Avete presente quella sensazione?
Quella che provate quando state per fare una grandissima cazzata, e lo sapete, lo sapete perfettamente che si tratta di una scelta sbagliata, eppure decidete di farla lo stesso?
Dentro di voi “la scelta giusta” scintillava nel buio come l’insegna di un saloon – “Qui, ehi, guarda qui! Guardami!” – e voi l’avete vista, l’avete riconosciuta, ma avete deciso di ignorarla. Non parlo di una banale presa di posizione su quale camicia hawaiana abbinare ai jeans, intendo un altro genere di scelta: quella che facciamo quando le cose vanno molto male, quando ci sentiamo soli, traditi, spaesati. Riguarda le scelte di merda che facciamo nei momenti di merda.
Siete confusi? Tranquilli, ora vi spiego meglio.
Prendete mia madre. Una donna bellissima, sui cinquanta, di quelle bellezze selvagge che con il tempo vanno migliorando perché nascondono ancora più segreti. Mia madre, Laura, ventinove anni fa ha avuto una relazione con uno stronzo. Da quella relazione sono nato io.
Ora, mia madre sapeva che quell’uomo, che aveva una Ducati Turbo ma non pagava l’affitto da anni – lo stesso che ordinava il vino della casa per risparmiare al ristorante e poi offriva quattro pinte allo sconosciuto alla sua destra solo perché tifava per la sua stessa squadra di calcio – quell’uomo, Laura lo sapeva, un giorno qualunque, magari una domenica d’inverno tra tante, le avrebbe spezzato il cuore.
Laura lo sapeva. Eppure, si ripeteva che quel giorno era ancora lontano e che per non lasciarlo arrivare bastava raccontarsi storie, sempre le solite: che non è lui ma sei tu, che basta saper aspettare, che per amore le persone cambiano anche se non promettono di farlo, anche se a volerle cambiare siamo soltanto noi: loro, nel loro schifo, in realtà ci stanno benissimo.
Insomma, mia madre si raccontava tutte queste cose quando, in un sabato luminoso di maggio, si è seduta sul water e ha scoperto di essere incinta. Sebbene non fosse domenica e non ci fosse alcun pericolo di nevicate improvvise, mio padre uscì per andare a comprare le sigarette al mentolo e, come nella più classica delle storie, non tornò più.
Non fraintendetemi, per me fu una grande fortuna: se non fosse stato per mia madre e per le sue scelte di merda, io oggi non sarei qui. Eppure, ecco svelato il segreto: molto spesso anch’io commetto lo stesso errore, quello di non ascoltare abbastanza il mio intuito. Laura ce l’aveva una vocina, dentro, che le sussurrava: “La prossima volta che questo buzzurro ti lascia fare la strada a piedi da sola nel cuore della notte, c’è una sola cosa che devi fare, è molto semplice: non farti vedere mai più (che tradotto nel gergo moderno significa bloccalo su qualsiasi social)”… Solo che non l’aveva ascoltata.
Ma questo errore, in fin dei conti, lo facciamo tutti.
Un esempio lampante? Prendete la donna seduta davanti a me. Occhi socchiusi, gambe distese, le accarezzo la testa mentre aggiungo una dose di balsamo alla vaniglia. Questa settimana è la terza volta che viene a farsi dare una «spuntatina», e io ho il forte impulso di tranciarle via le ciocche con una motosega.
«Io non capisco» mi dice, convinta. «Mi chiama solo di domenica, solo dopo le dieci di sera e solo quando sono sotto la doccia… Perché?»
Afferro con mano decisa il getto e le sciacquo via i residui dalle tempie. Se io le dicessi che la verità è che non gli piace abbastanza – ammesso che lui non abbia già tre famiglie, due cani e un’amante ufficiale – lei, oltre ad andarsene dal negozio e risvegliarsi domani con i capelli arancioni (visto che la tinta senza il tonalizzante non tiene un accidenti), di certo manderebbe a puttane la sua vita. Perché, ammettiamolo: le decisioni prese sull’onda dell’emozione, a seguito del consiglio di un mezzo sconosciuto, sono sempre delle decisioni di merda.
«Tesoro, ma è perché è un idiota» le rispondo allora.
Ecco l’altra faccia della medaglia, quella che ti fa ingerire la pillola senza farti soffocare. Detto altrimenti: quello che vuoi sentirti dire.
Lei sorride, noto che si sta mordicchiando il labbro. È sollevata che le abbia tolto questo enorme peso dal cuore, sollevata che non mi sia spinto oltre rivelandole quello di cui ha più paura. Ma sono sicuro che, se prestasse ascolto alla vocina che cerca di farsi spazio tra la paura di restare sola e le fantasie da principessa disneyana, si direbbe che questa inesistente relazione ha ancora due settimane di autonomia prima che lui le dica: “Non sei tu, sono io, devo ritrovare me stesso, non ti merito, se vuoi restiamo amici”.
Le passo l’asciugamano intorno al collo, l’ho scaldato con il phon in modo che le sciolga un po’ di tensione.
«Ale, sei un mago… dovresti lavorare in un grande salone, cosa ci fai ancora qui?»
È vero… che ci faccio ancora qui? Oggi dovrei essere…
Cazzo.
Faccio un passo indietro e per poco non sbatto contro la piastra accesa, che mia madre ha lasciato a scaldare per la cliente successiva.
Cazzo. Cazzo. Cazzo.
L’incontro con gli americani, la deadline dello script era oggi.
Mi asciugo le mani sulla camicia di lino e con un piede sono già fuori dalla porta.
«Laura, devo scappare al lavoro!» urlo. «Ho un altro buco alle 18.30… credo…»
Mia madre fa il broncio e la bocca le si arriccia come un narciso.
«Ale, alle 18.30 abbiamo due tagli e tre pieghe.»
«Allora magari questa tinta puoi finirla tu?»
Mi guarda con aria truce. «Se hai intenzione di rimanere in quel buco di ufficio senza farti pagare gli straordinari, gradirei saperlo in anticipo… Comunque sì, finisco io.»
Mia madre è l’unica donna a cui lascio dire la sua sulla mia vita, per il semplice fatto che ha sempre ragione.
Sono Ale, nel caso non l’aveste ancora capito, e non saprei dirvi perché dovreste leggere la mia storia. Non posso promettervi che accadranno cose meravigliose e sorprendenti, che vi dimostrerò che l’amore vero esiste e non è un’invenzione dei Baci Perugina, e neppure proverò a convincervi che, nonostante siamo più di sette miliardi su questo pianeta, è statisticamente possibile trovare l’anima gemella a trenta chilometri da casa o nello stesso ufficio in cui lavorate.
In realtà, probabilmente, vi dirò l’opposto. Non perché sono un cinico ingrato, ma perché sono sincero.
Ho una buona notizia, però: credo nelle eccezioni e nelle coincidenze, quelle che mettono in crisi anche le menti matematiche più inflessibili.
Perché? Be’, perché ok, mi sembra un po’ una stronzata pensare che nella vita possa esserci una sola persona giusta e che tutto sia già stato scritto nelle stelle… ma, allo stesso modo, non riesco a credere che sia tutta solo una questione di chimica e ormoni: se la teoria di Darwin si applicasse anche all’amore, ottimizzeremmo i nostri sforzi senza finire ogni volta per commettere lo stesso errore. Cioè innamorarci di stronzi ingrati psicopatici, quelli che non ti offrono nemmeno una Coca-Cola, quelli che a letto durano due minuti perché è colpa tua che sei troppo bella, quelli che non riescono più a innamorarsi perché pensano ancora alla ex scappata in Lapponia. Insomma: i casi umani, loro.
Non sono ancora salito sul tram, ma sono già sudatissimo, ho il colletto della camicia rivolto al contrario e la cravatta annodata male.
Mentre attraverso il piazzale davanti alla stazione di Lambrate, passo davanti al più acerrimo nemico di Laura: il parrucchiere asiatico, che si trova a un solo isolato dal suo salone.
La proprietaria è una donna cinese di mezza età con i capelli tinti di un fucsia acceso. Ogni mattina provo a salutarla, e ogni mattina lei mi guarda senza rispondere. Eppure sono convinto che conosca l’italiano perfettamente.
«Buongiorno, signora Wang» le dico anche oggi, e come sempre non ottengo risposta.
Mia madre la considera un emissario del demonio per via dei prezzi stracciati con cui ci fa concorrenza, ma io credo che sia soltanto una donna molto sola, magari traumatizzata da qualche caucasico insensibile che ha provato ad abbordarla portandole involtini primavera al posto di un mazzo di fiori.
Salgo sul tram, schiacciato tra gli altri passeggeri. Cerco di stare perfettamente immobile per non sudare più del dovuto, ma quando arriva la mia fermata ho comunque l’impressione di essere appena uscito da un bagno turco.
All’angolo della strada, accanto a un negozio di Kiko, sbircio la vetrina dell’Orchidea, una libreria che mi piace molto, soprattutto per la divina creatura che ci lavora dentro: Marta, capelli color ginepro lunghi fino alla vita stretta, una pelle bianca da fare invidia alla luna, due occhi azzurri da farti distogliere lo sguardo, fianchi snelli, un culo da sogno e gambe lunghissime, sempre coperte da ampie gonne che ne mostrano le caviglie.
La guardo con un sospiro, poi mi rifugio da Kiko: ho bisogno di uno specchio. Ok, lo so, è una cosa da sfigati, ma è proprio qui attaccato all’ufficio e io ho bisogno di una controllata veloce alla cravatta. Entrando, mando un messaggio a Giulia: “Dammi cinque minuti e sono in ufficio”.
Una ragazzina che sta testando il nuovo fondotinta copribrufoli mi lancia un’occhiataccia: il mio corpo le blocca la visuale.
«Mi scusi, le serve qualcosa?»
La commessa supertruccata si avvicina pericolosamente, io sorrido e mi ricordo che sono in un negozio per sole donne. Ma mi serviva davvero questo specchio? Forse dovrei davvero levarmi dal cazzo.
Mentre lo penso mi squilla il telefono. È Giulia. Ha la voce preoccupatissima.
«Ale, ti devo dire una cosa prima che entri in ufficio, potrebbe farti male…»
«Ci sono altri specchi?» squittisce indispettita la ragazzina brufolosa, sperando che mi sposti in un angolo meno vitale. Tipo la porta d’uscita.
«Giulia, che succede?» chiedo, ignorandola. Cerco di restare calmo: Giulia è la mia migliore amica, la conosco da venticinque anni e so che non esordirebbe mai così in una telefonata senza un motivo.
«Ale…»
«Sì?»
«Va bene, non so come dirtelo, quindi lo dico e basta. Nella scrivania davanti alla tua c’è Lei. Ed è qui per restare.»
Ci sono più o meno tre miliardi e mezzo di lei al mondo, considerando che si tratta di tutta la popolazione femminile. Ma io so benissimo chi è la Lei di cui parla Giulia, di quella ce n’è una e non è possibile sbagliare.
Mi viene in mente una frase che mi ero appuntato sul bloc notes qualche mese fa, mentre ero in cerca di ispirazione: “Le persone nella nostra vita tornano sempre, prima o poi. Un po’ come le rondini”.
Parola chiave: RONDINI
Quando la luce si accorcia e arrivano le prime nevicate emotive, alcuni migrano verso più caldi orizzonti. Un giorno però ricevete un messaggio sul cellulare e il nome del mittente vi provoca un piccolo cortocircuito. Ci siamo passati tutti, no? Il ritorno degli ex è un grande classico intramontabile.
Bene, vi svelo un segreto. Le donne tornano per varie ragioni, gli uomini tornano per due motivi: o per il sesso, oppure per complicarvi la vita, rendervela un adorabile casino e fare sesso.