Garuda
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Garuda

  1. 304 pagine
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Garuda

Informazioni su questo libro

Seduto a gambe incrociate, ammiro le onde che s'infrangono laggiù, in fondo alla baia, fuori dal reef. Sono felice, in armonia con l'oceano. È questo il luogo che cercavamo. Viaggiare per scoprire un angolo di mondo sconosciuto. Inseguire le mareggiate, una dopo l'altra, alla ricerca dell'onda perfetta. Ascoltare la voce interiore. Perdersi, per poi ritrovarsi. È questo lo spirito con cui Winki, Marco e Luca partono in moto con la tavola da surf e lo zaino in spalla, alla volta delle isole indonesiane. Garuda è il racconto di un'avventura che porterà i tre amici ad attraversare villaggi sperduti, campi di riso a perdita d'occhio, fitte foreste e strade di montagna, con un'unica destinazione: le acque cristalline dell'Oceano Indiano. Un viaggio fuori dal tempo in cui a dettare le regole sono solo l'alba e il tramonto, nel rispetto di una natura ferita eppure ancora incredibilmente selvaggia. Perché per cavalcare un'onda bisogna ascoltare l'universo, rimettendosi in gioco ogni volta: aspettare e poi lanciarsi, mantenere l'equilibrio, accettare di cadere - ma solo per ricominciare, con ironia e spensieratezza. Winki, giramondo e surfista dell'anima, racconta un percorso fisico e spirituale, un'esperienza di riconnessione con il cosmo all'insegna della libertà e dell'amicizia, per riscoprire se stessi grazie al mare e alla sua forza.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2019
Print ISBN
9788817141796
eBook ISBN
9788858697870

Comincia l’esplorazione

L’area di Bondo Kodi è considerata poco sicura e piena di fuorilegge. Sembravamo d’accordo nell’evitarla, ma a quanto pare tutti e tre siamo attratti da un posto lì vicino. Il piano sarebbe quello di avvicinarci alla zona a rischio, costeggiandola, senza addentrarci, come se i criminali fossero chiusi nei recinti. Abbiamo la vana speranza che tre uomini in forma accompagnati dai rispettivi machete in bella vista, come si usa da queste parti, non siano il target del primo pugno di farabutti in giro.
Come non detto! Forse neanche dieci chilometri di strada di campagna dopo aver lasciato Waitabula, incrociamo due ragazzi in motorino, quello che guida ha a tracolla un bel fucile a canne mozze. Impossibile descrivere la faccia che indossa.
In stato di massima allerta, attraversiamo una delle zone rurali tropicali più intatte e caratteristiche che abbia mai visto. Non c’è traccia di alcunché di occidentale, a parte i motorini e qualche mezzo a quattro ruote che incrociamo o sorpassiamo ogni tanto. Se in chiesa abbiamo fatto un salto nel passato di una trentina d’anni, stavolta è di almeno trecento. Approdiamo in uno scenario senza tempo rimasto invariato per chissà quanti secoli.
Vediamo tantissimi bufali d’acqua, molti cavalli, le immancabili galline, e innumerevoli facce. Facce caratteristiche, con espressioni e tratti tribali… Le abitazioni sono quelle tipiche in bambù con il tetto in paglia, anche se alcune sono fatte in mattoni chiari grezzi a vista. Un’atmosfera senza tempo nella luce del mattino e il verde ovunque. Campi, la foresta che costeggiamo alla nostra destra, e le piante attorno alle case. Quante foto non scattate. Quanti scorci, quanti sorrisi, quanti saluti e occhi sorridenti, ma anche sguardi duri e impenetrabili. Io sorrido a tutti, anche se talvolta incontro sguardi seri.
Le strade asfaltate di Sumbawa qua ce le siamo dimenticate in fretta, questa carretera è una viuzza stretta piena di buche. È difficile descrivere a parole la bellezza attraverso la quale viaggiamo e la sensazione di essere fuori dal tempo ci pervade.
Passiamo sopra qualche ponte e ogni volta che incontriamo un bivio ci fermiamo per chiedere informazioni. Non usiamo una cartina dell’isola per il semplice fatto che non ne abbiamo trovate. In compenso ci siamo procurati un paio di fogli stampati da internet con alcune strade segnate. Per fortuna due membri su tre dell’equipaggio sanno l’indonesiano. Senza la conoscenza della lingua locale, sarebbe difficile cavarsela.
Ma dove stiamo andando? È davvero importante? Abbiamo una direzione: l’angolo sudovest dell’isola, e per ora sembra bastarci.
Una striscia di prato raso al suolo dal fuoco fuma ancora a bordo strada. Due maialini con mamma scrofa se la danno a zampette levate al nostro passaggio. Una bambina ci fissa stralunata come se avesse visto degli alieni, e forse per lei un po’ lo siamo. Un gallo insegue una gallina tra gli alberi. Case tipo palafitte, sempre di bambù e paglia, che sembrano star su per miracolo. Un cavallo rumina su un prato verde. Alcune capre con differenti pezzature di pelo belano. Una signora mi fissa con la bocca spalancata color rosso sangue… noce di Betel? Lo spero. Un carretto tirato da un cavallo con un ragazzo fiero, al trotto.
Erba alta ancora verde, banani disseminati lungo la strada, palme da cocco e altri alberi esotici che non conosco. Poi alberi di papaia che invece conosco bene e ancora bufali d’acqua che pascolano, il manto scuro coperto da una crosta di fango. Alcune tombe tradizionali spuntano qua e là proprio davanti alle abitazioni. Tanti, tanti sorrisi e mani alzate in segno di saluto al passaggio dei tre cavalieri, il regalo più bello di questa prima parte del viaggio.
Dopo un tempo indefinito…
Oltrepassato un mercatino dislocato lungo la strada principale e una folla di gente impegnata in una qualche funzione, che non riusciamo a capire quale sia esattamente, la strada finalmente punta verso il mare, che ci appare davanti all’improvviso.
È una discesa vertiginosa, una rampa ripidissima, che ci costringe a scendere con le marce più basse e i freni tirati. Tutto a un tratto ci ritroviamo in spiaggia, l’unica degna di tale nome da quando siamo sbarcati.
Costeggiamo l’oceano seguendo l’unico sentiero che sembra proseguire verso est, poi però muore in fretta nella foresta.
Non crediamo ai nostri occhi: a destra un’incantata spiaggia a mezzaluna, di sabbia chiara. Qualche tetto tradizionale a punta si intravede tra le palme dall’altra parte della baia, forse a pochi chilometri da dove siamo noi. Parcheggiamo in una piccola radura tra gli alberi alla fine del sentiero. Sembrerebbe il luogo ideale per accamparsi e non abbiamo neanche dovuto cercarlo. Dettaglio da non trascurare: davanti al nostro ipotetico campo base, una potenziale onda sinistra niente male, anche se per il momento non sembra in condizioni ottimali per via della marea molto alta e del vento proveniente dal mare, mentre le condizioni ottimali si hanno quando il vento proviene dalla direzione opposta alle onde, in modo da lisciarne le pareti e renderle regolari.
Ci guardiamo in preda all’euforia tutti e tre, e all’unisono, con qualche urlo di gioia, decidiamo di accamparci. Possiamo solo immaginare come possono diventare belle le onde, probabilmente al tramonto, quando il vento calerà, o al mattino presto con l’inversione termica che solitamente si verifica.
Segni umani? Solo un ragazzo poco più in là che sta spalando sabbia in attesa che l’autocarro, incrociato mentre scendevamo, torni a riempire il carico. Sembra davvero un posto tranquillo, un luogo fuori dal comune, di una bellezza che ci lascia sconcertati. Stupiti per la facilità con cui l’abbiamo scovato, siamo davvero euforici.
All’inizio avevamo pensato di evitare questa zona, o meglio l’area di Bondo Kodi vera e propria, ma la mia vocina interiore mi aveva sussurrato che qua c’era qualcosa di speciale ad aspettarci. Non è facile mettere d’accordo tre teste, con Marco ho già viaggiato, con Luca mai, e finora mi sono lasciato guidare da loro. Ora sono contento che abbiano deciso di fidarsi del mio sesto senso, grazie al quale siamo approdati in questo angolo di paradiso.
Mentre Luca e Marco montano le rispettive tende sull’erba a ridosso della spiaggia, io mi faccio spazio con il machete tra due alberi per poter appendere l’amaca da viaggio già testata a Lombok. Un letto esclusivo da 5 Million Star Hotel. Altro che cinque stelle, avrò tutte le stelle che voglio sul soffitto della volta celeste!
Pulisco dalla sterpaglia la zona adiacente ai due alberi che ho scelto, fino a quando uno dei primi curiosi che ci raggiunge non mi chiede il machete. Non capisco da dove siano usciti fuori, dato che nei dintorni non sembravano esserci abitazioni, tantomeno mezzi. L’amico appena acquisito non sembra avere cattive intenzioni, anzi, e mi fa capire a gesti che vuole farlo lui per me. Non vorrei sembrare maleducato rifiutando la sua offerta, quindi gli porgo il machete. Lui taglia e io raccolgo.
Creiamo insieme lo spazio necessario per l’accampamento e per l’amaca, di cui sono davvero orgoglioso. Sarà la prima notte in cui la userò sull’isola, non vedevo l’ora.
Mentre Marco fa la guardia al campo e finisce di sistemare la tenda, Luca e io andiamo al “villaggio”, non più di quattro capanne, a fare provviste. Abbiamo delle scorte di riso e cibo vario, ma l’idea è quella di tenere le cose che ci siamo portati come riserva per i momenti in cui non ci sarà la possibilità di acquistare altre vettovaglie.
Veniamo accolti come delle divinità: tutti i ragazzini e bambini che erano in giro al momento del nostro arrivo si radunano attorno a noi e così ci ritroviamo circondati in un battito di ciglia da sorrisi e curiosità.
Entrati nella casa-negozio, nulla di ciò che stiamo per comprare suscita in me il minimo interesse. Speravo così tanto in frutta e verdura fresca, invece la nostra spesa consiste in biscotti vari, noodle istantanei, e due pacchi di sigarette per il furbetto che ci accompagna e le infila nel conto con nonchalance. Si chiama Ryan e ci ha fatto da guida per arrivare alle quattro capanne. Se fosse stato per me non l’avrei certo ricompensato con le sigarette, anche perché costano più del cibo che non mangerò. Non è mancanza di generosità, solo praticità. Poi le sigarette non le ho mai comprate a nessuno: ognuno può suicidarsi come crede, ma senza il mio contributo. Per non dire che abbiamo pochissimi contanti e sarebbe meglio usarli con parsimonia, almeno fino a quando non avremo di nuovo la possibilità di prelevare.
Ryan il furbetto ha dodici anni ed è molto sveglio. Quel genio di Marco ha insistito non solo che prendessimo la sua moto, perché ha il portapacchi più capiente del mio, ma anche di far guidare lui, senza verificare però che avesse mai usato una moto con le marce… Così Luca è venuto con il suo scooter e a me è toccato sobbalzare dietro Ryan, che ha fatto tutto il tragitto in prima, strattonando. È riuscito a prendere tutte le buche che c’erano, mettendo a dura prova sia i gioielli di famiglia sia la pazienza. Al ritorno gli ho fatto capire che avrei guidato io senza se e senza ma… e me lo sono trovato attaccato alla schiena come la mamma scimpanzé con il suo piccolo.
Una volta tornati all’accampamento, abbiamo avuto modo di constatare che il gruppetto di curiosi è divento più numeroso, allora abbiamo deciso, per avere un po’ di tranquillità, di andare a testare tutti e tre le onde.
Così avremo anche modo di vedere come si comportano i locali con la nostra roba.
È la prima volta dall’inizio del viaggio che surfiamo tutti e tre insieme. Le onde non sembrano per niente male e ci divertiamo a condividere una bella session spensierata.
Sono il primo a uscire dall’acqua, dopo un paio d’ore, e vengo accolto come una superstar… Noto con piacere però che il momento di massima esaltazione del nostro pubblico è quando Luca o Marco cadono dall’onda: per loro è quella la parte più divertente.
Arriva un anziano con un dente sì e uno no e la bocca rossa di noce di Betel. Ha la faccia simpatica e prova a comunicare con me; peccato che io sia il più scarso dei tre in indonesiano, così cerco di fargli capire che il mio bahasa è davvero carente. Ride e continua a farmi domande, come se nulla fosse.
Ho davvero tanti occhi puntati addosso. Credo che si sentissero così i primi esploratori che sono venuti a contatto con le tribù più selvagge della Terra. Loro mi guardano, io sorrido. Mi parlano, ascolto. Mi parlano ancora, li guardo sorridente. Poi curiosano e ispezionano la moto, l’amaca e la tavola. Sorrido.
Arriva Luca finalmente e grazie alla sua padronanza della lingua il gruppetto si sposta attorno a lui.
Cominciano ad arrivare da lontano, anche dal villaggio tra le palme dall’altra parte della spiaggia. Credo vengano a vedere che ci facciamo qua. Dopo le domande preliminari, una volta che hanno capito che non abbiamo cattive intenzioni, si fermano con noi.
Ho smesso di mangiare pesce da tempo, perché oramai per via della plastica, che a tonnellate si riversa negli oceani, è pieno di piombo, mercurio e altri metalli pesanti. Soprattutto non concepisco di comprarlo nei supermercati, un po’ come la carne, perché per ogni esemplare che finisce nel piatto chissà quanti ne vengono gettati via. Ci sono delle eccezioni, però, come stasera, e cioè quando il pesce lo pesco personalmente e quando non ho altre alternative. Dato che siamo entrati in modalità sopravvivenza, proverò a procurare la cena. Spero in un polpo.
Costruisco una fiocina rudimentale usando un ramo a V come quello che si userebbe per una fionda, con il coltello affilo le punte e lavoro il legno. Scalzo sul reef, in compagnia del mio nuovo amico anziano, osservo la sua tecnica. Lo guardo bene in attesa di utilizzare quella che conosco io e che ho sperimentato da ragazzo per anni, quando andavo in vacanza con mio padre in Sicilia. Andavamo a pescare i polpi con la luce delle lampare, artigianali lampade a gas, con fiocine lunghissime a innesto per varie profondità. Mio padre entrava nell’acqua fino al petto e usava anche delle aste lunghe tre metri per raggiungere le prede più nascoste. Rudimenti di pesca tribali che in casi come questo potrebbero tornare utili.
La marea è sempre più bassa e il reef sempre più esposto. Seguo il vecchio che, con un ferro a uncino molto fine infilato in un manico di legno lungo e una cannetta di bambù finissima, vaga in cerca di una tana. Lui e io siamo gli unici scalzi sul reef. Gli altri, a decine, sparsi ovunque, indossano infradito o sandali. Incredibile! Ho trovato un altro selvaggio come me.
Osservandolo, capisco che la cannetta serve per stanare i polpi e l’uncino per afferrarli.
Continuo a seguirlo, anche se sono pronto con la fiocina artigianale nell’eventualità di veder sbucare qualche tentacolo. Lui si avvicina a una tana, le conosce bene si vede, infila la cannetta nel buchino e la muove su e giù un po’ di volte; nulla di fatto, quindi prosegue oltre.
Dopo una mezz’ora abbondante il sole è quasi in procinto di tramontare. Noto che nessuno ha pescato, anche se sono tutti abbastanza lontani da noi. Decido di tornare al campo base per preparare una fiocina con un ramo un po’ più lungo e poi ritornare al buio, con la torcia da testa, quando i polpi di solito sono fuori dalle tane. Forse avrò qualche possibilità in più.
Tornando in spiaggia, passeggio attraverso miniature di verdi valli incantate e formazioni di corallo di tanti colori e mi godo il paesaggio marino.
Come non detto, per questa volta non c’è bisogno di rivestire i panni del pescatore-cacciatore. Trovo Marco inginocchiato in compagnia di un uomo e di un gruppetto di ragazzini, davanti a un bell’esemplare di polpo, dai grandi tentacoli.
«Dice che vuole venderlo.»
«Chiedigli quanto vuole» rispondo io.
«Cinquantamila rupie.»
Al cambio sono una sciocchezza, poco meno di cinque euro. Però, si sa, posto che vai usanza che trovi, quindi cominciano le contrattazioni abituali. Offro ventimila rupie, e dopo un po’ di tira e molla ci mettiamo d’accordo per trentamila. Il pescatore sembra soddisfatto, e noi abbiamo la prospettiva di una cena coi fiocchi.
Ringrazio quell’essere vivente d’essersi offerto indirettamente per nutrirci. Come mi hanno ricordato i fratelli aborigeni, cerco di essere sempre grato allo spirito di ogni animale che si sacrifica per noi sul nostro sentiero. Ringrazio sempre prima di mangiare e, quando si tratta di cibo animale, provo a onorare la sua prematura dipartita. Comincio a sbattere il polpo sugli scogli come mi ha insegnato mio nonno, per rompere le fibre. Più lo lavori prima di cucinarlo, o mangiarlo crudo se è di piccole dimensioni, e più diventa tenero. Ci sono varie leggende culinarie per far sì che il polpo si ammorbidisca durante la cottura, dal tappo di sughero all’acqua e aceto. Un segreto? Congelarlo fresco e cucinarlo lo stesso giorno, mettendolo a bollire ancora surgelato in acqua fredda finché non raggiunge l’ebollizione per una mezz’oretta. Dopo averlo lavorato un po’ chiedo a Luca, che è incuriosito, di continuare, mentre io vado a preparare il fuoco e a raccogliere ancora un po’ di legna.
È quasi buio. Marco mi aiuta a preparare il primo fuoco e, una volta pronta la brace, metto la pentola direttame...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Garuda
  4. Il surfista dell’anima
  5. Preview
  6. Frangipani
  7. Il sogno del viaggio
  8. Sulla Via della Seta o quasi
  9. Digressione volontaria
  10. Marco, ci sei?
  11. Lombok kopi
  12. On the road
  13. Il miracolo
  14. Digressione turistica
  15. La perfezione
  16. Il Fiore della Vita
  17. Digressione ondulatoria
  18. Altro viaggio, altra Arca
  19. L’imbarco
  20. Patience pays
  21. A messa
  22. “Diogressione” volontaria
  23. Comincia l’esplorazione
  24. Digressione culinaria
  25. Secret spot
  26. Fuggire o non fuggire, questo il dilemma
  27. Due angioletti
  28. La Spiaggia dell’Arcobaleno
  29. Il surf con l’Apostolo
  30. Un attimo di quasi solitudine
  31. Scrivere un giorno a Sumba
  32. I tre cavalieri immaginari
  33. Il Re dei Bisonti
  34. Attraverso Sumba
  35. Bapak Ismael
  36. Digressione ismaeliana
  37. Il villaggio degli spiriti
  38. Arrivederci Re Ismaele
  39. Il Re della Foresta
  40. Prigionieri a Jurassic Sumba
  41. Villaggio di Okawatu
  42. Meglio non lasciare niente in sospeso
  43. Digressione libertaria
  44. Konda Karim
  45. La Baia delle Aquile
  46. Casa nuova
  47. La Regina del Mare
  48. Digressione tartarugaria
  49. La cascata incantata
  50. Luridi vagabondi
  51. Tradizioni locali
  52. Il barbiere di Sumba
  53. Solo
  54. L’angelo custode di Marco
  55. I cavalli di Sumba e la pasola
  56. Umbu Petrus
  57. Sogno o realtà?
  58. Sulla strada del ritorno
  59. Colpo di scena
  60. Puff!
  61. I prigionieri di Sumba
  62. Il vero tesoro
  63. Digressione umanitaria
  64. Pero Left
  65. L’alba di un nuovo giorno
  66. Pura follia umana
  67. I cavalieri della notte
  68. Quasi casa
  69. Home sweet home
  70. In Lak’Ech Hala Ken
  71. Travel soundtrack
  72. Glossario del surf
  73. Thanks to
  74. Copyright