Passarono venti mesi.
Melchior, che era stato a lungo al fianco di Georges Lesage, per più tempo ancora del suo cane Homère, aveva muggito tutta la notte per poi crollare a terra morto stecchito una cupa mattina di marzo.
La perdita del suo più vecchio compagno di lavoro precipitò il contadino in un profondo sconforto. Nella stalla, di fronte al bue morto, s’inginocchiò, appoggiò la mano destra sul fianco del colosso, abbassò la testa e rimase immobile.
Per un’ora stette chino davanti alla sua bestia.
Poi, quando i suoi occhi furono asciutti malgrado il cuore ferito e inconsolabile, scavò una profonda buca nel terreno adiacente alla fattoria, fece trainare Melchior dagli altri buoi e ve lo seppellì.
Sulla tomba allineata ad altre, perpetuò un’usanza tutta sua, piantando un giovane melo in memoria dell’animale.
L’inverno persisteva sull’altopiano di Langres. Nebbia e gelate si aggrappavano alla terra e agli alberi, non lasciando alcuna via d’accesso alla primavera.
Una mattina, il cugino Lucien si presentò per portare rifornimenti. Vide il fuoco nel camino e capì che il lutto era passato, ma probabilmente non il dolore. Sapeva che Georges coltivava l’amicizia come la terra e che, per fedeltà, aveva ogni giorno un pensiero per tutti i suoi amici scomparsi, specialmente per gli ultimi.
«Come ti senti?» gli chiese.
«La cosa triste è che se ne sia andato prima di me.»
«Ma sarebbe stato triste lui, e tu in pace sotto terra.»
«Già.»
«Non hai mangiato molto questa settimana. Il pane è stantio.»
«Sì, è vero… Mi dispiace.»
«Lo darò al mio mulo.»
«Lo farai felice.»
«Ti lascio una nuova pagnotta.»
«Grazie. Mi tornerà l’appetito» gli disse per rassicurarlo.
«Mi raccomando. Fa ancora freddo fuori… e tu non hai più vent’anni.»
Georges Lesage aveva cominciato, dall’inizio dell’inverno, a raccogliere i suoi appunti su esperimenti botanici e pensieri filosofici.
Bigliettini di carta sporchi di fango e grinzosi come lino riempivano una mangiatoia del salotto. Da molti mesi, precisamente dalla visita di Annabelle, era lì che Georges accumulava alla rinfusa le riflessioni che gli venivano in mente.
Una sera di dicembre, aveva sparpagliato i bigliettini davanti al camino, e nel corso dei giorni successivi li aveva ordinati, classificati, raggruppati per estrarne una sintesi.
Per trascriverla aveva poi usato un quaderno originariamente per le sementi sulla cui copertina aveva scritto, dopo molte esitazioni: Compendio sulla vita, il suo significato e la sua destinazione.
Nell’introduzione, il contadino evocava l’educazione paradossale che aveva ricevuto. Giovane orfano, era stato accudito dai suoi zii. Lei era una maestra di scuola, metodica, modesta, generosa e cattolica. Lui era un contadino, istintivo, poco istruito, distratto e ateo. Georges aveva preso in egual misura da entrambi, una sorta di sintesi di valori intellettuali e culturali agli antipodi.
Dopo questa premessa, svelava il curioso lascito di suo zio, una singolare capacità di comprendere la natura, di ascoltarla, di comunicare e avere uno scambio con essa.
Fin dai suoi primi anni di scuola e contatti con gli altri bambini, aveva capito che sentire il mondo vegetale non rientrava nella norma, perché parlarne lo esponeva a incomprensioni e canzonature.
Suo zio, al quale aveva rivelato le proprie esperienze e dubbi, non aveva afferrato il significato di tanta perplessità. Quell’uomo aveva in sé una parte animalesca così sviluppata che viveva senza interrogarsi sulle cause o le conseguenze delle proprie capacità e azioni. Viveva intensamente, ecco tutto! E ogni giorno che passava inondava totalmente il suo essere, completamente, al punto che ogni giorno cancellava quello precedente.
Anziché rispondere al giovane Georges, lo aveva immerso ancora di più nella natura, per evitare che anche il ragazzo passasse all’altro mondo, «quello» diceva «degli uomini che si interessano solamente degli uomini, che non capiscono niente di niente ma invece credono di sapere tutto». E, per proteggere suo nipote, gli aveva fatto promettere di tenere per sé ciò che sentiva della natura.
Georges era cresciuto, e con lui il suo segreto su un mondo di comunicazione straordinaria e affascinante. Aveva tenuto la lingua a freno per anni, ma quando era arrivato il bruciante periodo adolescenziale, aveva voluto che anche altri avessero accesso a ciò che lui sentiva. Ignorando le proteste dello zio, aveva riunito davanti ai papaveri dei ragazzi di sua conoscenza, alcuni contadini locali, suo cugino Lucien, il futuro libraio, sua zia e alcuni insegnanti; ma i fiori non avevano mai aperto la via a quei visitatori.
Per il ragazzo intelligente e riflessivo che era, studente dotato con una mente ormai formata, quell’esperienza era stata una rivelazione.
“Mi resi conto» scrisse “che possedevo un dono unico, una dimensione sensoriale che gli altri non avevano. Tuttavia, non potevo considerare scontata quell’attitudine insolita, come avevo innocentemente accolto il dono della vita. Dovevo capire le ragioni del mio isolamento: perché io, e non altri? Immaginai che fosse una questione d’intuizione, una sorta di telepatia, di cui erano di certo responsabili le particelle o le onde. Pensai che interessandomi alla fisica, avrei trovato una spiegazione razionale a quelle abilità…”
Il giovane Georges studiò quindi fisica all’università, ma non trovò alcuna risposta alle sue domande.
Dopo gli studi, rilevò la fattoria di suo zio e, per soddisfare la propria curiosità, si rivolse alla lettura, nel tentativo di rintracciare attraverso una profusione di esperienze umane capacità simili alle sue. Lesse centinaia di opere di botanici, agronomi, zoologi, naturalisti, ricercatori, esploratori, ecologisti o più comuni amanti della natura. Si abbonò alle principali riviste scientifiche. Rese l’amico libraio suo complice nelle ricerche, l’unico, a parte i suoi genitori adottivi, a conoscere il suo segreto. Accumulò così nella propria casa una conoscenza enciclopedica sulla flora e la fauna. Tuttavia, non trovò nessun esempio analogo al suo.
Solo arrivato all’età di settant’anni aveva assistito al miracolo con l’apparizione di Annabelle. Nella sua raccolta, raccontò il loro curioso incontro: “Aveva un’insolita sensibilità. Quando per caso ci trovammo di fronte ai papaveri, come avrei potuto non proporglielo? Lei che sembrava così cittadina e impostata, così lontana dalla natura, riprodusse inspiegabilmente quello che credevo essere, dopo tante vane ricerche, un dono unico, una sorta di trasmissione genetica o misteriosa. Che gioia scoprire che la comunicazione tra le specie esiste davvero. Che sollievo non essere più solo”.
Tuttavia, come scrisse in seguito nel suo quaderno, davanti all’incredulità della giovane donna si era infastidito e l’aveva mandata via. Georges ammise che, durante le settimane seguenti, aveva desiderato ardentemente che Annabelle tornasse. Ma nei mesi passati senza ricevere sue notizie, la speranza si era dissolta, lasciando spazio al rimpianto e al mistero.
Alla fine di quel mese di marzo, Annabelle si trasferì con la figlia in un appartamento parigino di lusso.
Un tale prestigio l’aveva sognato spesso. Testimoniava ciò che aveva raggiunto: ricchezza, agi e considerazione.
Eppure, questa consacrazione materiale non sempre si accompagnava alla tranquillità presupposta. Annabelle persisteva nell’ingurgitare ogni mattina la sua dose di antidepressivi e tutte le settimane consultava il suo psichiatra, lo stesso da quasi due anni.
Durante le loro conversazioni, lui bocciava apertamente le “divagazioni inconsce” di Annabelle quando dissertava sulla bellezza dei fiori e sulla loro intelligenza. Voleva evitare che ricadesse nel suo delirio di papaveri parlanti.
Continuava a spiegarle quanto la sua vita attuale corrispondesse alla perfezione con le sue aspirazioni. E invariabilmente, concludeva i suoi ragionamenti psicologici con una frase implacabile: «La realtà si esprime in poche parole: le nostre azioni rappresentano ciò che siamo. In altri termini: ciò che fa è ciò che lei è. Il resto non sono che frottole».
Ma era proprio quello a infastidire Annabelle: quello che faceva non la appagava.
Altrimenti, non metterei in discussione il significato delle mie azioni e non avrei bisogno di essere seguita da uno strizzacervelli.
Pertanto metteva regolarmente in dubbio la sua terapia e si chiedeva se non fosse proprio quella a turbarla.
Eppure perseverava, senza grande convinzione, ma con impegno. Aveva l’incerta speranza che le sedute, a lungo andare, le avrebbero forse permesso di accedere a una vita senza domande, senza conflitti, senza stati d’animo. Un po’ come era accaduto dieci anni prima. Paradossalmente, all’epoca era in piena ascesa professionale e si sentiva bene. Adesso che aveva raggiunto il graal, dubitava più che mai. La sua realizzazione avrebbe dovuto essere sinonimo di piacere e spensieratezza. Ma curiosamente le cose non stavano affatto così.
Nel suo nuovo appartamento, le rimaneva da sistemare la cucina. Dal fondo di uno scatolone tirò fuori un barattolo di miele. Non c’era traccia di etichetta. Non era mai stato aperto. Il prodotto era solido e giallastro.
Osservò con attenzione il barattolo di vetro, non sapendo da dove provenisse né cosa avrebbe dovuto farne: buttarlo o conservarlo. Alla fine lo mise a bagnomaria per fluidificarne il contenuto, poi lo lasciò raffreddare.
La mattina dopo, quando la cucina fu finalmente in ordine, afferrò il barattolo, vi immerse un cucchiaio, se lo portò alle labbra, e quando il dolce sapore lambì il suo palato svenne, accasciandosi sul pavimento con un gran tonfo.
Un’ora dopo, Annabelle aprì gli occhi.
Si ritrovò inspiegabilmente distesa nella sua cucina, il pavimento cosparso di miele e vetri. Il cuore le batteva fin dentro la testa dolorante, dove tutto era confuso: ricordi, pensieri, opinioni, disegni.
Rimase così, senza muoversi, esitante, a osservare il miele che luccicava come cera cremosa. Per curiosità, vi inzuppò un dito e lo assaggiò di nuovo.
Al sapore squisito dell’elisir, si lasciò sfuggire un grido, tanto i ricordi le tornarono alla mente in modo brutale: il robusto contadino, la fattoria, il papavero parlante.
Ma la povera Annabelle, che per quasi due anni era stata incoraggiata a resp...