Run (versione italiana)
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Run (versione italiana)

  1. 256 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Run (versione italiana)

Informazioni su questo libro

Patina Jones è la ragazza più veloce della sua squadra di atletica, i Defenders. E non c'è da stupirsi: Patty ha tanti motivi per cui correre. Ci sono le compagne snob della nuova scuola, a cui dimostrare che anche lei, un giorno, diventerà qualcuno. C'è Maddy, la sua sorellina, a cui insegnare che in pista, così come nella vita, bisogna correre a testa alta. Ci sono Ghost, Sunny e Lu, novellini dei Defenders, da incoraggiare e sostenere. E poi c'è sua madre, che non potrà correre mai più. Ma quando le motivazioni sono tante, la pressione può salire alle stelle. Ce la farà Patty a correre così veloce da lasciarsela alle spalle? Dopo Ghost, premio Andersen 2019 come miglior libro oltre i 12 anni, Run è il secondo libro della serie di Jason Reynolds dedicata all'atletica. Bestseller del New York Times, i romanzi (che si leggono in maniera indipendente l'uno dall'altro) raccontano le storie di un gruppo di ragazzi veloci su pista, impetuosi nella vita. Per aprirsi la strada verso il successo dovranno prima dimostrare quanto valgono. Agli altri e a se stessi.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2019
Print ISBN
9788817118972
eBook ISBN
9788858697610

1

COSE DA FARE: Tutto (compreso dimenticarsi della gara e fare le treccine a mia sorella)
LA FALSA PARTENZA non esiste. Perché falsa vuol dire finta e non ci sono finte partenze in pista. O parti o non parti. O corri o non corri. Non c’è via di mezzo. Può esserci una partenza sbagliata. Ha già più senso, secondo me. È quando parti nel momento sbagliato. Scatti in anticipo e inizi a correre senza che ci sia nessuno a correrti dietro. Non c’è gara, a parte per il tuo cervello che giura che hai tutti alle tue spalle. Ma dietro non c’è nessuno. Non nella realtà. Nessuno ti sta inseguendo. Ecco che cosa intende la gente quando parla di falsa partenza. Una vera partenza al momento sbagliato.
E al primo meeting della stagione, nessuno lo ha capito meglio di Ghost.
Prima della gara, io e tutti gli altri eravamo a bordo pista a incitare e applaudire Ghost e Lu mentre si sistemavano ai loro posti. Questo, naturalmente, dopo che si erano già caricati a vicenda da soli, parlando tra loro come se in pista non ci fosse nessun altro. Fa un po’ ridere vedere come siano passati da tutti quegli sguardi di traverso di quando si sono conosciuti a quest’atteggiamento da amiconi, quasi fossero una gang composta solo da loro due.
Ghost e Lu, amici per la pelle. Sempre insieme, incollati. Li si potrebbe chiamare Glue, che in inglese significa proprio “colla”. Basta unire i loro nomi: Ghost e Lu, Glu… GLUE! Il soprannome perfetto per la loro banda di sfigati. Anche Lost non sarebbe male. Anzi, c’è stato un momento in cui ho pensato che sarebbe stato perfino più adatto. Soprattutto dopo quello che ha fatto Ghost.
All’inizio, ero convinta che avesse scelto il tempo alla perfezione. Credevo che fosse scattato dai blocchi nell’istante esatto dello sparo, come se sapesse in anticipo qual era il momento giusto. Come se se lo sentisse dentro. Però, non ha sentito il secondo, di sparo. O meglio, lo avrà pure sentito. È stato un bum bello forte. Era impossibile non sentirlo. Solo non sapeva che volesse dire che era scattato troppo presto, che aveva fatto una falsa partenza. Del resto, quella era la sua prima gara e quindi non aveva idea che il secondo sparo significasse smettere di correre e ripartire. E quindi… non l’ha fatto.
Ha corso tutti e cento i metri. Non ha capito che la gente non lo stava incitando, ma gli stava urlando di fermarsi, di tornare alla linea di partenza. Così, una volta tagliato il traguardo, ha alzato le braccia in segno di vittoria e si è girato con uno di quei sorrisi da un milione di denti, prima di accorgersi che gli altri corridori – quelli della sua gara – erano ancora all’inizio della pista. Ha guardato la folla. Tutti a ridere. A indicarlo. A scuotere la testa. E intanto lui chinava la sua. E fissava il fondo scuro della pista, il petto come se dentro ci fosse qualcuno a gonfiare un palloncino e poi a fare uscire l’aria, poi di nuovo a gonfiare, e di nuovo a fare uscire l’aria. Avevo paura che quel palloncino scoppiasse da un momento all’altro. Che Ghost esplodesse come faceva i primi tempi che era in squadra. E dal modo in cui continuava a stringere la mascella si capiva che era quello che voleva fare, o magari voleva soltanto continuare a correre, lontano dalla pista, fuori da quel parco, dritto fino a casa.
Coach Brody gli si è avvicinato e gli ha sussurrato qualcosa all’orecchio. Non so cosa. Probabilmente qualcosa tipo “è tutto a posto, è tutto a posto, calmati, sei ancora in gara. Ma se lo rifai, ti squalificano”. Forse no, conoscendo il coach sarà stato qualcosa di un po’ più profondo, tipo… non so. In questo momento non mi viene in mente niente, ma Coach Brody era pieno di pensieri profondi. E comunque, Ghost ha alzato la testa ed è tornato corricchiando alla linea di partenza, dove Lu lo aspettava con la mano tesa per dargli un cinque. Era ancora senza fiato, ma non c’era tempo per recuperare. Doveva rimettersi in posizione. Prepararsi a correre di nuovo.
Lo starter ha levato di nuovo la pistola in aria. Mi si è stretto di nuovo lo stomaco. L’uomo ha premuto di nuovo il grilletto. Di nuovo bum! E Ghost ha preso il volo. Era un po’ come se al posto delle gambe avesse due candelotti di dinamite, come se la prima corsa non fosse stata altro che l’accensione della miccia e ora quella fiammella avesse raggiunto l’esplosivo. E credetemi, Ghost… è proprio esploso. È scoppiato, nel senso migliore del termine. È schizzato fino al traguardo come un fulmine, ancora più veloce di prima, le scarpette d’argento sembravano scintille che sprizzavano dalla pista.
Prima gara. Primo posto.
Anche dopo una falsa partenza.
E se per falsa partenza si intende una partenza vera al momento sbagliato – nel senso che il momento sbagliato è troppo in anticipo – allora il mio deve essere stato un falso arrivo, che anche in questo caso non è un arrivo finto, ma un arrivo vero, solo… troppo in ritardo. Chiaro?
Se non lo è, ve lo spiego.
La mia gara veniva subito dopo. È da tre anni di fila che corro gli ottocento. È la mia gara. Ho un sistema, un modo di correrli. Esco dai blocchi forte e bassa e, quando mi rialzo, la mia falcata è regolare, ma mi tengo sempre un po’ indietro. Me ne sto tranquilla per il primo giro. Il passo. È su quello che gli ottocentisti si bruciano. Partono troppo veloci e al secondo giro sprofondano. Ho visto un sacco di ragazze crollare dopo aver strafatto nei primi quattrocento. Ma io ero più furba. Sapevo che l’inghippo sta nei secondi quattrocento. Quello che non sapevo, però, era quanto fossero veloci le ragazze di quel nuovo campionato. Non conoscevo niente del loro stato di forma. Così, una volta partite dopo il colpo di pistola, mi sono resa conto che il passo da tenere anche solo per stare in gruppo era più veloce di quello a cui ero abituata. “Ma, tanto” penso tra me e me, “queste ragazze sono stupide e saranno già stanche nel giro di venti secondi.”
Di trenta secondi.
Di quaranta secondi.
Niente da fare, anzi, dopo un po’ ero io che mi dicevo: “Oddio, sono stanca. Com’è che sono così stanca?”. Quando ci siamo ritrovate ai duecento metri finali, ho dovuto appellarmi alle mie ultime forze e darci dentro. E a quel punto ho acceso i razzi.
Ed ecco com’è andata.
Treccine, Testa Rasata, Coda di Cavallo e Codino, davanti a me. “Abbattile, Patty. Spingi, spingi, spingi, respira.” Treccine è al mio fianco ora. La folla urla il verso di sempre quando si viene superati – Vai! Vai! Vai! “Spingi. Spingi.” Treccine è andata. Ancora cento metri. Bocca spalancata. Occhi spalancati. Falcata spalancata, anche quella. “Abbattile, Patty.” Le braccia che pompano, che frustano l’aria davanti a me come se fosse acqua. Testa Rasata sta rallentando. La sua testolina a forma di pisello ciondola a destra e a sinistra come se si dovesse staccare da un momento all’altro. È stanca. Finalmente. Vai! Vai! Presa. Ancora due. Coda di Cavallo mi sente arrivare. Probabilmente riesce a sentire i miei passi in mezzo alle urla della folla. Sa che sono vicina e a quel punto commette l’errore più grande che si possa commettere – quello che ogni allenatore ti dice di non fare mai –, si volta. Ma quando ti volti, automaticamente perdi la falcata e ti incasini mentalmente. E appena Coda di Cavallo si è guardata alle spalle, gli incitamenti sono ricominciati come una sirena. Vai! Vai! Vai! Cinquanta metri. Proprio così, sto arrivando. “Abbattile, Patty.” Sto arrivando. Vedevo Codino proprio davanti a lei, quel ciuffetto di capelli dietro la testa sembrava la lingua di un serpente. Stava per finire il fiato. Lo capivo da come correva scomposta. Anche per Coda di Cavallo era lo stesso. Era lo stesso per tutte. Ma quel che era peggio per me era che stava per finire anche la pista.
Ho superato Coda di Cavallo per un pelo – secondo posto – poi sono crollata. La gente intorno esultava e saltellava sulle gradinate, diventando in un attimo un’unica macchia ondeggiante di colore, mentre a me salivano le lacrime. Seconda? Uno stupido secondo posto? Bleah! Ma non avrei pianto per nessun motivo. Fidatevi, avrei voluto, le lacrime premevano contro le palpebre, ma non avrei pianto. Avrei voluto prendere a calci qualcosa, ero così furiosa! Coach Whit mi ha raggiunto e mi ha aiutato ad alzarmi e, una volta in piedi, mi sono liberata di lei con uno strattone e mi sono trascinata zoppicando fino alla panchina. Avevo le gambe in fiamme e indolenzite, ma avevo voglia lo stesso di prendere a calci qualcosa. Magari rovesciare a calci la panchina. Prendere a calci quelle stupide fettine d’arancia che aveva portato la mamma di Lu. Qualunque cosa. E invece mi sono seduta, e per tutto il resto delle gare non ho detto una parola. Sì, sono una che non sa perdere, se ci tenete a metterla così. Per come la vedo io, è solo che mi piace vincere. Voglio soltanto vincere. Tutto il resto è… falso. Finto.
Ma reale.
Così reale che non mi andava di parlarne neanche il giorno dopo andando in chiesa. Con nessuno. Nemmeno con Dio. Avevo passato tutta la mattinata a fare le treccine a Maddy, proprio come la mamma le faceva a me quando ero piccola. L’unica differenza è che la mamma aveva le dita grosse e mi faceva le treccine come se cercasse di strapparmi le punte o provasse a farmi diventare calva. Con frasi tipo “devo stringerle forte, così non si sciolgono.” Sarà. Io a Maddy le stringo molto meno eppure riesco a far fuori una testa piena di capelli in mezz’ora, se lei se ne sta seduta ferma. Cosa che non fa mai.
«Quante ancora?» ha squittito Maddy, contorcendosi sul pavimento davanti a me.
«Ho quasi finito. Stai un po’ ferma, così…» Ho preso il barattolo di perline e gliel’ho agitato accanto all’orecchio come uno di quegli affari spagnoli che si scuotono. È bastato quello, si è calmata e si è lasciata piegare la testa in avanti per farsi intrecciare l’ultima parte, quella di ricci fitti fitti attaccati alla base del collo. Ho affondato il dito in quella schifezza viscida sul dorso della mia mano e l’ho spalmata sulla testa di Maddy, massaggiandola. Poi ho passato il gel in quel cespuglio di capelli rimasti, li ho tirati per lisciarli e poi li ho lasciati andare, osservandoli mentre si arricciavano di nuovo in una nuvola di zucchero filato marrone scuro.
«Che colore vuoi?» ho chiesto, separando i capelli in tre parti.
«Ummm…» Maddy si è portata un dito al mento, fingendo di pensare. Ho detto fingendo perché tanto lo sapeva benissimo che colore volesse. Era quello che sceglieva tutte le settimane. Anzi, era l’unico colore nel barattolo.
«Rosso» abbiamo detto tutt’e due nello stesso momento, io, naturalmente, con un po’ più di sarcasmo e un po’ meno entusiasmo. Maddy ha provato a voltarsi di scatto e farmi una smorfia, ma io ero a metà delle treccine.
«Uh-uh. Stai ferma.»
Poi è stata la volta delle perline. Oggi trenta treccine. Quindi tre perline rosse per ogni treccina. Novanta perline. Ho usato dei pezzettini di stagnola sulle punte per non far scivolare le perline, anche se lo sapevo che sarebbero scivolate lo stesso. Ma chi ce l’ha il tempo di usare quei mini elastici? Io no. E Maddy ancora meno.
Quando abbiamo finito, Maddy ha fatto quello che faceva sempre – è corsa in bagno. Io l’ho seguita, come facevo sempre, e l’ho sollevata per farla guardare allo specchio. Lei ha sorriso, la bocca come un pianoforte con un solo tasto nero, un dente davanti che mancava. Poi è corsa di nuovo in soggiorno e ha lanciato un bacio a una fotografia appoggiata sul tavolo accanto alla tv – la stessa fotografia tutte le volte – io alla sua età, sei anni, con un gran sorriso, un dente mancante, le treccine, le perline rosse e la stagnola sulle punte.
Faccio i capelli a Maddy tutte le domeniche per due ragioni. La prima è perché Momly non sa farli. Fosse per lei, i capelli di Maddy sarebbero due cespugli afro tutto il tempo. Oppure glieli avrebbe già rasati del tutto. Non è che non le importi. Certo che le importa. È solo che non sa proprio cavarsela con capelli come quelli di Maddy – come i nostri. Mamma sì, ma Momly… no! Non ha mai dovuto occuparsi di niente del genere prima, e non c’è un manuale di istruzioni per bianchi che spieghi come fare con le capigliature dei neri. E suo marito, mio zio Tony, non è di nessun aiuto. Da quando ci hanno adottato, tutte le volte che nomino i capelli di Maddy, lo zio Tony dice sempre la stessa cosa – lascia perdere. Come se poi ci andasse lui a sedersi in fondo alla classe di Maddy a dire qualcosa a tutte quelle bulle di sei anni piene di mollette. Me lo vedo proprio. Ma per fortuna di tutti, e specialmente di Maddy, io so il fatto mio. È da tutta la vita che sono una ragazza nera.
L’altra ragione per cui faccio sempre i capelli a Maddy ogni domenica è perché è il giorno in cui incontriamo la mamma, e alla mamma non va di vedere Maddy come “se fosse la figlia di nessuno.” Così, finiti i capelli di Maddy, ci vestiamo. Nel senso che ci vestiamo per bene. Ma proprio per bene. Maddy si mette uno di quei vestiti per la messa e un paio di scarpe di vernice bianca, di quelle che la maggior parte della gente indossa solo a Pasqua, ma per noi – per la mamma – ogni domenica è come la domenica di Pasqua. Anch’io mi metto un vestito e mi passo un pettine tra i capelli finché non collaborano. E poi mi infilo un paio di brutte ballerine, piatte e nere, perché la mamma non vuole che “sembri precoce nella casa del Signore”. Poi Momly ci porta a Barnaby Terrace, il mio vecchio quartiere, dall’altra parte della città.
Barnaby Terrace è… normale. Non saprei cos’altro dire su Barnaby Terrace a parte il fatto che non c’è davvero niente da dire. Non ci sono ricchi in giro, questo è sicuro. Ma non ci sono neanche poveri. Sono tutti normali. Persone normali che hanno lavori normali e figli normali che vanno in scuole normali e che crescendo diventeranno persone normali con lavori normali e così via. E forse anche per me era tutto abbastanza normale, fino a sei anni fa. Seguitemi. Avevo appena compiuto sei anni e io e mio padre stavamo partecipando a una di quelle nostre famose feste con i cupcake invisibili. Avete presente le feste nei vecchi programmi tv dove le ragazzine prendono il tè, ma nelle tazze il tè non c’è? Ecco, qualcosa di simile. Solo che io non ce l’avevo un servizio da tè e mia mamma non ci lasciava usare le tazze vere, che poi erano tazze da caffè spaiate, e in più mio padre diceva sempre che il tè non è buono da bere neanche per finta. E allora tanto valeva fingere di mangiare. E cosa c’era di meglio dei cupcake da mangiare per finta? E infatti mangiavamo sempre quelli – cupcake immaginari.
Quella sera mia madre ha interrotto presto la festa perché l’indomani c’era scuola, e in più lei era incinta di Maddy a quel tempo e aveva bisogno che mio padre le massaggiasse i piedi. Così lui mi ha sussurrato all’orecchio: «Dormi bene, Patatina, tua mamma e Biscottino hanno bisogno di me». Quindi mi ha dato il bacio della buonanotte, prima sulla fronte, poi su una guancia, poi sull’altra guancia. Non so cosa sia successo dopo. Secondo me, dopo aver strofinato i piedi della mamma, ha dato anche a lei il bacio della buonanotte. E a Maddy, il cosiddetto Biscottino che probabilmente se ne stava tutta agitata nella pancia della mamma. Scommetto che papà le ha sbaciucchiato l’ombelico e poi si è girato dall’altra parte e si è messo a dormire.
Ma non si è mai svegliato.
Nel senso di… mai.
È stato assurdo! Se avessimo potuto bere il tè per finta dalle tazze vere di mia madre, quella mattina le avrei rotte in mille pezzi dopo che la mamma mi ha svegliato, il viso rigato dalle lacrime, e mi ha detto d’un fiato: «È successo qualcosa». Le avrei scaraventate a terra una per una, quelle tazze. E qualche altra l’avrei frantumata due anni dopo, quando a mia madre hanno tagliato due dita del piede destro. E poi sei mesi dopo, quando le hanno tagliato tutto il piede. E sei mesi dopo ancora – tre anni fa – quando le hanno troncato tutt’e due le gambe, con il risultato che quella stupida credenza sarebbe rimasta tutta vuota. Tazze rotte dappertutto. E niente da cui bere.
Ma non l’ho fatto. Invece, ho mandato giù. Sperando che fosse tutto in qualche modo invisibile, fingendo… qualcosa. Ma non lo era. E, giusto perché non vi facciate un’idea sbagliata, non è che mia madre ci tenesse a farsi tagliare le gambe. Aveva lo zucchero. A essere precisi è una malattia che...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
  11. 9
  12. 10
  13. 11
  14. 12
  15. 13
  16. 14
  17. 15
  18. 16
  19. RINGRAZIAMENTI
  20. Copyright