Gioco come sono
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Gioco come sono

  1. 272 pagine
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Gioco come sono

Informazioni su questo libro

Orgogliosamente sardo, capitano della Nazionale e uomo-simbolo della nostra pallacanestro, attivissimo sui social, una personalità rara dentro e fuori dal campo, Gigi Datome guarda il mondo dall'alto dei suoi 2.03 metri e della sua inconfondibile barba. Nella sua carriera cestistica ha sfiorato uno storico scudetto a Roma; si è conquistato un posto sui parquet della NBA, arrivando a giocarsi i playoff contro i Cavs di LeBron James; ha alzato il più prestigioso trofeo europeo vincendo l'Eurolega con la corazzata Fenerbahçe. Carismatico senza essere ingombrante, non schivo ma determinato nello scegliere sempre le parole giuste. Come quelle che mette in fila in Gioco come sono, un autoritratto ironico, acuto, mai banale, articolato attorno a dieci oggetti per lui significativi - e introdotto dalla prefazione di coach Obradovi?: dalla sua chitarra alla lavagnetta bianca ("quella dove il pennarello disegna gli schemi di gioco"), dalle sue amate scarpe gialle al portachiavi africano regalatogli a quindici anni dalla zia, dalla canotta della Santa Croce, la prima squadra in cui abbia giocato, al poster di Allen Iverson devotamente appeso nella stanzetta di bambino. Ciascun oggetto evoca un pezzo della strada percorsa da Gigi, ispira racconti, ricordi, aneddoti e soprattutto un purissimo, sconfinato amore per la pallacanestro.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2019
Print ISBN
9788817141161
eBook ISBN
9788858697856

Sorridi, sei in NBA!

Il poster di Allen Iverson

Da bambino se c’era una cosa che odiavo era la sveglia della mattina per andare a scuola.
Non volevo mai alzarmi. Mi giravo dall’altra parte, fino a che mia madre non entrava in camera per tirarmi giù dal letto.
Mettevo i piedi a terra, infilavo le pantofole e mi ritrovavo a fissare il poster appeso al muro.
Il poster di “The Answer”, Allen Iverson.
Giocatore folle ma dal talento spaventoso, Iverson mi teneva attaccato alla TV per vedere le sue giocate, i suoi crossover mozzafiato, le sue invenzioni da capogiro. Un campione che era diventato tale nonostante i suoi 183 centimetri scarsi di altezza, in un mondo di giganti. Un genio che non aveva avuto una vita facile, e che come tutti i geni aveva un lato oscuro: una vita privata sempre troppo sregolata e lontana da quella dei professionisti impeccabili. Una vita di luci e ombre che forse lo penalizzarono, ma che non gli impedirono comunque di costruirsi una carriera stellare. Era una rockstar del parquet.
Ecco, la mia NBA a Olbia era lui. Assieme, ovviamente, a Michael Jordan, Shaquille O’Neal, Penny Hardaway, Stockton e Malone, insomma un basket che non c’è più.
Ma “The Answer” aveva un posto speciale nel mio cuore di bimbo innamorato della pallacanestro, e che vedeva nella NBA il punto più alto in assoluto della carriera di uno sportivo.
Un sogno. Un sogno che non potevo sapere si sarebbe realizzato per davvero.
Iniziai a rendermi conto che la possibilità di finire a giocare negli States era reale durante l’ultimo anno giocato a Roma con la Virtus, nel 2013.
Quella fu una stagione veramente speciale, già a metà anno i rumors cominciavano a essere importanti. Squadre NBA chiamavano il mio agente e si informavano sempre più concretamente su di me, sul mio rendimento e sulle mie prospettive. A diverse partite venivano scout americani apposta per vedermi giocare: ero diventato uno degli europei che più attiravano attenzione.
Mi era già capitato più volte di giocare davanti a degli scout, ma quell’anno si respirava qualcosa di diverso nell’aria. La stampa mi spingeva in modo clamoroso, forse anche per accendere i riflettori sul movimento della pallacanestro italiana, per cercare di far avvicinare gente nuova allo sport o anche solo perché la mia era una storia bella da raccontare. Insomma, percepivo qualcosa di nuovo.
E pensare che solo due anni prima l’opinione pubblica non era stata tenera con me. Anzi.
Non dimentico analisi frettolose e giudizi poco comprensibili e, anche se capisco il gioco delle parti, non mi è mai andata a genio la leggerezza con cui vengono emesse certe “sentenze”. Un esempio? Un sito di riferimento della pallacanestro romana mi aveva definito «l’emblema del fallimento del “progetto italiani” a Roma». Che poi, ironia della sorte, a oggi è quel sito ad aver chiuso i battenti. Io per fortuna sono riuscito a cavarmela.
Se prima mi davano a torto dello scarso, a due-tre anni di distanza per i media sembrava che improvvisamente fossi diventato Gesù sceso in terra per spiegare la pallacanestro ai comuni mortali. Mi resi conto in fretta che anche tutti quei complimenti erano esagerati.
Ad ogni modo, conquistare il titolo di MVP del campionato italiano mi diede una gioia immensa, anche perché mi presi la mia rivincita alla faccia dei detrattori.
E così a fine anno arrivarono dall’America delle proposte di contratti pluriennali garantiti.
Fatto importante, anche e soprattutto perché facevo parte della categoria dei giocatori undrafted, ovvero di quelli che non erano stati scelti nella grande lotteria che l’NBA organizza per accaparrarsi i migliori giocatori di ogni annata dagli States e da tutto il mondo.
La chiamata da Detroit fu qualcosa di incredibile.
Non stavo giocando in Eurolega e non avevo fatto competizioni che mi avessero messo particolarmente in vetrina.
Avevo partecipato soltanto al campionato italiano, che però mi valse tutte quelle attenzioni da un mondo che, solo fino a pochi anni prima, vedevo come un irraggiungibile paradiso sportivo.
Lo sentivo talmente lontano che, per certi versi, non era nemmeno un obiettivo.
Solo un sogno, appunto.
Nel 2010 ero stato con mio fratello e Gianni, un mio caro amico, a vedere le finali NBA: Celtics contro Lakers. Eravamo dentro al TD Garden e Gianni mi disse: «Ci pensi, Gi’, che un giorno potresti arrivare anche tu a giocare su questo parquet?».
Venivo da una stagione molto sfortunata, piena di problemi fisici che mi avevano fatto vedere poco il campo, rendendo anche al di sotto delle mie stesse aspettative. Non avevo ancora dimostrato niente in Italia, e sinceramente dentro di me non lo reputavo possibile. Era una follia! Liquidai Gianni con un «Seeee, guardiamo la partita, va’…» che ho ancora scolpito in mente. Perché cinque anni dopo, a giocare su quel parquet e con quella maglia verde ci arrivai davvero. Nella parentesi bella della mia NBA, osannato dal TD Garden e spinto da mezza Italia.
Come cambiano le cose, eh?
Quando fu ufficializzata la notizia del mio approdo in NBA, nella squadra dei Detroit Pistons, fui travolto da un’ondata di affetto mai provata prima. Il telefono era impazzito, i social pure.
Ma la realizzazione di un sogno coincise, paradossalmente, con un momento familiare delicato. Mio babbo ebbe un piccolo problema fisico e fu ricoverato d’urgenza all’ospedale di Nuoro. Furono giorni in cui mi dividevo tra telefono e reparto di cardiologia, sballottando le mie emozioni da una parte all’altra. Solo quando fui certo che babbo non aveva niente di così grave iniziai a godermi quel momento.
Non potevo fare nessuna dichiarazione, i Pistons non volevano che parlassi alla stampa, ma la città di Olbia mi sorprese. Il Comune, insieme a mio cugino Roberto e mio fratello Tullio, organizzò una festa in piazza: migliaia di persone avevano deciso di abbracciarmi e condividere con me un momento di estrema gioia. Fu una festa per me, ma soprattutto per la Santa Croce, la squadra che mi aveva cresciuto.
C’era gente commossa, persone cui riuscivo a leggere negli occhi una felicità vera e sincera per un risultato raggiunto da uno di loro. Un momento che, al solo ricordo, mi fa partire un brivido sulla pelle che difficilmente scorderò, anche col passare degli anni.
C’era una città in festa per me. Una città, la mia Olbia, che stava gioendo per un mio traguardo.
Fu una serata storica.
A Detroit, però, arrivai dopo un Europeo giocato con un brutto problema al piede.
Non avevo intenzione di fermarmi proprio con la Nazionale perciò chiesi allo staff medico azzurro se potevo continuare a giocare magari con delle iniezioni di antidolorifico, a patto di non pregiudicare la mia situazione clinica. Ricevetti le rassicurazioni del caso e finii l’Europeo (dove purtroppo non riuscimmo a superare i quarti contro i lituani), anche se sentivo dolore perfino con le medicine.
Arrivato in America mi resi subito conto che senza l’antidolorifico non potevo nemmeno correre. Facevo fatica in ogni movimento, il piede era impastato e non riusciva a muoversi in modo naturale.
Incontrai Arnie Kander, preparatore atletico dei Pistons, e trovai in lui una persona di cuore e un professionista eccellente che mi prese sotto la sua ala. Nonostante fosse stato bravo a trovare un tipo di fasciatura che mi permettesse di sostenere il piede e dunque provare a giocare, mi sentivo palesemente rallentato, per non dire limitato.
Non stavo bene, non ero me stesso.
L’NBA, inoltre, ha un livello atletico e fisico che non avevo mai sperimentato. L’impatto non fu per niente semplice. Soprattutto perché feci un grande errore, derivante dal mio retaggio culturale europeo: strinsi i denti e chiesi di continuare a giocare.
Tra me e me pensavo: “Sanno che sto male, apprezzeranno il mio desiderio di giocare lo stesso”.
Ma in America vige una mentalità sportiva diversa, per la quale se hai un problema fisico è meglio fermarti, metterti a posto e riprendere solo e soltanto quando il tuo corpo dice “ok”.
Loro cercavano di farmelo capire, insistevano nel dirmi di non forzare. Ma io ero capoccione, sardo dentro, fino in fondo, e decisi di fare di testa mia. Continuai a giocare, spingendo e provando a superare il dolore, fino a che mi provocai uno stiramento.
Fatto sta che saltai tutto il training camp, un momento fondamentale per i rookie, per capire i ritmi, il tasso di atletismo e la velocità richiesta nelle scelte. E fu un grosso handicap che mi portai dietro per i primi mesi della stagione.
Quando ripresi col gruppo stavo meglio, ma non bene. Ricordo che smisi di sentire dolore al piede praticamente a fine anno.
Coach Maurice Cheeks al mio rientro dall’infortunio mi utilizzava a spizzichi e bocconi, senza continuità, nonostante avessi già giocato bene alcune partite. Nella gara contro Houston feci 9 punti in 13’ e la notte successiva 13 punti a Cleveland; poi incappai in una partita poco produttiva a Orlando, dove giocai tanto ma segnai solo 2 punti. Da lì iniziai a uscire dalle rotazioni, anche perché la stagione non stava andando benissimo per la squadra: faticavamo a vincere e c’era grosso malcontento.
Tutti mi dicevano «Good job», ma mi sembrava sempre più un commento forzato e poco sentito.
George David, assistente general manager dei Pistons, cercò di darmi qualche dritta: «Gigi, quando hai spazio devi prenderti il tuo tiro. Non serve che pensi e metti la palla a terra, perché in NBA può essere già tardi».
Sarò onesto, non lo capivo.
Mi sembrava incredibile che non dovessi leggere ciò che accadeva in campo ma pensare prima di tutto a tirare. Non era così che si giocava e si pensava al basket in Europa. Non era quella la pallacanestro a cui ero abituato.
Mi confrontavo spesso anche con Daniele Baiesi, direttore degli scout internazionali ai Pistons. Avevamo background simili e parlavamo la stessa lingua. È stato un punto di riferimento prezioso nel capire molte dinamiche, diventato col tempo un buon amico.
Per inserirmi al meglio nel nuovo contesto, cercavo di captare più informazioni possibili, e in spogliatoio avevo una fonte inesauribile di esperienza e leadership che rispondeva al nome di Chauncey Billups.
Lui, che era un leader carismatico, amato e rispettato da tutti, mi aveva preso in simpatia. Voleva aiutarmi a capire quel mondo, per potermi giocare bene la mia chance. Pranzavamo assieme, gli chiedevo consigli e lui era sempre felice di darmene, raccontandomi situazioni, facendomi esempi e spiegandomi come vedeva le cose lui, una superstar NBA. È stato bello e formativo vivere da così vicino la sua leadership; da Chauncey ho imparato tanto, cercando di fare miei quegli atteggiamenti, sguardi e sorrisi che lo rendevano un grande capitano.
Nonostante i miei sforzi, coach Cheeks mi tolse dalle rotazioni e, come potete immaginare, la cosa non mi lasciò indifferente.
Anche perché le premesse del mio rapporto con lui erano state ben diverse dal comportamento che poi assunse durante la stagione.
Quando andai a Detroit per firmare il contratto, mi recai nell’ufficio di coach Cheeks nella facility di Auburn Hills ed ebbi con lui un colloquio molto positivo e franco.
Mi disse che l’NBA era un mondo strano, che andava guadagnato e sudato ogni giorno e io gli risposi che ero pronto a fare di tutto per giocarmi la mia chance e che avevo voglia di dimostrare che potevo appartenere a quel mondo. Allo stesso tempo, però, gli chiesi di non dare nulla per scontato, di dirmi se avessi fatto qualcosa di sbagliato così da correggermi e allinearmi subito. Lui ne fu contento e mi assicurò che se ne sarebbe ricordato.
Per me quelle parole avevano un valore, perciò quando mi escluse dalle rotazioni, decisi di affrontarlo per provare a capire che cosa non andasse.
Gli dissi, senza troppi giri di parole: «Proprio in questo ufficio ci eravamo detti che mi avresti aiutato. Non sono venuto a chiederti perché non mi fai giocare, so che mi metterai dentro di nuovo quando lo riterrai opportuno. Vengo qua a chiederti soltanto se posso fare qualcosa per migliorare, per giocarmi meglio le mie chance».
Lui rimase spiazzato, glielo lessi in faccia. Farfugliò due o tre cazzate (scusate il termine) del tipo «Stai andando bene, verrà il tuo momento», e mi liquidò.
Ma io non mi davo pace. Volevo capire e decisi di parlarne anche con il suo assistente, John Loyer.
Loyer faceva ogni giorno gli individuali con me, mi passava il pallone, mi aveva sempre dato consigli. Alla fine di una sessione di tiro, sganciai la bomba e gli chiesi molto direttamente se pensava che mi meritassi il livello di basket dell’NBA. Lui si mise seduto e mi colpì con un discorso davvero particolare. «Gigi, tu stai andando benissimo, ti alleni sempre duro e ti m...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione di Željko Obradović
  4. Gioco come sono
  5. Introduzione di Francesco Carotti
  6. Toccare il cielo con un dito
  7. I miei mondi paralleli
  8. Defense always gives you something
  9. Non è vero ma ci credo
  10. Sorridi, sei in NBA!
  11. Itaca
  12. Come un marinaio in mezzo all’oceano
  13. Roma is the place to be
  14. Toglilo, è troppo alto!
  15. L’Italia chiamò
  16. Epilogo
  17. Ringraziamenti
  18. Copyright