
- 176 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Nella bocca del lupo
Informazioni su questo libro
Francis e Pieter, due fratelli molto uniti eppure così diversi. Quando scoppia la Seconda guerra mondiale scelgono strade opposte: Pieter si arruola nell'aviazione britannica e va a combattere, mentre Francis, convinto pacifista, fa obiezione di coscienza e si ritira nella campagna francese. Le loro idee sembrano guidarli, ma la guerra travolge tutto e Francis si ritroverà solo di fronte al nemico. Uno dei più grandi autori per ragazzi contemporanei attinge alla storia vera dei suoi zii per dar voce alla lunga e commovente lettera di un uomo che, nel giorno del suo novantesimo compleanno, ricorda il fratello scomparso settant'anni prima. Il testo è accompagnato dalle raffinate ed evocative illustrazioni di Barroux.
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Informazioni
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9788817139212eBook ISBN
9788858698181QUASI ALLA FINE
Paul? Dumont poteva anche essere il tuo nome in codice – e come me insistevi perché usassimo solo i nomi in codice – ma non mi è mai piaciuto. Non ti calzava. Nella mia testa sei sempre stato Paul, anche allora. Paul Héraud, caro amico, supremo combattente per la libertà. E per me adesso sei ancora Paul.

Senti quell’assiolo? Ricordi di averne sentito uno simile con me? Aspettavamo sul fianco di una collina che arrivasse un aereo – Christine, Auguste, tu e io – perché facesse una nuova consegna e mi desti una pacca sulla spalla e dicesti di ascoltare. Credevo che avessi sentito l’aereo, ma no, era un assiolo. Come questo.
A quel tempo, Paul, sembravi immortale, a me, a tutti. Con te sapevamo di poter vincere. Non avresti dovuto trovarti su quella strada. Stavi andando in motocicletta a soccorrere un amico che era stato arrestato, quando incappasti in quel convoglio tedesco che ti fermò. Cercasti di fuggire e loro ti spararono nei boschi. Avremmo dovuto essere con te, Christine, Auguste, io, tutti noi, uno di noi. Moristi solo e questo pensiero mi tormenta ancora adesso.
Sono andato lì, Paul. Un torrente che scorre vicino, un bosco pervaso dal canto degli uccelli. Se dovevi morire, uomo di campagna qual eri, non poteva esserci posto migliore, posto più pacifico. Auguste, Christine e io cercammo di tenere la torcia accesa come riuscivamo, Paul, cercammo di tenere viva la fiamma. Ma non arse mai così vivida, dopo che venisti a mancare.

Ti avrei voluto al mio fianco oggi, Paul. Ti sarebbe piaciuto vedere quei bambini che vivono le loro vite in una Francia libera, la tua amata Francia che hai contribuito a liberare, più di chiunque conosca. E di tanto in tanto, oggi, ho sentito che eri qui. Spesso ti ho sentito vegliare su di me, nella buona e nella cattiva sorte.
Sono un uomo maturo di novant’anni ora, mi senti, Paul? Novanta! E tu per me sei ancora come un eroe dell’infanzia. Parlo spesso di te perché voglio che gli altri ti conoscano. Così pochi sanno chi eri. Sei vissuto in silenzio, da carpentiere. Hai fatto ciò che hai fatto guidando la Resistenza, in silenzio. E in silenzio sei morto.

È strano, per poco non feci la tua stessa fine. Eravamo in macchina, svoltammo a un angolo, ed ecco i soldati tedeschi a un posto di controllo. Eravamo in quattro, tutti agenti: io, Christian Sorenson, Xan Fielding e Claude Renoir alla guida. Ti ricordi di loro, Paul? Eravamo tutti nella macchina di Claude e andavamo a incontrare alcuni gruppi della Resistenza. Avevamo piani da fare, soldi da dare loro per cibo, scorte e simili.
Distribuii a ognuno una busta piena di banconote, per avere l’aria meno sospetta se uno di noi fosse stato perquisito. Credevamo fosse uno dei soliti viaggi. Era tutto in ordine, i documenti, i permessi di lavoro, tutto. Ognuno aveva pronta la sua storia. Se fermati, avremmo detto che non ci conoscevamo, che Sorenson e io ci eravamo fatti dare un passaggio da Claude.
Dunque, eravamo ai margini della città, si trattava di Digne, e avevamo il posto di blocco davanti a noi. Non ero preoccupato. Dicemmo ciò che avevamo preparato. Parvero soddisfatti e ci fecero segno di passare. Ma un’altra macchina ci seguì. La Milice. La Gestapo francese. Lo capii subito. Ripetemmo il discorso: eravamo estranei, ci eravamo fatti dare un passaggio. Ma questa volta ci perquisirono e trovarono i soldi. L’ufficiale della Milice aveva l’occhio acuto e si accorse quasi subito, dal numero sulle banconote, che appartenevano alla stessa serie. I numeri erano sequenziali. Non potevamo essere estranei.
Colpa mia. Ero stato stupido, incauto. Ci condussero al carcere di Digne dove ci presero a schiaffi, ci fecero domande a cui non rispondemmo e ci misero rivolti verso un muro in cortile con le mani sopra la testa. Credevo che ci avrebbero sparato subito. Invece ci gettarono in una cella umida con un secchio nell’angolo e ci dissero che ci avrebbero ammazzati il giorno dopo.


Quando vennero a prenderci il giorno dopo, ci portarono al quartier generale della Gestapo nel carcere. Lì fummo interrogati da un uomo brizzolato che pareva un banchiere. Aveva uno sgradevole tirapiedi che era molto diverso: un nazista fatto e finito, capelli biondi, occhi azzurri, pantaloni alla cavallerizza, stivali militari.
Non avevano idea di chi fossimo e noi non lo dicemmo. Anche se glielo avessimo detto, la nostra situazione non sarebbe migliorata di molto.
Quando ebbero finito con noi ci portarono nella cella della morte, come la chiamavano, e ci lasciarono lì. Me ne stetti seduto, arrabbiato con me stesso per la mia stupidità, e feci pace con papà, mamma, Pieter e tutti i miei cari a casa. Con tutti, anche con te, Paul. Credo che stessi facendo i miei addii. Serviva a tenere la mente lontana da ciò che mi aspettava. Avrei voluto cercare di fuggire ed essere ammazzato come te, Paul. Così l’avrei fatta finita prima. Sedere lì al buio ad aspettare la fine non era un bel modo di trascorrere la mia ultima notte su questa terra. Sapevamo tutti che dipendeva solo da quante botte avremmo ricevuto e quando ci avrebbero sparato. Di solito succedeva all’alba.
Tu volevi bene a Christine quanto me, Paul. Lo so. Sapevamo tutti e due che era impavida. Ma né io né te avevamo idea di cosa potesse fare per salvare coloro che amava. Quante volte la sentisti cantare quella canzone: Frankie and Johnny. Diventò la sua canzone, la nostra canzone. Quindi, ce ne stavamo seduti nella cella della morte ad aspettare il plotone di esecuzione e il rumore degli stivali nell’andito di fuori. E sentimmo qualcuno cantare. Mi parve di sognare. Non era un sogno. Era Christine, nella strada, che cantava a me, mi cercava: lo seppi all’istante. Allora mi unii a lei e cantammo insieme.

Ricordi quanto odiava andare in bicicletta? Aveva il coraggio di un leone, ma un percorso in bicicletta la terrorizzava. Eppure aveva pedalato per venti chilometri, fino a Digne, per trovarmi. Aveva sentito che eravamo stati arrestati, sapeva che ci trovavamo nel quartier generale della Gestapo, ma non aveva idea se fossimo già stati ammazzati. Quindi intonava quella canzone per la strada. Pazza, pazza di una donna! Donna splendida. E diventò ancora più splendida, Paul. Quando mi udì farle eco, entrò subito nel carcere e pretese di parlare con l’ufficiale in carica: si chiamava Schenk, era quello che sembrava un banchiere. Quanto mi sarebbe piaciuto assistere alla scena! Ho cercato di immaginarla così tante volte. Era di gran lunga troppo modesta per riparlarne.

Quel che sappiamo è che lo guardò negli occhi e gli disse qualcosa come: «Sono un’agente inglese, Pauline, la nipote del feldmaresciallo Montgomery. Lei detiene mio marito, Roger, con alcuni amici, tutti agenti inglesi che lavorano con la Resistenza. Sono qui per dirle che se spara loro, come sono certa intende fare, mi assicurerò che gli americani, che sono già sbarcati e si trovano a pochi giorni di strada da qui, abbiano come priorità assoluta di catturarla e giustiziarla. O forse la Resistenza li precederà, nel qual caso molto probabilmente le verranno strappati gli arti uno a uno».
Schenk, come tutti i tedeschi ormai, era nervoso, sapeva di aver perso la guerra e cercava un modo per salvarsi la pelle. Christine lo sapeva. Vide la paura sul suo viso. Lui sbiancò, la fissò, deglutì parecchie volte e poi accettò di fare come chiedeva, a patto che lei lo pagasse due milioni di franchi e gli assicurasse che sarebbe stato protetto e trattato come un prigioniero di guerra. Christine disse che sarebbe tornata nel giro di ventiquattro ore con il denaro, ma che se Schenk si rimangiava la parola e ci giustiziava, poteva stare certo che la Resistenza si sarebbe vendicata su di lui e i suoi nella maniera più terribile. Soddisfatta di averlo spaventato a morte, se ne andò. Naturalmente non ne sapevamo nulla, Paul. La canzone ci aveva dato speranza, ma non avevamo idea di come Christine potesse farci uscire da quel luogo senza un attacco frontale, durante il quale molti sarebbero probabilmente morti, e che comunque aveva buone possibilità di fallire. Dopo due giorni avevamo perso le speranze. Quando la Gestapo venne a prenderci, una mattina, ci legò i polsi e ci fece uscire, eravamo sicuri che la fine fosse prossima.

Fu una strana camminata, come in preda a una sorta di sonnambulismo verso la morte, fuori dai cancelli della prigione. Non avevo paura, ero soltanto triste di non poter rivedere Nan e le bambine. Di non poter rivedere Christine. Fummo condotti verso il campo di gioco, dove sapevamo che veniva portato chi doveva essere giustiziato. Ma anziché essere messi in riga per l’esecuzione, fummo stipati in una Citroën nera. “Sarà un altro campo, fuori dalla città” pensai, “e ci...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Buon compleanno a me
- I giorni della sabbia
- Una stella che nasce
- Basta mangiare cavolo
- Fango e follia
- Roger. Terrorista. 2.000.000 di franchi
- Nella bocca del lupo
- Quasi alla fine
- Biografie e fotografie
- Inserto fotografico
- Copyright