I corpi lasciati indietro
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I corpi lasciati indietro

  1. 464 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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I corpi lasciati indietro

Informazioni su questo libro

Lago Mondac, Wisconsin. Una strana telefonata arriva al distretto di polizia nel cuore della notte. Proviene dall'isolata villa dei Feldman, sul limitare del bosco. L'agente Brynn McKenzie, giunta sul posto per un controllo, si trova davanti a una scena agghiacciante: Emma e Steven Feldman giacciono senza vita sul pavimento. E in casa c'è ancora qualcuno. Due uomini, forse gli assassini, accerchiano e minacciano Brynn, a cui non resta che fuggire nel fitto della foresta. Ma nell'oscurità dei boschi sta scappando anche qualcun altro: la misteriosa Michelle, amica dei Feldman, unica testimone di quanto è accaduto alla villa. La fuga delle due donne si trasforma per Brynn in una sottile indagine nel passato di Michelle. Chi è la vera preda, chi il cacciatore?

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Informazioni

PARTE PRIMA

Aprile

Silenzio.
I boschi attorno al lago Mondac erano più tranquilli che mai, ben lontani dalla metropoli caotica e in continuo fermento in cui la coppia viveva.
Un silenzio perfetto, rotto solo dal verso di un uccello e dall’ipnotico gracidare di una rana.
E ora anche da un altro rumore.
Un fruscio di foglie smosse, un crepitio di rami spezzati.
Dei passi, forse?
No, impossibile. Nelle altre case di villeggiatura non c’era nessuno in quel freddo venerdì di aprile.
Emma Feldman, che aveva superato di qualche anno la trentina, posò il suo martini sul vecchio tavolo da cucina e si alzò in piedi. Si sistemò dietro l’orecchio una ciocca di capelli, neri e ricci, e si avvicinò a una finestra. Non vide nulla, tranne la fitta distesa di cedri, ginepri e abeti sul fianco della ripida collina disseminata di rocce simili a frammenti di ossa gialle.
Il marito inarcò un sopracciglio. «Cos’era?»
Lei alzò le spalle e tornò al tavolo. «Non lo so. Non c’era niente.»
Fuori, di nuovo il silenzio.
Emma era sottile come le betulle bianche e spoglie che si potevano ammirare dalle tante finestre della casa. Si tolse la giacca blu: sotto, indossava una camicetta bianca e una gonna dello stesso colore. Aveva i capelli raccolti in uno chignon. Abito da avvocato, acconciatura da avvocato. Si era appena tolta le scarpe.
Anche Steven, ora intento a ispezionare il mobiletto del bar, si era liberato della giacca e della cravatta a righe stropicciata. Trentasei anni, una chioma folta e ribelle, portava una camicia azzurra e un paio di ampi pantaloni blu navy. La pancia sporgeva inesorabile al di sopra della cintura dei pantaloni. A Emma non importava; lei lo trovava comunque attraente.
«Guarda cos’ho portato» ridacchiò Steven, indicando con un cenno la stanza degli ospiti al piano di sopra, mentre estraeva da una sporta una grossa bottiglia di succo vegetale biologico. Un’amica di Chicago avrebbe fatto loro compagnia quel fine settimana. Purtroppo si era da poco lasciata sedurre dalle diete liquide e si nutriva quasi esclusivamente di disgustosi beveroni macrobiotici.
Emma lesse l’etichetta degli ingredienti e storse il naso. «Glielo lascio volentieri e mi tengo la vodka.»
«Ecco perché ti amo tanto.»
Come spesso accadeva, la casa si riempì di scricchiolii sinistri. Era vecchia di settantasei anni e, come tutte le case risalenti a quel periodo, era costruita prevalentemente di legno. La cucina era ad angolo, rivestita da un caldo legno di pino quasi ocra, con le listelle del pavimento che si alzavano qua e là. La strada privata ospitava altre due ville in stile coloniale, entrambe circondate da un appezzamento di circa dieci acri. Le si poteva definire proprietà fronte-lago, ma solo perché il lago lambiva la sponda rocciosa a duecento metri dalla porta d’ingresso.
La loro casa si stagliava su una piccola radura sul versante orientale di un’alta collina. Di solito la gente del Midwest non osava definire «montagne» le colline del Wisconsin, anche se, nella maggior parte dei casi, superavano i duecento metri d’altitudine. In quel momento la grande casa era inondata dalla luce azzurrognola del tardo pomeriggio.
Emma fissò le acque increspate del lago, infuocate dai riflessi del sole sulla via del tramonto. Adesso, all’inizio della primavera, quel posto aveva un’aria arruffata e trascurata, un po’ come il pelo bagnato di un cane da guardia. La casa era molto al di sopra delle loro possibilità economiche. Era stata pignorata e messa in vendita e loro l’avevano acquistata a un prezzo d’occasione: dal primo momento in cui l’aveva vista, Emma aveva capito che sarebbe stata perfetta per le loro vacanze.
Silenzio.
Aveva una storia alquanto pittoresca, quella villa. Era stata costruita prima della Seconda guerra mondiale dal proprietario di una grossa società di macellazione di Chicago. Anni dopo si era scoperto che il ricco magnate aveva fatto fortuna vendendo consistenti lotti di carne al mercato nero ed eludendo il sistema di razionamento che limitava il consumo di cibo in patria per sfamare le truppe. Nel 1956 il corpo dell’uomo era stato rinvenuto nel lago. Si diceva che fosse rimasto vittima di alcuni veterani che avevano scoperto il raggiro e lo avevano ucciso, per poi perquisire la casa alla ricerca dei proventi illeciti che vi aveva nascosto.
La leggenda, nelle sue diverse versioni, non faceva mai riferimento alla presenza di fantasmi, ma Emma e Steven non resistevano all’idea di romanzarla un tantino. Quando avevano ospiti raccontavano la storia con dovizia di particolari macabri e osservavano divertiti le reazioni dei loro amici: quasi nessuno, poi, osava spegnere la luce del bagno e avventurarsi al buio.
Fuori, si udirono altri due rumori secchi, poi un terzo.
Emma si accigliò. «Hai sentito? Di nuovo.»
Steven si avvicinò alla finestra. Un vento leggero soffiava tra i rami. Si voltò e tornò a occuparsi dei drink.
Lo sguardo di Emma vagò per la stanza e cadde sulla ventiquattrore.
«Beccata!» esclamò il marito in tono di rimprovero.
«Cosa?»
«Non provare nemmeno ad aprirla.»
Lei fece una risatina forzata e scrollò le spalle.
«Un fine settimana di assoluto relax, niente lavoro» la ammonì Steven. «Questi erano gli accordi.»
«E là dentro cosa c’è?» chiese Emma mentre armeggiava con un barattolo di olive, facendo un cenno con il capo in direzione dello zaino che il marito aveva portato al posto della ventiquattrore.
«Due oggetti rilevanti ai fini del processo, Vostro Onore: il mio romanzo di Le Carré e la bottiglia di merlot che avevo in ufficio. Desidero addurre quest’ultima come prova…» Si interruppe di colpo. Si voltò verso la finestra, oltre la quale si intravedeva un groviglio di cespugli, alberi, rami e rocce biancastre.
Anche Emma guardò fuori.
«Questo sì che l’ho sentito» esclamò Steven riempiendole di nuovo il bicchiere. Lei aggiunse le olive ai drink.
«Che cos’era?»
«Ti ricordi di quell’orso?»
«Be’, non si è mai avvicinato alla casa.» Brindarono e sorseggiarono il cocktail trasparente.
«Sembri preoccupata. Cosa c’è? È per il caso del sindacato?»
Le indagini per l’acquisizione di una società avevano portato alla luce possibili intrallazzi interni al sindacato dei portuali di Milwaukee. Dopo l’intervento governativo, l’acquisizione aveva subito un rinvio, provocando lo scontento di tutte le parti in causa.
«No, si tratta di un altro caso. Quel nostro cliente che produce componenti per auto» rispose lei.
«Kenosha Auto, giusto? E tu che mi rimproveri sempre di non ascoltarti quando parli di lavoro!»
Emma guardò stupita il marito. «Be’, è saltato fuori che l’amministratore delegato è un emerito cretino.» Gli spiegò di un caso di morte dolosa causata dai componenti del motore di un’auto ibrida: un incidente davvero singolare, un passeggero rimasto fulminato. «Il responsabile del reparto Ricerca e sviluppo… be’, ha preteso che restituissi tutti i file tecnici. Pensa un po’.»
«A dire il vero, preferivo l’altro caso, quello sulle ultime volontà e il testamento del rappresentante di Stato… la storia di sesso» osservò Steven con una smorfia.
«Shhhh» fece lei, fingendosi preoccupata. «Ricorda, non ne ho mai fatto parola.»
«Tranquilla, sono muto come un pesce.»
Emma infilzò un’oliva e la portò alla bocca. «E la tua giornata com’è andata?»
Steven rise. «Ti prego… Non mi pagano abbastanza per parlare di lavoro fuori orario.» I Feldman erano uno sfavillante esempio di appuntamento al buio coronato dal successo, nonostante tutte le avversità. Quando si erano incontrati, Emma era una promettente studentessa di legge dell’Università del Wisconsin, rampolla di una delle famiglie più ricche di Milwaukee; Steven invece si era appena diplomato in Storia dell’arte e voleva lavorare nel sociale. Gli amici avevano dato loro sei mesi al massimo. Il matrimonio si era celebrato nella Contea di Door esattamente otto mesi dopo il primo incontro. Ovviamente, tutti gli amici erano stati invitati.
Steven estrasse un triangolo di brie da una sporta, trovò i cracker e li aprì.
«Oh, d’accordo, solo un assaggio» concesse Emma.
Tump, tump, tump…
Il marito si immobilizzò all’istante. «Tesoro, questi rumori iniziano ad allarmarmi. Quelli erano passi.»
Le tre ville si trovavano a tredici chilometri dal negozio e dal benzinaio, e a poco più di un chilometro dalla strada provinciale, raggiungibile da un sentiero sterrato che, in realtà, non era che un viottolo. Il parco nazionale Marquette, i...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. I corpi lasciati indietro
  4. PARTE PRIMA. Aprile
  5. PARTE SECONDA. Maggio
  6. Copyright