Sono passato davanti ai manifesti dei morti: Glauco Santa Costanza, Spartaco Pennabilli. Martina non può essere morta, mi son detto, i nomi dei morti sono sempre strani, e Martina Mora è un nome normalissimo.
Anche la nonna è morta perché aveva un nome strano e perché papà andava troppo forte e aveva piovuto. Pioveva pure il giorno del suo funerale: io ero in ospedale e guardavo la finestra piangere. C’era in me un vuoto freddo e grigio che era come un sonno che non vuoi dormire, un abbraccio che non vuoi ricevere. Il silenzio era rotto dalla voce di un bambino che sdraiato nel letto accanto al mio faceva un videogioco di mostri e diceva di continuo: «Crepa». Si sentiva il rumore del vento. Ogni tanto veniva un’infermiera, mi toccava la fronte e mi dava da bere.
In piazza c’era un furgone con le antenne tonde, una ragazza con un microfono in mano faceva su e giù mentre telefonava. C’era uno sfacelo di persone. La gente del paese s’era fiondata in strada e chiacchierava fitto. Gente che non si parla mai, gente che Martina la conosce appena. Quando sono arrivato a casa ho trovato Lucio in giardino: doveva aver sentito la notizia in TV. Non l’ho considerato, ero già abbastanza agitato, e magari lui era pure capace di fare il dispiaciuto… Lui che non la sopporta, Martina, e non ha mai perso occasione per farmi notare che ride come una gallina o che ha gli occhi marroni (e gli occhi marroni, si sa, fanno poca bellezza), e diecimila altri difetti che vede soltanto lui.
«Due minuti» gli ho detto, e sono andato in cucina per farmi un panino, sperando che nel frattempo PUF! sparisse. Che sparisse la persona giusta questa volta.
Sentivo come un nulla in mezzo al petto, che mi usciva da dentro e avvolgeva le cose, il tavolo, la stanza. Sono tornato fuori e ho cominciato a mangiare. Un moscone mi faceva friggere la testa. Lucio passava il dito sul muro scorticato del giardino, dove le spaccature disegnano una scimmia. Aveva il suo bel discorsino pronto in bocca, sentivo che mi fissava. Ogni tanto mi scendeva giù una lacrima, tra un morso e l’altro soffiavo fuori l’aria.
Alla fine s’è deciso. «Stava sempre con i grandi» ha detto. «Per me s’è messa in qualche brutto giro…»
L’ho guardato malissimo: appollaiato sulla sua carrozzina sembrava l’uccello del malaugurio, che parla parla e che non vola mai. Non doveva dirlo che Martina s’è messa in qualche brutto giro. Portava iella Lucio. Sono rimasto zitto e ho morso il panino più forte che potevo. Volevo filare via prima possibile.
«Che hanno detto in TV?» gli ho chiesto. Era l’unica cosa che mi interessava.
«Hanno detto che è come sparita nel nulla.»
Per terra sono sbucate delle formiche e hanno puntato le mie briciole. Le spaccature del muro ora sembravano l’America. Lucio ha capito che non era il caso di parlare e ha tirato fuori un fumetto da una delle sue sacche. S’è rannicchiato e ha cominciato a sfogliarlo, muovendo la bocca come fa quando legge in silenzio.
Io pensavo a Martina. Sarà scappata? Sarà stata rapita? I carabinieri cercano le persone scomparse con gli elicotteri, e in genere c’è anche la TV che li aiuta, eppure non le trovano mai.
Finito il panino, senza neanche salutare Lucio, sono salito in bici, direzione grotta. Volevo tenere d’occhio la sua casa con il cannocchiale, metti che nel frattempo era tornata. Me ne sarei accorto dal trambusto che ci sarebbe stato. Trambusto però non ce n’era, nel cortile c’erano solo due macchine: una era della mamma di Martina e l’altra dei carabinieri. Che ci facevano lì? Invece di andare in giro a cercarla stavano a casa sua?
Mi sono messo a sedere e ho appoggiato la testa alla roccia. Tanti rumori piccoli formavano un silenzio grande: vento, insetti, uccelli, macchine in lontananza. Il mare muoveva le sue barche piano piano. Il cielo aveva due o tre nuvole soltanto e le teneva ferme. Non la troveranno mai, mi è venuto da pensare. Era una di quelle cose che non puoi sapere ma che senti dentro, e sei sicuro che succederanno. Come quando sapevo che mamma e papà si sarebbero separati anche se loro dicevano di no, o come quando, dopo l’incidente, la gamba è rimasta zoppa anche se il dottore diceva che sarei tornato a correre come prima.
Siediti tu resteranno le uniche parole che Martina mi ha detto in tutta la sua vita, e io non potrò più vedere la luce dentro un’altra luce dentro un’altra luce accesa nei suoi occhi. I suoi capelli, la sua maglietta viola, il suo profilo quando sorrideva. Non è giusto, accidenti. Mi bastava vederla tutti i giorni per star bene, per volerle bene! Mi veniva da piangere e per farlo meglio mi sono tolto gli occhiali e mi reggevo la testa con le mani. Le lacrime erano lacrime giganti, più grandi degli occhi, come i primi goccioloni dei temporali al mare. Più piangevo, più sentivo il bisogno di sdraiarmi, mi era venuta una stanchezza che era come una voglia di svanire, di non esserci più.
Poi nella grotta è entrata una farfalla. Senza occhiali e con gli occhi zuppi la distinguevo appena, sulla parete grigia. È stata ferma a lungo, come se non ci fossi, e da principio non mi interessava, ma lei restava lì, forse era stanca anche lei, e allora mi sono asciugato la faccia e ho rimesso gli occhiali. Non ne avevo mai vista una così grande e così bella, piena di colori. Non so cosa sia successo, ma nel guardare la farfalla quella cosa che sentivo dentro, che Martina non l’avrebbero trovata mai, ha lasciato il posto alla voglia di cercarla.
Devi essere matto, ha detto Lucio.
Bravo Ernesto, ha detto la nonna.
Forse ci potevo provare davvero, ero bravo a cercare: avevo tanta pazienza e la testa durissima. Ho preso un quaderno dallo zaino e in una pagina nuova ho scritto:
Martina
Poi, dopo aver ciucciato la penna per concentrarmi bene, ho fatto uno schema.
«Fare degli schemi è fondamentale per organizzare i pensieri» dice il Giglio, e io ne avevo in testa uno sfacelo. Quando ho finito di scrivere erano tutti fermi sulla carta, pronti per essere studiati.
- Scappata vicino al paese: potrei cominciare subito a cercarla, con un cane. Forse basterebbe il cane dei clandestini, ce l’avrà un po’ di fiuto, potrei farmelo prestare. Ma perché è scappata senza dire niente nemmeno a Sara-con-la-h? Se sapeva qualcosa Sara-con-la-h l’avrebbe detto ai carabinieri e non si sarebbe coperta la faccia con le mani. Forse Martina è arrabbiata o ha litigato con sua madre. Forse è scappata per amore. Oppure vuole stare da sola per un po’, semplicemente. Come me, che invece di scappare tutto in una volta, scappo un pochino tutti i giorni, qui alla grotta.
- Scappata lontano dal paese: in questo caso il cane non serve, di solito per scappare lontano si prende il treno e si finisce in qualche grande città. Dovrei informarmi alla stazione se l’ha vista qualcuno, dovrei fare la fotocopia ingrandita della foto di classe. Scappare lontano significa che non si vuole tornare più, ma capita che si cambia idea, per via della solitudine.
- Scappata a distanza media: si scappa in treno, ma ci si ferma presto. Io se scappassi a distanza media mi nasconderei in qualche baracca sul mare, oppure nelle fogne, come una Tartaruga Ninja.
- Rapita dal padre: il padre di Martina non l’ha mai visto nessuno. Salvo ha detto che da giovane è stato in prigione. La nonna una volta parlava di lui con una sua amica e lo ha chiamato quel filibustiere. Magari l’ha rapita perché la vuole con sé.
- Rapita da qualche conoscente/amico: potrebbe essere stato quell’Enea Dita Lerce, si vede lontano un chilometro che è innamorato di lei. Magari a lei non piace e allora lui l’ha rapita e la tiene nascosta nella sua officina, per toccarle le ginocchia in santa pace con quelle sue dita lerce. Potrebbero essere stati anche Pelo e il Nasuto: magari hanno perso la testa per lei dopo che l’hanno vista nuda sotto la doccia.
- Rapita da un maniaco: di sicuro in paese qualche maniaco c’è. Certi vecchietti del bar, bavosi, o il Pelliccia, il mio vicino di casa. Si mette sempre a fissare le bambine, quando siamo tutti insieme in piazza, e si accarezza quella sua pappagorgia enorme e spelacchiata, come il becco di un pellicano.
- Rapita dalla mafia: o l’hanno rapita per chiedere un riscatto (ma la sua mamma è povera), o per fare un dispetto a suo padre (magari in galera ha fatto qualche sgarro). Un’altra possibilità è che sia stata rapita dalla mafia per la sua bellezza, per venderla a uno sceicco. In TV ho sentito che gli sceicchi possono avere un sacco di mogli giovanissime, che le possono scegliere e ordinare come se fossero giocattoli. Voglio questa, voglio quella. Come su un catalogo.
- Rapita dagli alieni: certe volte gli alieni vengono sulla Terra e risucchiano sull’astronave una persona a caso per fare degli esperimenti. Quando li hanno finiti risputano la persona dove l’hanno presa e lei non si ricorda nulla: crede di aver dormito e di aver fatto un sogno.
- Rapita dagli zingari: i vecchietti del bar dicono che gli zingari rapiscono i bambini piccoli e li vendono, interi o a pezzi (occhi, milza, fegato), ai signori ricchi che non li possono avere o che ne hanno uno malato. Altri bambini invece se li tengono per chiedere l’elemosina o per farli passare dalle finestre e rubare negli appartamenti. Martina non è un bambino piccolo, ma non si sa mai: forse avevano bisogno di una bella ragazza da ficcare in qualche luna park. Anche se in paese si vedono solo per la Festa della Madonna della Panca magari sono venuti apposta, per portarsela via. Mah! Sarà vero? Io non ci credo mica a quello che dicono i vecchietti, quelli sono buoni solo a lamentarsi e a dire che i giovani sono maleducati.
- Morta in un fosso, nel mare, in un pozzo: non ci voglio nemmeno pensare. Sono deficiente e scemo solo ad averlo scritto.
Mi sono alzato e ho raccolto le mie cose. Non lo sapevo se ora i miei pensieri erano organizzati, ma sapevo che la volevo cercare. Devi essere matto, ha detto Lucio di nuovo, se l’ha rapita qualcuno ti ammazzerà! Ma Lucio era solo una voce lontana. Era rischioso ma non mi importava. Se aspettavo che la trovassero i carabinieri, campa cavallo. Pazienza se i rapitori mi ammazzavano, avrei fatto ricredere un sacco di persone. “Che ragazzo coraggioso!” avrebbero detto inzuppando di lacrime i microfoni. “Un angelo!” Da morto mi avrebbero adorato, e io, dentro la bara, sarei stato la persona più felice del mondo: Martina salva e io un eroe!
Ho fatto la discesa a capofitto, si cominciava dal punto 1. Scappata vicino al paese, e Filippo era l’unico cane che potevo prendere in prestito. Non mi sono mai piaciuti i cani, contengono le pulci. Non sono belli da accarezzare come i gatti, e con quei denti appuntiti mi hanno sempre fatto paura. Il più terribile di tutti è quello che mi ha quasi azzannato a casa di Martina, ma anche i cani di Mingo sono micidiali: una volta Lucio ha rischiato di essere sbranato, carrozzina e tutto, perché era rimasto incastrato con le ruote nel viottolo dove passa il gregge. Filippo comunque è diverso: rotondo, col pelo bianco e nero, ha l’aria di uno che al massimo fa una puzzetta di nascosto, in santa pace. Sta sempre sdraiato a sonnecchiare o a leccarsi quel suo pisello ripugnante. Se il fiuto è come la vista che più la usi più si consuma, Filippo stando a dormire tutto il giorno, ce l’ha ancora come nuovo.
La prima persona che ho visto alla Casa della Pace è stato Joseph. Era seduto in cortile e mangiava una fetta di cocomero (mangiano anche il bianco, del cocomero, i clandestini), con i piedi nudi sudici per terra e i sandali a qualche metro.
«Ciao» gli ho detto. «Hai visto Filippo?»
Lui ha scosso la testa, io ho appoggiato la bicicletta al muro e mi sono guardato in giro. La casa sembrava deserta, il furgone degli operatori non c’era.
«Dove sono tutti?» ho chiesto ancora a Joseph.
«Centro commerciale» ha risposto pulendosi la bocca con il braccio.
«È andato anche Elien?»
Joseph ha sbuffato e continuando a masticare ha detto: «Camera sua.»
Sono entrato. C’era odore di pasta in bianco e si sentiva il ronzare della TV al piano di sopra. Nel salone non c’era nessuno: soltanto due zanzare, ferme sul muro bianco. Le zanzare non sanno camminare, o volano o stanno ferme sui muri. Ho fatto le scale di corsa. Nella stanza della TV c’era un ricciolino che guardava un film e mi ha squadrato senza salutarmi. Le porte delle camere erano tutte spalancate meno una. Ho bussato ed Elien mi ha detto di entrare. Era a torso nudo, stava facendo i pesi. Sul letto c’era talmente tanta roba ammucchiata – maglie, mutande, un telo da mare con una pantera, il pezzo di uno scooter su un foglio di giornale – che mi sono chiesto se la notte ci dormiva o no.
Sembrava un po’ scocciato, ma quando gli ho raccontato cos’era successo, ha appoggiato i pesi – anche quelli sul letto! –...