disturbava lettura e annessa degustazione della bevanda. Non poteva sapere che stava per iniziare un’avventura che lo avrebbe consegnato alla leggenda. Dall’altro capo del filo riconobbe il suono amico dell’accento scozzese. Quello di Michael Edelson, direttore non esecutivo del Manchester United. All’Old Trafford non avevano lasciato nulla al caso, pensando che la cadenza scozzese avrebbe convinto più facilmente un figlio delle Highlands. «Buongiorno Alex, sarebbe interessato a un colloquio con Martin Edwards?» Non fu difficile trovare l’accordo con l’Aberdeen. Settantadue ore dopo la telefonata di Edelson il Manchester United aveva un nuovo allenatore. Scozzese come Busby.
Edwards e il consiglio del Manchester United non avevano certo sbagliato la scelta. Il capolavoro non fu ingaggiarlo, ma difenderlo dopo il nefasto 5-1 nel derby di Maine Road. Mai la storia di un club svoltò come la mattina in cui si decise di confermargli fiducia. Trent’anni dopo una statua davanti all’Old Trafford e una tribuna intitolata al suo nome ricordano l’epopea di Ferguson al Manchester United. Carattere deciso, una vita senza compromessi e orgoglioso delle proprie opinioni. Centravanti dei Rangers, informa il club di avere intenzione di sposare Cathy Holding, una cattolica, e certo molti tifosi protestanti non la presero bene. Rivendicherà sempre la sua fede socialista, lui figlio di un portuale di Glasgow. Quando, ormai plurimilionario e grande appassionato di cavalli, si può permettere l’acquisto di un purosangue lo chiama Queensland Star, il nome di una nave che suo padre ai docks aveva aiutato a costruire in anni di durissimo lavoro. E il lavoro e la disciplina, il rispetto delle regole e dei ruoli sono il suo mantra anche alla guida di uno spogliatoio.
Lo impone già all’East Stirlingshire, la prima squadra che gli affida la panchina. Se ne accorge subito il centravanti, che pensando di essere in ritardo sulla strada per arrivare all’allenamento, schiaccia sull’acceleratore ed effettua un sorpasso pericoloso. Il giorno dopo scopre di essere stato multato: la vettura superata era quella di Ferguson. «My way or the highway», “la mia strada o prendi l’autostrada”, il suo motto all’Old Trafford. L’olandese Jaap Stam, uno dei più forti difensori della sua epoca, fu ceduto per aver pubblicato una biografia che Ferguson non aveva gradito. Non c’è giocatore che non abbia conosciuto il mitico “Hairdryer”, l’asciugacapelli. Quando Ferguson si arrabbia urla talmente vicino al malcapitato da ottenere lo stesso effetto del phon. A David Beckham andò anche peggio: dopo una sconfitta in Coppa d’Inghilterra Sir Alex, nominato baronetto ma dal sangue bollente in linea con il porto di Glasgow, colpisce con un calcio una scarpa facendola atterrare sul sopracciglio dello “Spice Boy”. Precisione e classe anche nella furia.
Nei primi tre anni all’Old Trafford fatica maledettamente a ottenere risultati. Si è portato dall’Aberdeen Leighton e Strachan, ha come capitano Robson, ha fatto tornare dal Barcellona Hughes. Spende molto, ma sempre per giocatori che non abbiano più di ventisette anni: le squadre vanno costruite per durare. Arrivano i difensori Steve Bruce e Gary Pallister, il centrocampista Paul Ince, l’attaccante Brian McClair. Quello che non arriva sono i risultati. Nel 1989, la terribile umiliazione nel derby era stata preceduta da una serie di otto partite con due pareggi e sei sconfitte. «Tre anni di scuse ed è sempre una schifezza» scrivono i tifosi all’Old Trafford.
La svolta
Dopo tante delusioni, nessuno immagina che da lì a pochi mesi quei tre anni sarebbero stati dimenticati: era in arrivo un quarto di secolo di trionfi. La svolta nella finale di Coppa d’Inghilterra 1990. Avversario il Crystal Palace, sembra una formalità, sarà durissima. Robson e Hughes ribaltano il gol iniziale di O’Reilly, poi Ian Wright pareggia e nei supplementari porta in vantaggio le Eagles. Sarà ancora Hughes a siglare il 3-3 a sette minuti dalla fine portando la sfida al replay, e i gol negli ultimi minuti dell’incontro diventano una costante del Manchester di Ferguson. Non un caso, ma la voglia feroce di vincere. Nella ripetizione è Lee Martin a dare allo scozzese il primo trofeo con i Red Devils. La primavera successiva il Manchester United porta a casa la Coppa delle Coppe, primo successo inglese dopo il bando per la tragedia dell’Heysel.
Con le prime vittorie ha guadagnato tempo e fiducia. Non certo convinzione, perché di se stesso non ha mai dubitato. Ama un football semplice, nella tradizione britannica: il 4-4-2 come modulo, il gioco aperto sulle fasce per innaffiare di cross l’area di rigore, la vocazione per il gioco offensivo. Nessun segreto negli schemi, a fare la differenza è la sua personalità in panchina, nella gestione dello spogliatoio, sul mercato. Alla distribuzione del carisma deve aver fatto la coda più volte. Nel quarto di secolo di successi del Manchester United ti viene in mente lui ben prima dei giocatori, e parliamo di fuoriclasse assoluti. Quando vince la Coppa delle Coppe capisce di avere una buona squadra ma ancora da perfezionare, e infatti l’anno dopo viene beffata dal Leeds in campionato. Per i tifosi, alla venticinquesima stagione senza titolo, è una delusione, per lui uno stimolo che lo porta a una certezza: da quel momento in avanti e fino a quando siederà sulla panchina di Old Trafford sarà difficilissimo battere il Manchester nel torneo inglese. I fatti gli danno ragione: nei ventuno tornei successivi solo otto volte i Red Devils non saranno i campioni.
Per raggiungere lo scopo Ferguson ha individuato un danese, un francese, un gallese e un irlandese. Detta così sembra una barzelletta, invece sono i quattro elementi che fanno compiere il salto di qualità alla squadra. Il danese è Peter Schmeichel, così grosso da sembrare l’unica montagna della sua terra completamente piatta. Nel 1992 ha fermato quasi da solo Olanda e Germania, parando anche un rigore a Van Basten per portare i nipotini di Andersen a conquistare il titolo europeo, una delle più belle fiabe della storia del calcio. Diventa il primo portiere non britannico della storia del Manchester United, così come Eric Cantona è il primo francese a vestire la maglia rossa. Era stato decisivo al Leeds, Ferguson lo vuole allo United sicuro di poterne gestire una personalità non meno straripante della classe. Eric è cresciuto a Marsiglia, nelle vene il sangue sardo e corso della famiglia paterna e quello catalano dei genitori della mamma. La nonna, combattente repubblicana contro Franco nella guerra civile spagnola, era fuggita in Francia dopo essere rimasta ferita. Un simile mix di etnie e lotte partigiane sarebbe certamente piaciuto a Ernest Hemingway, e infatti solo un romanzo potrebbe descrivere la parabola a tutto campo di Eric. In Francia la sua carriera è un rosario di grandi giocate e guai di ogni tipo. All’Auxerre debutta a diciassette anni, a venti esordisce in nazionale, ma si segnala anche per aver preso a pugni il compagno di squadra Bruno Martini e per una squalifica di tre mesi dopo un fallaccio su Michel Der Zakarian in una partita con il Nantes. Il Marsiglia lo acquista dopo averlo visto trascinare l’Under 21 francese al titolo europeo, fra l’altro con una tripletta all’Inghilterra nei quarti di finale. Lui ripaga il club della sua città con la conquista del titolo, ma con la libertà di dire la sua sul presidente Bernard Tapie e sull’allenatore Raymond Goethals. E non sono mai pareri in linea con la diplomazia. Il club lo sospende per un mese dopo un vivace scambio di opinioni con i tifosi che contestano la squadra: rende nota la sua tirando una pallonata verso le gradinate durante un’amichevole con la Torpedo Mosca. Il termine amichevole, in presenza di Cantona, è da prendere con beneficio d’inventario. Va al Montpellier e sono altri guai. Tira le scarpe da gioco in faccia al compagno Jean-Claude Lemoult, molti compagni chiedono al club di allontanarlo. Lo salvano due future stelle, Laurent Blanc e Carlos Valderrama, e con il reintegro di Cantona il Montpellier vince la Coppa di Francia. Lui saluta a fine anno ma rimane nel Sud, al Nîmes, dove in una partita fa sapere all’arbitro di non condividere il suo operato. Per evitare di essere frainteso gli scaglia addosso il pallone. Un mese di squalifica, cui reagisce chiamando idioti i membri della commissione e ottenendo il raddoppio della sanzione. Nel frattempo insulta l’ex commissario tecnico Henri Michel in televisione e viene sospeso per un anno anche dalla nazionale. La sua risposta è l’addio al calcio. Il consiglio giusto glielo offre Michel Platini. «Lascia perdere la Francia, vai in Inghilterra.» Sarà un affare per tutti: Cantona, il Leeds che lo prende vincendo il titolo e la Charity Shield contro il Liverpool grazie a una sua tripletta, il Manchester United con cui diventa una leggenda e non ultimo il calcio, che ammira finalmente lo splendore di quel genio.
Era dai tempi di Best che all’Old Trafford non vedevano un numero 7 di quelle qualità, e anche nelle vicende extracalcistiche il parallelo tra il francese e l’irlandese è corretto. Nei cinque anni in cui Cantona veste la maglia rossa il Manchester United vince quattro campionati perdendo solo nel 1995, non a caso quando Cantona è indisponibile per la seconda parte della stagione. Non per un infortunio, ma per l’ennesima impresa, diciamo così, non prevista dalla sceneggiatura. Espulso nella partita con il Crystal Palace e insultato dai tifosi all’uscita dal campo, salta in tribuna e atterra uno dei supporter con un colpo da kung-fu. «Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che stanno per buttare le sardine in acqua» il commento ai nove mesi di squalifica. Non si sa esattamente cosa significhi, ma la frase piace al regista Ken Loach, che la riprende in un film in cui Cantona è protagonista. A fine carriera è diventato attore, bravissimo sul set come lo era in campo, leader carismatico ancor prima che tecnico. «Quando si presentò per la prima volta al campo di allenamento non parlò ma sembrava ci dicesse: sono arrivato qui per farvi vincere il titolo.» Le parole sono di Paul Ince, uno cui non faceva certo difetto il carattere. Diventa proverbiale il suo gesto di alzarsi il colletto della maglia, una multinazionale dell’abbigliamento sportivo ne ricaverà un famoso spot pubblicitario. Porta al Manchester anche due Coppe d’Inghilterra, ed è suo l’unico gol della finale 1996: a essere sconfitto a Wembley è il Liverpool, per i tifosi dei Red Devils non può esserci gioia maggiore. Nel 1997 ha trentun anni, è in piena condizione e con la possibilità di conquistare tutto. Il Manchester United di Ferguson è ormai competitivo anche per le coppe europee e la Francia, che nel frattempo lo ha perdonato, ospiterà da favorita il Mondiale dell’anno successivo. Lui, invece, decide di abbandonare il calcio per il cinema, la televisione e i mille interessi coltivati al di fuori del campo. Nessuno gli ha mai chiesto i motivi del ritiro improvviso, ma in fondo era giusto così. Solo ai geni è consentita sempre la mossa che spiazza.
Ryan Giggs, la storia infinita
Il gallese invece non c’è bisogno di acquistarlo, fa già parte del settore giovanile. Ryan Giggs, in verità, è stato scoperto non da Ferguson ma dal suo edicolante, allenatore dilettante di cui lo scozzese si fida ciecamente. «Alex, vada in fretta a dargli un’occhiata, lo sta seguendo anche il Manchester City.» Si muovesse di persona attirerebbe le attenzioni di chiunque, così decide di invitare la squadretta in cui gioca il ragazzino a un’amichevole con una formazione giovanile dello United. Non si presenta neppure a bordo campo, rimane nel suo ufficio a guardare dalla finestra. Giggs ha quindici anni, Ferguson gli piazza di fronte avversari che ne hanno tre in più. Gli bastano cinque minuti. «Ragazzino, avvisa i tuoi di presentarsi domani nel mio ufficio. C’è un contratto pronto per te.» Sarà una storia infinita, quella tra Giggs e lo United. Ferguson lo fa debuttare a diciassette anni contro l’Everton, alla seconda partita è un suo gol a decidere il derby con il City. Ala velocissima, mancino in grado di colpire anche di destro, l’andatura a zig-zag che rende imprevedibili i suoi dribbling incollandogli il pallone tra i piedi. Il movimento delle gambe ricorda quello di un rugbista che deve evitare i placcaggi, e non è un caso. Per Giggs, come per qualunque gallese, il primo pallone ha da sempre la forma ovale e suo padre Danny, inglese, è stato ottimo giocatore professionista. Da lui eredita la coordinazione dei movimenti ed erediterebbe anche la possibilità di giocare con l’Inghilterra. Il condizionale si deve al fatto che Danny è anche un donnaiolo, quando lascia la famiglia per un’altra donna Ryan si ribella: «Il mio cognome non è più Wilson, ma Giggs come mia madre». E fin lì cambierebbe poco. Il problema nasce con la seconda parte. «Lei è nata a Cardiff, come me: dunque non sono inglese ma gallese.» Per l’Inghilterra, intesa come nazionale, è una mazzata. Le virtù amatorie del signor Danny Wilson avevano fatto perdere ai Tre Leoni il più forte giocatore nato sull’isola in epoca moderna.
Giggs giocherà a Manchester sino a quarantun anni, demolendo ogni primato in fatto di successi. È l’unico giocatore a conquistare tutti e tredici i campionati vinti con Sir Alex, oltre alle due Champions League e all’infinita serie di altri trofei che ne fanno il giocatore britannico più vincente di ogni tempo. Lo fa segnando molto, in gol almeno una volta in ventitré campionati consecutivi, ma soprattutto facendo segnare, ed è un peccato che nel calcio esistano per gli assist solo statistiche ufficiose che parlano di 168 passaggi decisivi per i compagni solo in Premier. I palloni che Giggs recapita sui piedi o sulla testa, quasi sempre dopo aver conquistato la linea di fondo per cross a rientrare di difficilissima difesa, sono dei pacchi regalo da spedire facilmente in rete. Tra i capolavori resta il gol all’Arsenal, replay semifinale di Coppa d’Inghilterra 1999. United in dieci e partita ai supplementari, lui prende palla nella sua metà campo, salta nell’ordine Vieira e Petit, campioni del mondo con la Francia, prosegue superando Dixon, Adams e una difesa che aveva fatto epoca, quindi infila il portiere Seaman con un tiro all’incrocio. Un gol impossibile anche solo da ipotizzare, figlio solo del talento che non ha mai un maestro ma è un regalo della nascita. Come la volée mancina di John McEnroe e il terzo tempo di Julius “Doctor J” Erving. Come quella rete di Giggs.
Il leader Roy Keane
L’irlandese è Roy Keane, nato con la vocazione del leader e la voglia di prendere sempre il mondo a spallate. L’aveva scoperto Brian Clough per il Nottingham Forest, lo vuole Ferguson al Manchester United, e già basterebbe a identificarne le qualità. Centrocampista “box to box”, da un’area all’altra, dicono gli inglesi per chi sa giocare in ogni parte del campo, ma nel suo caso non basta ancora. Se cerchi un buon calciatore ne trovi a decine, se cerchi un trascinatore prendi Roy Keane. «Ne avessi undici come lui vincerei tutto, compreso il derby di Ascot» dice Ferguson sintetizzando la sua passione per il football e i purosangue. Corre, difende, imposta, segna, 49 gol con il Manchester United senza mai tirare rigori o punizioni. Il campo è la sua arena, immagine iconica è lui che sbuffa come un toro mentre dal tunnel degli spogliatoi guida da capitano la squadra sul prato. Il suo credo è che non si è dato niente se non si è dato tutto, e più di un compagno si è trovato appeso al muro dello spogliatoio se non ne aveva seguito l’esempio. Mai mezze misure e in partita il sangue irlandese è sempre a temperature da ebollizione. Colleziona falli, espulsioni, risse: una volta, con Vieira, persino prima di entrare in campo. Lingua più tagliente di un rasoio. Prima del Mondiale in Corea del Sud - Giappone litiga con il commissario tecnico irlandese Mick McCarthy, suo ex compagno di nazionale. «Attento Roy, ti rimandiamo a casa.» Non risponde nemmeno: fa le valigie e si imbarca sul primo volo per Manchester. Dodici stagioni con i Red Devils, avventura chiusa dal suo commento a una sconfitta della squadra in una partita in cui è assente per infortunio. Il fatto che il microfono fosse quello della televisione del club per lui non è un buon motivo per smussare gli angoli del discorso, nel suo caso sempre acuti. Ferguson gli comunica che è fuori, non gliela perdonerà mai. «Roy, chi è stato il più grande allenatore che hai avuto?» «Brian Clough.» «E Ferguson?» «Ho detto Brian Clough, vi deve bastare.»
David Beckham e la squadra perfetta
Per Ferguson il primo titolo arriva nel ’93, interrompendo dopo ventisei stagioni la carestia del Manchester United, l’anno dopo è doppietta campionato-Coppa d’Inghilterra. Ed è allora che lo scozzese esibisce un’altra dote straordinaria: conoscere sempre il momento esatto in cui una squadra, anche vincente, deve essere smembrata e ricostruita. Salutano Robson, Ince, Hughes, Bruce e molti dei protagonisti delle prime vittorie. Per tutti è una follia, anche perché Ferguson promuove in prima squadra i ragazzini delle giovanili. In realtà dimostra semplicemente di conoscere la storia del club, e se erano diventati una leggenda, anche per la fine tragica, i Busby Babes, lui si affida alla “Class of ’92”, i ragazzini che in quell’anno avevano vinto la Coppa d’Inghilterra giovanile. Si chiamano Paul Scholes, David Beckham, i fratelli Gary e Phil Neville, Nicky Butt, Keith Gillespie. Il più talentuoso sembra l’ultimo: sarà l’unico a non sfondare, travolto dal vizio delle scommesse e dai debiti. Gli altri, specie i primi tre, faranno storia. Scholes è il più introverso ma anche il più forte: rarissime interviste, niente mondanità. In campo, invece, è impossibile non notarlo e non solo per i capelli rossi. Solo Giggs e Bobby Charlton collezioneranno più presenze delle sue, 718, nella storia del Manchester United, con 145 reti. In assenza delle parole di Scholes, bastano quelle di Pelé: «Se avessi giocato con uno come lui avrei segnato molto di più».
Poi c’è David Beckham, il primo calciatore glamour della storia del football. Se Best aveva fatto notizia con la sua ribellione fatta di sesso, alcol e notti infinite, David ha la faccia pulita e veste sempre in linea con la moda. Sposa una donna celebre, Victoria Adams delle Spice Girls, per una vita sempre in copertina. Anche per questo i giudizi su di lui si dividono e proprio Best, sempre geniale anche nelle parole, è il più severo: «A parte il fatto che non salta l’uomo in dribbling, non colpisce di testa, non porta il tackle, per il resto è un buon giocatore». In realtà David Beckham ha un destro divino, crossa con la precisione di un architetto e batte le punizioni come pochi. Storica una sua rete al Wimbledon nel 1996: vede il portiere leggermente fuori porta e lo beffa tirando dalla sua metà campo con una parabola precisa come una pennellata di Giotto. È un grande calciatore, interpretazione letterale del termine. Nel senso che calcia benissimo il pallone, ma senza avere, per esempio, l’imprevedibilità di Giggs. Nel calcio la sua fama è probabilmente superiore ai suoi meriti tecnici, ma sarebbe giusto sottolineare anche la serietà di un ragazzo che è riuscito a non farsi travolgere dalle luci della ribalta che a vent’anni si sono accese su di lui senz...