Julie & Julia
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Julie & Julia

  1. 342 pagine
  2. Italian
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Julie & Julia

Informazioni su questo libro

Chi non ha provato, almeno una volta nella vita, l'opprimente sensazione di essere finito in un vicolo cieco? È quel che capita a Julie, newyorchese per scelta e segretaria per sbaglio, che ha rinunciato alle velleità di attrice per via di una fastidiosa allergia alla parola "provino". Nonostante tre gatti e un marito amorevole, Julie prova qualcosa di simile a un disperante vuoto allo stomaco. Come colmarlo? La risposta non potrà che arrivare dalle pagine di un libro... di cucina. Per la precisione, un logoro ricettario degli anni Cinquanta, ritrovato per caso nella credenza di mamma: Imparare l'arte della cucina francese di Julia Child, la donna che introdusse la burrosa raffinatezza di Francia sulle tavole americane. Sedotta dal fascino della bonaria ma autorevole maestra e dalla semplicità ormai fuori moda dei suoi piatti, Julie decide di mettersi alla prova, e s'imbarca in un'impresa folle: realizzare in un anno tutte le ricette di questa monumentale bibbia del palato. Così, tra panna fin troppo montata e sventurate stragi di crostacei, la storia vera, ironica e spesso esilarante che Julie Powell ci racconta si insaporisce di noce moscata e pepe verde, incontri ravvicinati con animali cotti o crudi e folgoranti rivelazioni sulla natura di quella specie particolare di essere vivente che è l'uomo a tavola. E intanto Julia Child, sorridente cuoca d'altri tempi, diventa sempre più una sorta di fata turchina: perché tra le pagine del suo libro Julie troverà cibo per la sua anima, e insieme il coraggio di spiccare il volo verso un futuro che neanche sapeva di volere. E, alla fine, potrà dire di aver imparato qualcosa (di sicuro, a fare la maionese).

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2019
Print ISBN
9788817054720
eBook ISBN
9788858696996

Giorno 1, ricetta n. 1

Le strade per l’inferno sono lastricate di porri e patate
Per quanto ne so, l’unica prova a supporto della teoria che Julia Child abbia preparato per la prima volta il Potage Parmentier durante un terribile attacco di noia è la ricetta medesima. Stando all’autrice, il Potage Parmentier – che altro non è se non la zuppa di patate in francese – «ha un buon odore, un buon sapore, ed è semplice da preparare». È la prima ricetta del suo primo libro. Certo, ammette la Child, volendo si possono aggiungere carote, broccoli o fagiolini: ma perché mai, se lo scopo è la semplicità?
Già, la semplicità. Ha un che di poetico, non vi pare? Sembra quasi un consiglio del dottore.
Non era questo, però, quello che il dottore aveva consigliato a me. Il mio medico – il ginecologo, per la precisione – mi aveva infatti caldamente suggerito di mettere al mondo un bambino.
«Nel suo caso non dobbiamo trascurare le disfunzioni ormonali dovute, come lei ben sa, alla PCO. E poi, non dimentichiamo che lei è a un passo dai trenta. La prenda così: non c’è momento migliore di questo.»
Non era la prima volta che me lo sentivo dire. Me lo ripetevano tutti da almeno un paio d’anni, da quando, cioè, per saldare il conto della carta di credito mi ero venduta una mezza dozzina di ovuli per 7500 dollari. In realtà era la seconda volta che effettuavo la «donazione»: bel modo di definirla, considerato che al risveglio dall’anestesia ti ritrovi con una manciata di ovuli in meno e un bell’assegno di qualche migliaio di dollari che ti aspetta alla reception. La prima volta risaliva a cinque anni prima: ne avevo ventiquattro, ero senza un soldo e libera come un fringuello. Non era nei miei progetti fare il bis, ma tre anni dopo ricevetti una telefonata da un dottore dall’accento europeo indefinibile, che mi chiese se ero interessata a volare in Florida per un secondo round, perché «i nostri clienti sono rimasti davvero soddisfatti dei risultati della sua prima donazione». Poiché si tratta di una tecnologia relativamente nuova, i nostri lenti apparati legali ed etici non si sono ancora adeguati; nessuno sa se, di qui a dieci anni, le donatrici di ovuli dovranno contribuire al mantenimento dei bambini. Così le conversazioni sull’argomento sono sempre piene di eufemismi e giri di parole. In ogni modo, dalla telefonata arguii che c’era una piccola o piccolo me in giro per Tampa o chissà dove, e i suoi genitori ne erano talmente soddisfatti da voler completare il set. La parte più onesta di me avrebbe volentieri gridato: «Aspetta, non farlo! Quando diventeranno adolescenti te ne pentirai!». Ma 7500 dollari sono un sacco di soldi.
Comunque, dopo il secondo raccolto (ebbene sì, lo chiamano «raccolto»; le cliniche della fertilità, a quanto pare, fanno ampio uso di termini attinti dal gergo agricolo) scoprii di essere affetta dalla sindrome dell’ovaio policistico. Lo so, sembra una cosa tremenda, in realtà vuol dire solo che potrei diventare grassa e pelosa, e che per restare incinta dovrò ingurgitare farmaci su farmaci. Il che prova, immagino, che mi aspettano ancora un bel po’ di sedute in gergo ostetrico cripto-agrario.
Così, da quando mi avevano diagnosticato questa PCO, due anni prima, tutti i medici che incrociavo mi ripetevano fino alla nausea che dovevo al più presto avere un bambino. Mi ero dovuta sorbire la ramanzina sul tema sei-a-un-passo-dai-trenta perfino dal mio benevolo e canuto ortopedico (quale arzilla ventinovenne, mi chiedo, si becca l’ernia del disco?).
Va detto che il ginecologo aveva più voce in capitolo in merito alle mie parti intime, ecco perché mi trattenni stoicamente dal lanciare un urlo subito dopo la sua infelicissima frase, proprio nell’attimo in cui mi stava estraendo lo speculum. Ma appena lasciò la stanza scagliai una delle mie eleganti décolleté blu dove un attimo prima si era profilata la sua testa. Il tacco colpì la porta con un tonfo, lasciando un segnaccio nero, quindi atterrò sul tavolino, dove travolse un barattolo di vetro contenente dei batuffoli di ovatta. Li raccolsi da terra e cominciai a rimetterli nel barattolo, ma poi mi venne in mente che ora non erano più sterili, così li ammucchiai vicino al contenitore di aghi puliti e mi rimisi l’abito vintage anni quaranta di cui ero stata così orgogliosa quella mattina, quando, al lavoro, Nate, dando un’occhiata di straforo alla scollatura, mi aveva detto che mi faceva un vitino di vespa. Peccato che nel percorso da Lower Manhattan all’Upper East Side sul treno 6 senza aria condizionata quella meraviglia si fosse irrimediabilmente sgualcita e macchiata di sudore. Comunque me l’infilai lo stesso, e uscii in tutta fretta dalla stanza, i quindici dollari di ticket già pronti: volevo filarmela prima che qualcuno scoprisse il casino che avevo combinato.
Una volta in metropolitana, non ci misi molto a capire che c’era qualcosa che non andava. Neanche avevo varcato i tornelli che sentii un boato riecheggiare tra le pareti piastrellate, e un numero di persone superiore al normale stava in attesa sulla banchina con l’aria sperduta. Cominciai a preoccuparmi. Ogni tanto l’altoparlante annunciava qualcosa, ma di un treno neanche l’ombra. La faccenda si faceva lunga. Come gli altri, anch’io mi sporgevo sui binari nella speranza di scorgere in lontananza il giallo pallido del faro di un treno, ma il tunnel restava buio. Puzzavo come una pecora bagnata di pioggia sull’orlo di una crisi di nervi. Le scarpe con tacco alto e fiocchetto in punta mi stavano uccidendo, la mia schiena era a pezzi, e la banchina così piena di gente che cominciai a temere che qualcuno finisse sulle rotaie; magari io stessa, o qualche malcapitato vittima del mio imminente crollo psichico.
Poi, come per magia, la folla si spostò tutta da un lato, facendo il vuoto attorno a me. Per un nanosecondo pensai che il tanfo sprigionato dal mio vestito avesse raggiunto un picco micidiale, ma subito mi accorsi che l’espressione tra il diffidente e il divertito dipintasi sul volto degli astanti non era rivolta a me. Seguii gli sguardi fino a un relitto di donna dai capelli brizzolati, con taglio a spazzola stile ospedale psichiatrico, crollata sul cemento proprio dietro di me. Vedevo il suo cuoio capelluto in ogni dettaglio, e gli stinchi cominciavano a formicolarmi causa invasione del mio spazio vitale. La donna mormorava rabbiosamente qualcosa tra sé e sé. I pendolari si erano ritratti istintivamente dinanzi a quella vista con la stessa reazione di un branco di gnu di fronte a una leonessa. Ero l’unica rimasta nelle vicinanze del pericolo, la pecorella smarrita del gregge, quella vecchia e zoppa che non riesce a stare al passo con le altre.
La pazza iniziò a battersi la fronte con il polso. «Fanculo!» urlò. «Fanculo! Fanculo!»
Non riuscivo a decidermi se fosse più sicuro tornare nel mucchio o starmene ferma e immobile lì dov’ero. Respirando pianissimo, mi misi a fissare con lo sguardo più inespressivo possibile la banchina di fronte a me, quella dei treni con direzione Uptown: vecchio camaleontico trucchetto per sopravvivere agli imbarazzi della metropolitana.
All’improvviso la matta piazzò tutt’e due le mani a terra davanti a sé e – crac! – sbatté la testa forte contro il pavimento.
Fu troppo persino per quella folla di newyorchesi, che la sanno lunga sul fatto che squilibrati e metropolitane vanno insieme come il cacio con le pere. L’impressionante rumore del cranio picchiato sul cemento rimbombò nell’aria umida, come se la povera demente lo stesse usando a mo’ di strumento per chiamare a raccolta tutti i folli della città dai più remoti antri sotterranei. I presenti si ritrassero ancora, guardandosi attorno con evidente nervosismo. Con uno squittio feci un balzo all’indietro. La pazzoide aveva un’abrasione scura nel bel mezzo della fronte, simile al segnaccio lasciato dalla mia scarpa sulla porta dello studio del ginecologo, ma questo non la tratteneva dal continuare a strillare. Quando il treno si avvicinò, anch’io, come gli altri, evitai a spintoni di entrare nel vagone in cui stava salendo lei.
Solo una volta a bordo del treno traballante, strapieno di persone schiacciate spalla contro spalla e appese per la mano alla barra in alto come quarti di bue, mi venne in mente – come se un onnipotente Dio del Popolo della Città mi avesse sussurrato la verità nell’orecchio – che le uniche due ragioni per cui non mi ero unita alla matta dai grigi capelli a spazzola, battendomi anch’io la testa e gridando «Fanculo!» in un primitivo urlo sincopato, erano (1) che mi sarei vergognata e (2) che non volevo rovinare ulteriormente il mio favoloso completino vintage. Ansia da prestazione e il conto della tintoria: ecco le sole cose che mi trattenevano dallo sprofondare in un’assoluta, delirante follia.
Fu allora che iniziai a piangere. Quando una lacrima cadde sul «New York Post» del ragazzo seduto sotto di me, il tipo si limitò a sbuffare rumorosamente e a passare alla pagina dello sport.
Pochi minuti dopo, che a me sembrarono un’eternità, emersi dal metrò e telefonai a Eric da una cabina all’angolo tra Bay Ridge e la Quarta Avenue.
«Ciao. Hai preso qualcosa per cena?»
Eric soffiò impercettibilmente l’aria tra i denti, come fa sempre quando pensa di essersi cacciato in qualche guaio. «Toccava a me?»
«Be’, te l’avevo detto che avrei fatto tardi, che andavo dal medico...»
«Accidenti, hai ragione. Mi dispiace. È solo che... Vuoi che ordini qualcosa, oppure...?»
«Non ti preoccupare, ci penso io.»
«Bene, ma ti giuro che mi metto a riempire gli scatoloni appena finisce il telegiornale, okay?»
Erano quasi le otto e l’unico negozio di alimentari aperto a Bay Ridge era il coreano all’angolo tra la Diciassettesima e la Terza. Dovevo essere un vero spettacolo, in piedi nella corsia della verdura con il vestito spiegazzato, la faccia rigata di mascara, lo sguardo catatonico. Non avevo nessuna voglia di mangiare. Presi al volo qualche patata, un mazzo di porri, del burro.
Mi sentivo stordita e apatica, come se stessi seguendo la lista della spesa di qualcun altro. Pagai, uscii dal negozio e mi avviai alla fermata dell’autobus, ma persi il B69 per un soffio. A quell’ora non ne sarebbe passato un altro per almeno mezz’ora, così cominciai a camminare, rassegnata a fare a piedi i dieci isolati che mi separavano da casa, con il mio sacchetto di plastica da cui le cime verdi dei porri spuntavano come germogli.
Un quarto d’ora più tardi, mentre passavo davanti alla scuola cattolica di Shore Road, a pochi metri da casa, mi resi conto di avere acquistato inconsciamente proprio gli ingredienti del Potage Parmentier di Julia Child.
Quand’ero piccola, mio padre amava raccontare di quando aveva trovato la sua piccola Julie, cinque anni, accucciata nel retro della nostra Datsun ZX color rame a leggere tutta assorta un vecchio e spiegazzato numero dell’«Atlantic Monthly». Lo raccontò ai colleghi, agli amici con cui lui e la mamma andavano a cena fuori, e ai parenti meno bigotti, quelli che non avrebbero trovato nulla da ridire (sull’«Atlantic», non sulle Datsun ZX).
Il fatto è che io ero stata prescelta dalla mia famiglia come unica e precoce candidata ai ranghi dell’élite intellettuale. E poiché ero un disastro in danza classica e tip-tap, sempre l’ultima con la corda a ginnastica, un po’ sfigata e non esattamente una bellezza, con i miei occhiali da gufo dalla montatura rossa, racimolavo il nutrimento per il mio ego dove potevo. La verità, molto poco intellettuale, era che io leggevo solo per provare il brivido della trasgressione.
Certo, per non rovinare la mia reputazione di topo di biblioteca passai a Tolstoj e Steinbeck, pur non capendoci un’acca, ma il mio segreto più oscuro era che, in realtà, preferivo i romanzetti. Cose tipo I dragonieri di Pern, Fiori nell’attico, Ayla, figlia della Terra. Erano un po’ come la scorta segreta di «Playboy» sotto il materasso. Una volta, al campeggio estivo, aspettai che la caposquadra uscisse dal suo bungalow per rubarle i libri di V.C. Andrews che teneva nascosti dietro la confezione dei Tampax. Così come sgraffignai un romanzo di Jean Auel a mia mamma: quando mi scoprì ormai ero a metà, e quindi si limitò a rabbrividire e a ipotizzare un qualche valore educativo, ma mi proibì il seguito, che si intitolava Valle dei cavalli.
Poi ebbe inizio l’adolescenza vera e propria, e i romanzetti stuzzicanti finirono nel sedile posteriore insieme ai vecchi numeri dell’«Atlantic». Il delizioso brivido un po’ licenzioso con cui leggevo quei libri mi aveva abbandonata, diavolo, e il sesso non era neanche lontanamente eccitante come lo erano state un tempo certe letturine sull’argomento. Immagino che al giorno d’oggi una tipica quattordicenne texana abbia una conoscenza esaustiva perfino dei possibili utilizzi sessuali del piercing sulla lingua, eppure dubito che questo la ecciti più di quanto le mie scoperte sul sesso di Neanderthal eccitavano me.
Sapete di quale argomento una quattordicenne texana non ha la più pallida idea? Della cucina francese.
Un paio di settimane dopo il mio ventinovesimo compleanno, nella primavera del 2002, tornai in Texas per fare visita ai miei. In un certo senso, si può dire che fu Eric a spedirmici.
«Hai bisogno di cambiare aria» mi aveva detto. Il cassetto della cucina che si era rotto due settimane dopo il nostro trasloco, e che non era mai stato aggiustato a dovere, era appena uscito dai binari per l’ennesima volta, e l’argenteria si era sparpagliata sul pavimento. Io ero scoppiata in singhiozzi, in mezzo alle forchette e ai coltelli che scintillavano crudeli ai miei piedi. Allora Eric mi aveva avvolta in uno dei suoi abbracci stile lotta greco-romana di quando vuol far credere di confortarmi mentre in realtà mi prenderebbe volentieri a schiaffi.
«Vieni anche tu?» gli chiesi ignorando la macchia di moccio che gli avevo lasciato sulla camicia.
«In questi giorni ho troppo da fare in ufficio. E poi è meglio se ci vai da sola. Passa un po’ di tempo con tua madre, va’ a fare shopping, dormi fino a tardi.»
«E il lavoro?»
«Julie, hai un contratto a termine. A che serve se una volta tanto non puoi squagliartela e concederti una bella pausa? È per questo che lavori a tempo determinato, no?»
Di solito preferivo non pensare al perché lavoravo a tempo determinato. Sentii la mia voce farsi più acuta e incrinarsi. «Be’, non posso permettermelo.»
«Ma sì che puoi. Oppure, potrebbero darti una mano i tuoi genitori.» Mi prese il mento tra le mani e lo sollevò per guardarmi negli occhi. «Julie, sul serio, vai. Non ce la faccio più a vivere con te in queste condizioni.»
E così decisi di partire; il biglietto fu il tardivo regalo di compleanno di mia madre. Una settimana dopo ero in volo per Austin, giusto in tempo per non perdermi il pranzo da Poke-Jo’s.
E fu allora,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Julie & Julia
  4. Giorno 1, ricetta n. 1. Le strade per l’inferno sono lastricate di porri e patate
  5. Prima dell’inizio. La gioia di cucinare
  6. Giorno 23, ricetta n. 34. Per fare la frittata bisogna rompere le uova
  7. Giorno 36, ricetta n. 48. Spremere il midollo della vita
  8. Giorno 40, ricetta n. 49. Tipi da matrimonio e non
  9. Giorno 42, ricetta n. 53/Giorno 82, ricetta n. 95. Disastro/cena con invitati, Cena con invitati/disastro: un’indagine speculare
  10. Giorno 108, ricetta n. 154. Massimo investimento, minimo interesse
  11. Giorno 130, ricetta n. 201. Come uccidere un’aragosta
  12. Giorno 198, ricetta n. 268. Nella buona e nella cattiva sorte
  13. Giorno 221, ricetta n. 330. Il dolce profumo del fallimento
  14. Giorno 237, ricetta n. 357. La prima crêpe è solo di prova
  15. Giorno 340, ricetta n. 465. Casi di emergenza
  16. Giorno 352, ricetta n. 499. Come prendere i giornalisti per la gola
  17. Giorno 365, ricetta n. 524. Questione di semplicità
  18. Ancora un paio di cose
  19. Ringraziamenti
  20. Copyright