Mentre mio padre in città sistema le ultime cose, io me ne sto seduta ad aspettare sulla barca, leggendo il mattinale di polizia sui vecchi numeri del giornale locale. È meglio delle barzellette. Sentite questa:
Notizia piccante. 28 giugno 1970. Ore 12.15. La polizia ha ricevuto una segnalazione secondo cui un uomo stava picchiando un bambino all’isolato 200 di Marine Way. Convenuti sul posto, gli agenti hanno appurato che i due stavano solo giocando alla lotta.
Il mattinale di polizia ti racconta tutto quello che non vorresti mai sapere su questo posto. Ecco un esempio di come qui anche il nulla può diventare una notizia.
Notizia del 29 giugno 1970. Ore 2.10. Una donna ha denunciato la scomparsa dei suoi tre figli dalla loro abitazione situata in Klondike Alley. Sopraggiunta la polizia per gli accertamenti, l’uomo che ha aperto la porta ha dichiarato che si trattava di un malinteso e che i ragazzi dormivano nei loro letti.
Ho reso l’idea? Dei ragazzi che dormono nei loro letti, proprio roba da prima pagina. Strano questo posto, vero?
Sono nata in questa cittadina di pescatori sull’oceano Pacifico, ma non ricordo di esserci mai vissuta veramente. Ho passato quasi tutta la mia vita sulla nostra barca, la Squid, finché i miei genitori hanno divorziato e mamma si è trasferita a Fairbanks per stare più vicino a sua sorella, zia Abigail. Anche mia cugina Selma è nata qui ma, come me, non ne ha nessun ricordo.
Zia Abigail l’ha adottata quando aveva solo pochi giorni e Selma non sa chi sono sua madre e suo padre. Le piace immaginarseli, però, e certe volte è faticoso sorbirsi le sue fantasticherie sui suoi veri genitori. Ce n’è per tutti i gusti, da una madre metà umana e metà foca che vive nell’oceano, a un padre esploratore che fa la spola su una petroliera tra la Russia e l’Alaska. Non c’è niente di vero, ma provate a dirlo a Selma.
«Ehi, Alyce, lega più stretta la gomena. Siamo troppo lontani dalla banchina e devo scaricare la roba.»
Mio zio sta scendendo lungo la banchina con un carrello pieno di provviste. Ops.
«Scusa, zio Gorky, ero distratta.»
Le provviste sono compito mio.
«Le prendo io» gli dico, e lui annuisce in quel suo modo silenzioso, accompagnato da un’alzatina di spalle, tipico dei pescatori, poi salta sulla barca.
Senza altre parole, prende un paio di guanti imbottiti e salta giù nella stiva del pesce per smuovere il ghiaccio. Lui lo chiama “preparare il letto” ai salmoni che stiamo per catturare. «Li porteremo in crociera sulla Squid» scherza. Gli piace vedere la Squid come una nave da crociera per pesci morti. Zio Gorky si occupa di tutte le operazioni di congelamento – cioè, infila i pesci sotto le lenzuola di ghiaccio – per mantenerli freschi finché non li vendiamo alle industrie per la lavorazione.
Quando avevo due anni li chiamavo “i miei bebè senza capelli”. A quanto pare, davo un bacino a ogni pesce prima di metterlo a nanna nella stiva, o almeno così mi raccontano.
Zio Gorky all’epoca non pescava, lo facevamo solo io e i miei genitori. Mi hanno detto che se mio padre provava a tagliar corto e gettava nella stiva qualche pesce a mia insaputa, strillavo come un’aquila finché lui non scendeva a riprenderli, così potevo dargli il bacino della buonanotte. È solo una delle mille storie che ho sentito mille volte dai miei genitori.
Siamo vissuti tutto l’anno sulla barca fino a quando ho compiuto cinque anni. È stato allora che mamma ci ha portato all’interno dello Stato, lontano dal mare, solo montagne, tundra e i lunghi nastri dei fiumi. So che aveva nostalgia dell’aria dell’oceano. L’altro giorno, quando eravamo all’aeroporto in attesa del mio volo, si stava asciugando gli occhi e tirava su col naso mentre mi porgeva il giubbotto di salvataggio.
«Mi manca tanto» ha detto.
Non pensava a papà, ma al mare.
«Non scordarti che devi tirare il laccio per gonfiare il giubbotto» mi ha raccomandato, come se avessi ancora due anni.
«Mamma, lo so. Uffa.»
Le mie compagne di danza, Sally e Izzy, sono venute all’aeroporto a salutarmi, ed è stato imbarazzante essere trattata così da mamma davanti a loro.
«Andiamo allo spaccio a prendere del chewing-gum» ha bisbigliato Izzy.
«Proprio non capisco come fa a starci ancora così male, dopo tanti anni» ho detto alle mie amiche.
Ma quando mi sono voltata a guardarla, seduta al gate con in mano la mia sacca impermeabile e le galosce, ho provato una fitta di rimorso. Tra mamma e papà le cose non funzionavano più, e lei ha dovuto abbandonare la vita che le piaceva per venire ad abitare qui, dove (parole sue) aveva più “supporto affettivo”.
Sally e Izzy non sono mai uscite da Fairbanks, ma entrambe sperano in una borsa di studio universitaria per andare Là Fuori a perfezionarsi nella danza. Il fatto è che le audizioni devi farle l’estate prima del diploma – questa estate – perché le scuole guardano al futuro. Dopo il diploma è troppo tardi. E noi ci immaginavamo di essere i tre moschettieri in versione Lago dei cigni, una per tutte e tutte per una, anche all’università.
Si sforzano di non farlo vedere, ma è chiaro che sto dando loro una delusione, partendo per la pesca. Non riesco a immaginarmi nessuna di loro al lavoro su una barca maneggiando salmoni viscidi, anzi, non le immagino nemmeno a posare il loro leggiadro piedino su un ponte imbrattato di sangue.
«Hai chiesto se puoi tornare fra due settimane, solo per l’audizione?» ha domandato Izzy, tenendo in mano una felpa su cui campeggia la caricatura di un alce con gli occhioni e il rossetto rosso brillante. Sotto c’è scritto: “Quanto mi piALCE l’Alaska”. I turisti comprerebbero qualunque cosa.
«Costa troppo volare avanti e indietro. E comunque papà ha bisogno di me per tutta l’estate, c’è un sacco di lavoro.»
«Peccato che tua mamma non possa sostituirti» ha detto Sally, guardando da lontano mamma che abbracciava il mio giubbotto come se in qualche modo dovesse tenersi a galla, anche nel bel mezzo di un aeroporto ben saldo sulla terraferma.
Ma mamma non tornerà mai più a pescare, e io non potrò mai dire a papà che non voglio andarci. Ancora peggio che perdere l’audizione sarebbe venire ammessa: significherebbe dover frequentare le lezioni pre-professionali l’estate prossima, prima dell’inizio dei corsi universitari veri e propri. E io non potrei mai saltare un’intera stagione di pesca: è l’unico periodo in cui vedo mio padre.
Sally e Izzy parlano in buona fede, ma loro hanno genitori normali, regolarmente sposati, felici di offrirsi volontari per spazzare la neve dal backstage dello Schiaccianoci. Lo Schiaccianoci è la mia ragione di vita in inverno, ma ottengo sempre parti secondarie, perché tutte le mie compagne si sono esercitate durante l’estate e sono molto più allenate. Mia madre viene a teatro – di solito fa la volontaria alla biglietteria – ma mio padre non mi ha mai visto danzare nemmeno una volta. La sua vita, e la mia vita come sua figlia, è sulla barca.
Se io non andassi a pescare, chi imbusterebbe le uova di salmone? Chi si assicurerebbe che il sangue intorno alla lisca del salmone coho venga scolato bene? Quelli sono da sempre i miei compiti. Papà dice che nemmeno zio Gorky sa eliminare le teste con un taglio netto, come faccio io, esattamente alla base del collo. Non lo spiego a Sally e Izzy. È un altro mondo, un’altra lingua.
Quando è stato annunciato il mio volo, siamo tornate indietro di corsa al gate, dove mamma, all’ultimo, non si è astenuta dall’esibire alle mie amiche la sua competenza in materia di pesca e affini.
«Non dimenticare di versare una lattina di Coca-Cola nel mastello per togliere l’odore di pesce dai vestiti» dice.
«Papà dice che vomitavi dall’inizio alla fine della stagione della pesca. Come fai ad averne nostalgia?» domando.
«Forse tuo padre dovrebbe provare a pescare incinta di sei mesi.»
Buona questa, mamma.
Incinta.
Di me.
È colpa mia, sempre.
Sally e Izzy se ne stanno lì, con sorrisi di circostanza incollati alla faccia, come se stessero guardando un pas-de-deux di cui io e mia madre siamo sia protagoniste che coreografe, e ci alterniamo nel ruolo dell’eroina tragica a seconda di chi ha la musica più fragorosa. Lei ama la pesca, ma non ama più mio padre. Io amo mio padre, ma sono stanca di andare a pesca. Specialmente quando si mette di mezzo fra me e altre cose che amo.
«Terra chiama Alyce» dice papà, scavalcando la fiancata della barca e arrampicandosi a bordo. Mi ha beccato seduta sulla stiva del pesce, mentre flettevo le punte dei piedi nei miei stivali di gomma, ammirando la mia estensione.
«Hai messo via le provviste?» domanda.
«Sì sì, e ho anche etichettato tutte le lattine.»
I prodotti in lattina vanno riposti sottocoperta, nella cambusa, e il mio compito è scrivere il contenuto di ogni lattina su ciascun coperchio in modo da poterlo leggere dall’alto. A quanto pare ho imparato a scrivere compitando “carne in scatola” e “fagioli rossi” sui coperchi delle lattine. Ogni cosa su questa barca racconta qualcosa di me o dei miei genitori quando le loro vite erano intrecciate alla mia. «Vuoi la cuccetta grande?» domanda papà.
«Davvero? Posso?»
È favolosa, quella cuccetta. Papà voleva che mamma fosse felice, ed essendo un uomo di poche parole, aveva fatto allargare la cuccetta per sua moglie in dolce attesa e aveva pensato che fosse sufficiente. Forse per un po’ aveva funzionato, comunque.
Scendo di corsa nel castello di prua e mi approprio rapidamente dello spazio prima che papà cambi idea. Sento mio zio che sposta dei sacchi sul ponte e non ho bisogno di vederlo per sapere che ha una sigaretta che gli pende dalle labbra e una tazza fumante a portata di mano, con dentro almeno sei bustine di tè. Zio Gorky si sta disintossicando dall’alcol, perciò ripiega su altri vizi per tenersi su durante una lunga battuta di pesca.
Papà accende il motore e quaggiù il rumore è assordante, anche se so che non ci metterò molto ad abituarmici e presto mi sembrerà un gattino che fa le fusa. Inspiro il diesel, l’odore della mia infanzia, di quelle dormite nel ventre della barca che faceva ballonzolare anche i miei sogni. In nessun posto dormo bene come qui sulla Squid. E ora ho la cuccetta grande, che ha perfino un piccolo scaffale incorporato per tutti i miei libri preferiti, così è ancora più comodo. Visto come papà ce la mette tutta?
C’è un chiodo che sporge dalla trave di legno, e mi torna in mente il mazzo di fiori secchi che mamma aveva appeso lì, anche se si dice che i fiori a bordo portino sfortuna. E se fosse stato proprio così?
Appendo le mie scarpette da punta al chiodo e risalgo in coperta per aiutare ad aprire i sacchi.
Papà sta già comunicando con la radio a onde corte, ed è l’unica occasione in cui parla volentieri. La voce lenta e strascicata all’altro capo è ovviamente quella del più vecchio compagno di pesca di papà, Sunshine Sam. Qui la gente si conosce con il nome della barca, seguito da quello di battesimo. Chatham Frank. Dixie Don. Chanty Ken. Mi dà fastidio che tutti chiamino papà Squiddly George. Ma cambiare il nome a una nave porta sfortuna, perciò lui quando ha comprato la Squid immaginava già che quello sarebbe stato il suo soprannome. Porta sfortuna anche avere delle banane a bordo, fischiare nell’area timone e salpare di venerdì, ma noi tutte queste cose le abbiamo fatte, in diverse occasioni. Papà dice che se avesse ribattezzato la barca, l’avrebbe chiamata motopeschereccio Alyce. Allora lui sarebbe diventato Alyce George e non sarebbe stato un gran guadagno.
Ascolto papà e Sunshine Sam parlare nel loro bizzarro gergo marinaresco.
«E già…» Lunga pausa. Pausa interminabile. «Sì sì. Marty oltre il Capo.» Lunghissima pausa. «Quasi dieci chili.»
«Ah…» Lunga pausa.
«Quella volta che si è ficcato l’arpione nella gamba?»
È una specie di codice.
«Vuoi ballare per me?» Zio Gorky mi porge una tazza di tè.
Faccio spallucce. Mi riapproprio dei modi marinareschi con la stessa facilità con cui mi infilo l’impermeabile. Papà sta srotolando le carte per la nostra rotta, un po’ più assorto del solit...