Avete mai pensato che passiamo la nostra vita a cercare qualcosa che ci faccia bene all’anima, che ci faccia bene al cuore, ma quando poi l’abbiamo tra le mani, lasciamo che ci sfugga via e non ci prendiamo cura delle cose che abbiamo a cuore perché egoisticamente pensiamo che “tanto sono nostre”? Ma poi nostre non lo sono più e ci facciamo in quattro per riaverle... A volte funziona, altre invece... be’, altre viviamo di rimorsi che non pensavamo ci appartenessero.
Che stupidi gli esseri umani, non credete?
Ogni stazione è una partenza o un arrivo, ogni binario è un addio o un arrivederci, ogni treno è una strada che ti porta da qualcuno o da qualcosa. A volte ti riporta semplicemente a casa, e casa, spesso, è una persona.
È questo che penso mentre salgo sul treno diretto a Parma, gente indaffarata a vivere la vita dentro il proprio smartphone, non fuori, non altrove, nessuno guarda gli alberi o le stazioni che attraversiamo tranne questa signora che ho di fronte, ottant’anni circa, un vestitino color confetto, o almeno credo che si chiami così questo colore, non me ne intendo, per me il mondo è sempre stato o bianco o nero. Guarda le storie delle città, i paesaggi, lo fa con un’aria di nostalgia, come se la sua mente vagasse tra i ricordi della sua vita, muove le mani, se le accarezza spesso toccandosi gli anelli nell’anulare sinistro, tutti d’oro, uno con una pietra blu. Ha i capelli bianchi alle spalle, di un bianco quasi accecante.
«Lo sai che non è bello fissare le persone?»
«Dio, mi scusi, ero immerso nei miei pensieri e non mi sono proprio accorto che la stavo fissando.»
«Comunque mi fa piacere che un giovanotto si accorga di me con tutte le belle ragazze che ci sono su questo treno...»
«Be’, credo che lei sia l’unica interessante qua dentro. Sono tutti impegnati con il loro cellulare, lei è la sola che osserva la Terra girare.»
«Ne ho viste di cose, sai? Ne ho viste tante, ora voi le vedete con il vostro telefonino, noi invece dovevamo viaggiare, pedalare, immaginare, lo dicevo sempre ai miei alunni: “Viaggiate, se potete, conoscete il mondo, imparate la vita e amate, non importa chi, maschio o femmina, bianco o nero, non ha importanza, l’amore non guarda in faccia nessuno, l’amore vuole solo amore”.»
«Lei ha amato tanto?»
«Pensa, ho amato lo stesso uomo per quarantacinque anni, e lo amo anche oggi che non c’è più, ma questo è l’amore che voi giovani, se continuate così, non conoscerete mai. Non fate più caso a niente, alle piccole cose che poi sono quelle che più ti porti dentro...»
«Come è stato il suo amore?»
«Travolgente, nient’altro da aggiungere.» Si avvicina a me poggiandosi sul tavolino tra i nostri sedili.
«Pensa che mio marito mi corteggiò per sei mesi prima che io gli dessi il primo bacio.»
«Sei mesi?»
«Cosa credi? Io sono una persona con dei princìpi, non mi concedo mica al primo che passa.»
Sorridiamo entrambi.
«Quanto mi divertiva vederlo disperarsi per me... era un pazzo, lui. Pensa che ogni notte si arrampicava fino alla mia finestra al secondo piano e mi lasciava un fiore sul davanzale, io la mattina mi svegliavo e trovavo un fiore diverso ogni giorno: rose, girasoli, tulipani, gelsomini...»
«Non si è mai arreso?»
«Mai, nemmeno un attimo. Mi ricordo ancora le sue parole: “Donne come te non ne incontrerò mai più nella mia vita, lo so bene, quindi, costi quel che costi, tu sarai mia”. E così sono diventata sua, erano altri tempi ed eravamo più acerbi, non sapevamo niente del mondo, ci si doveva coprire tutte per uscire, i nostri genitori ci controllavano quindi non si scappava, eh, lui aspettava che uscivo dalla messa la domenica e con la complicità della mia migliore amica mi rapiva portandomi dietro la chiesa e mi baciava sulle mani tutto il tempo. Quanto amore può dare un uomo quando impazzisce per una donna... sì, perché amare è una cosa, ma impazzire, figlio mio, impazzire vuol dire morire. Gli uomini innamorati sono belli, ma gli uomini pazzi sono pericolosi e diventano affascinanti. E lui lo era: il mio Alberto era l’uomo più affascinante che io abbia mai conosciuto. Per questo me ne innamorai, per questo lo amo ancora oggi che è andato via da due anni. Ma attento! Non vuol dire che mi ha lasciata, lui non mi ha mai lasciata davvero, è sempre qui con me...»
«Come avete fatto ad amarvi per così tanti anni?»
«Non è facile, figlio mio, odiarsi è più facile a volte, mandare tutto all’aria e ognuno per la sua strada. Il segreto credo sia impegnarsi al massimo per far sì che duri. Pensa che mio marito mi portava ogni domenica un mazzo di gelsomini, da quando ci siamo sposati fino alla sua ultima domenica con me. Li comprava, li metteva in un vaso e lo poggiava al centro del tavolo della sala da pranzo. Mi ripeteva sempre che profumavano di me, quei fiori, e che ne era davvero geloso, come Cosimo de’ Medici che fu il primo a coltivarli in Italia e ne proibì la diffusione fuori dai giardini granducali. Alcuni dicono che il gelsomino diffonde delle sostanze che procurano uno stato di felicità, un po’ come io facevo con lui: io ero il suo gelsomino, così mi chiamava, ero la sua felicità, il suo buon profumo. Ma questa è un’altra storia e non voglio annoiarti...»
«Mi creda, passerei tutto il viaggio ad ascoltarla.»
«Sei uno che mette a suo agio le persone, sei bravo. Se uno solo dei miei alunni avesse avuto il tuo cervello e il tuo fascino...»
«Adesso non esageri, le persone possono pensare che mi sta facendo la corte.»
Sorride. «Quanto ti manca?»
«Chi?»
«La persona che hai incisa sull’iride...»
«Si vede davvero così tanto?»
«Giovanotto, stai perdendo tempo a parlare con una vecchia invece di goderti le curve che offre la signorina nel sedile vicino: o sei cieco o sei innamorato.» La ragazza si volta verso di noi rossa in viso e sorridendo si copre la prosperosa scollatura in evidente imbarazzo.
Che tipo strano questa signora, senza peli sulla lingua, piena di vissuto e di ricordi... si diverte a osservare le persone e i loro atteggiamenti.
«Non mi sembri cieco, anzi, sei un osservatore, come me, e hai le pupille spente, come chi ha perso qualcosa, ma allo stesso tempo i tuoi occhi sembrano infernali, fanno paura, come se fossero arrabbiati, in lotta.»
È la prima volta che una persona prova a studiare me, i miei atteggiamenti.
«Forse sono solo alla ricerca di qualcosa, del mio gelsomino.»
«Ho vissuto abbastanza per distinguere chi è alla ricerca da chi invece ha già trovato quello che cerca, e tu non stai cercando nulla, anzi, credo che tu conosca bene quello che stai andando a prendere, che forse hai perso o che ti sta aspettando. Mi piacciono quelli come te, sempre sicuri di sé, a volte troppo, come le navi in mezzo al mare che anche nella tempesta sono certe di non affondare... finché non incontrano un iceberg e giù, come il Titanic. E tu, giovanotto, il tuo iceberg l’hai trovato vero? Come si chiama?»
«Sofia...»
«Bel nome, nome greco, significa “conoscenza”. “La sua mente più penetrante che precisa, il suo umore sereno e tuttavia mutevole. Si può avvicinarla con indifferenza, la prima volta, ma non lasciarla senza restarne colpiti. Ella sa trarre vantaggio dai suoi stessi difetti, se fosse più perfetta piacerebbe molto meno. Sofia non è bella, ma accanto a lei gli uomini dimenticano le belle donne e le belle donne si sentono scontente, dove le altre perdono ella guadagna, e ciò che guadagna non lo perde più. Senza abbagliare, interessa, attrae, non si saprebbe dire perché.” Così scriveva di Sofia Jean-Jacques Rousseau nel suo Emilio, lo sapevi?»
«No, a dir la verità è la prima volta che sento il nome Sofia associato alla letteratura, e devo dire che la descrizione non sbaglia affatto.»
«L’arte, mio caro giovanotto, è il motivo per cui gli scrittori scrivono, i pittori dipingono, le stelle si muovono e noi ci innamoriamo. Siamo fatti tutti di arte, chi più, chi meno, siamo tutti racconti, tutti dipinti, tutti sculture... e tutti, dico proprio tutti, siamo fatti per essere amati...»
«La sua teoria non fa una piega, ma da scettico credo che non troviamo sempre la persona giusta: alcuni si incontrano nel momento sbagliato, e allora si prendono strade differenti, si stringono mani sbagliate, si guardano occhi sbagliati; altri si accontentano di una vita tranquilla, facile, priva di significato, e perdono la cosa più importante che ci è data.»
«E cosa sarebbe?»
«Il fuoco, quello che abbiamo dentro, quello che ci fa studiare fino a tarda notte per un esame, quello che ci fa prendere un aereo in cerca di un posto sicuro, quello che ci fa correre ancora più forte, quello che ci fa piangere disperati, che ci fa incazzare, che ci fa vivere davvero. Siamo pieni di fuoco, dentro, solo che alcuni si accontentano di una leggera fiamma e vivono come se loro fossero troppo poco per chiedere di più. Sbaglio?»
«No, affatto. E allora mi chiedo, vista la tua saggezza, come mai hai lasciato che lei scappasse?»
«Perché sono un uomo, e come ogni uomo entro in confusione quando l’amore è più forte, quando sento una persona casa mia, e allora in quanto uomo scappo, perché come uomo penso che sia più facile distruggere che costruire...»
Sorride. «E cosa è cambiato?»
«Io, noi, la luna, il sole, il profumo dentro casa, l’abitudine di lasciare l’ultimo sorso di Coca-Cola dentro il bicchiere per lei, la stupida punta del cornetto, le rose che le mettevo sul letto, le volte che mi rimproverava perché non spegnevo mai bene la mia sigaretta, le cose più stupide sono cambiate, quelle che rendevano lei la mia persona, e noi un’eclissi...»
«Mi ricordi mio marito, diceva sempre che le piccole attenzioni erano quelle che si portava con sé nei suoi viaggi di lavoro, e quelle stesse attenzioni lo riportavano da me. “L’amore sta nelle piccole cose” diceva...»
Qualche istante di silenzio, l’anziana signora ricomincia a guardare fuori, il verde sta lasciando spazio alla città, una voce in sottofondo annuncia l’arrivo imminente a Parma, la mia destinazione.
«Questa è la mia fermata, è stato davvero un grande piacere parlare con lei... È davvero la donna più attraente della carrozza, mi creda.»
«Lo so ho un fascino irresistibile...»
Ridiamo.
«Sii forte, caparbio, arrogante se serve, ma vai a riprenderla. Vivi, che il tempo passa e arrivi alla mia età pieno di rimpianti in un batter d’occhio. Dille che l’ami, diglielo cento, mille volte, e lascia che lei riaccenda i tuoi occhi cupi. Non aver paura dell’amore, fa più paura una vita senza, credi a una vecchia come me. Vai, adesso, e buona fortuna! Corri da lei...»
«Madame...»
China il capo in segno di saluto e io mi allontano, voltandomi un’ultima volta prima di scendere. Lei mi guarda, sorride, e mi invia un bacio con la punta delle dita. Lo fa col cuore.
Le incontri per caso le persone che ti guardano dentro.
Il fischio di un controllore, la stazione di Parma, Sofia non è più così distante.