La musica di Natale svedese è infingarda. Non riesce mai a essere contenta fino in fondo, neanche quando suona coi campanellini e apparentemente si sforza. Come adesso che avvolge tutto il salotto. Questa musica nata per essere gioia. Melania nota ci sia sempre qualcosa, come un dito digiuno di pappa a scompigliare il rosso del Natale e della vita a Silverpil.
La sua canzone preferita, la stanno cantando ora dei bambini, che sembrano “i piccoli mostri senza collo” del film La gatta sul tetto che scotta.
L’ha sentita per la prima volta in Fanny e Alexander, il capolavoro di Bergman.
Nu är det jul igen. «Adesso è di nuovo Natale.»
Nu är det jul igen
Och nu är det jul igen
Och julen varar väl till påska
Nu är det jul igen
Och nu är det jul igen
Och julen varar väl till påska.
Men det var inte sant
Och det var inte sant
För däremellan kommer fasta
Och det var inte sant
Och det var inte sant
För däremellan kommer fasta.
Adesso è di nuovo Natale
E adesso è di nuovo Natale
E il Natale dura addirittura fino a Pasqua
Adesso è di nuovo Natale
E adesso è di nuovo Natale
E il Natale dura addirittura fino a Pasqua
Ma non era vero
E non era vero
Perché in mezzo c’è la Quaresima
Ma non era vero
E non era vero
Perché in mezzo c’è la Quaresima
“Anche nella canzone di Natale ti puniscono. Prima ti fanno credere che il Natale durerà almeno, addirittura, fino a Pasqua. Un secondo dopo, no. Non è vero che il Natale, questa felicità, questo tepore dureranno, è una menzogna, perché ci sarà la Quaresima, che è peraltro un periodo di penitenza” rimugina tra sé e sé Melania.
In quella canzone pensa fermamente ci sia tutta la svedesità più pura. E agghiacciante.
Nel film di Bergman, che comincia a guardare con altri occhi, succede quello che sta vedendo dalla seggiola sulla quale si è trascinata, al bordo della sala.
Cantano cinque bambini biondi in un girotondo forsennato ma pieno di grazia. Tutti con quegli occhi falciati di azzurro come il cielo di Firenze a maggio. Identici. Anche in quello gli svedesi riescono a mimetizzarsi, a nascondersi, creano bambini tutti uguali, belli e indistinguibili. Melania vorrebbe girare intorno al tavolo scalza assieme a loro, ma si sente stanca, appesantita. Quei suoi stivali la guardano con gli occhi mogi, anche se brillano in mezzo a tutti quegli zoccoli afoni.
È un salone doppio, quello in cui si svolge la festa, avvolto da una luce calda. Solo la luce. Il soffitto le toglie il fiato. O forse è l’aria a toglierle il respiro. Ci sono quattro tavoli, pieni di acquavite, birra, di “prosciutto di Natale, che è cotto e poi si inzuppa il pane nel brodo sempre del prosciutto di Natale, che si deve preparare la sera prima e si mangia caldo ma solo la sera di Natale, poi si mangia freddo” così le ha detto Axel.
La tradizione le è stata spiegata almeno sei volte.
Si deve iniziare a pranzare a mezzogiorno in un tavolo centrale. La cosa inaccettabile per Melania è il giorno, quel giorno: il ventiquattro dicembre. Il Natale in Svezia si festeggia il ventiquattro.
“Il ventiquattro dicembre, a pranzo, a Firenze, è vergogna solo pensare di mettere in bocca qualcosa,” si ripete lasciandosi abbracciare dai ricordi italiani.
Qui, poi, si inizia con un buffet. Melania odia i buffet, li ha sempre trovati volgari e insidiosi, soprattutto per lei. Sleali. Il pranzo di Natale a casa della Susy era da consumarsi dignitosamente seduti sulle proprie chiappe, stabili, coi gomiti ben piazzati sul tavolo. In panciolle, senza l’angoscia di far cadere nulla. L’equilibrio dell’opulenza.
Il motivo per cui anche il giorno di Natale gli svedesi ti fanno iniziare tenendo in bilico il piatto sulle rotule rientra, crede ancora una volta Melania, nella loro visione punitiva della vita. Pure a Natale. Non ti puoi distrarre un attimo. Un’idea socialdemocratica che parte dalle acciughe e arriva al caprone.
Il caprone. Rabbrividisce mentre vede che un piccolo Julbocken dall’espressione di paglia la sbircia insieme al viola delle salse.
Axel è andato in cucina e quando torna, trovandola seduta e perplessa, se la prende sottobraccio, e la fa deambulare per il salotto.
Testarda, non vuole ammettere che ha freddo. Che gela.
Ci sono un’enorme poltrona rossa vuota e svariati divani ricoperti di seta perfetta. Su uno di essi, a tre posti, se ne stanno ficcate sei persone, tra cugini, zii e nipoti.
«Perché stanno tutti aggrappati a quel divano se la poltrona è vuota?» gli domanda veloce lei.
«È la poltrona della nonna, non la può toccare nessuno.»
Solo ora, durante questo peregrinare, Melania nota su un piccolo panchetto di legno, nell’angolo, la nonna materna di Axel, sola, ma sorridente e solare nonostante nessuno la consideri. Melania allora si stacca con naturalezza e plana subito ai suoi piedi come una cucciola fedele. A Karin si spianano tutte le pieghe della pelle per lo stupore luminoso.
Ridono, scherzano come due adolescenti per un bel po’ e Melania mangia anche, seduta per terra con le gambe incrociate, vicina alle pantofole di Karin, quando a un tratto entra nella stanza Hilda. Axel guarda Melania come una fucilata, ma lei non capisce e dal suo sguardo recepisce solo di dover fare silenzio. Hilda butta un’occhiata di leggero disgusto su entrambe, come un alone di profumo dolciastro e dozzinale.
Karin allora, spingendosi in avanti con il piccolo corpo tondo, dice in un inglese pulito di cuore: «Non farci caso, min älskling, loro appartengono a un altro decennio e non lo capiscono. Purtroppo, mia figlia, la mia amabile figlia che non c’è più, lo ha scoperto ben troppo tardi. Si è buttata nella tana dei lupi. Era una persona innocente e molto buona. Loro se ne sono approfittati. Il mio cuore è per sempre frantumato, ma adesso sono concentrata su mio nipote Axel che amo sopra ogni cosa. Perciò ho deciso di mettere un tappo su questo mio dolore, per non creare altro disagio» e mentre parla le si muove una peluria sul labbro superiore che la rende piena d’onore.
Melania la guarda con compassione e incanto e annuisce con la testa senza mai smettere, come un pupazzo sul cruscotto di una macchina in movimento, mentre una lacrima le corre giù, fin dentro la bocca. Karin sembra così italiana. Così casa.
In quell’istante entra Kent e Melania, dopo aver baciato Karin sulla guancia, si muove per salutarlo, ma il rumore di cristallo battuto da un cucchiaio, ferma tutto.
Hilda annuncia che il Natale ha inizio e che il welcome drink sta per essere servito nel salotto del tè. La casa, nonostante le sue false lamentele, ha svariate stanze che vengono usate solo una o due volte l’anno. Ci sono tre sale da pranzo, una piccola, una per gli ospiti normali e una grande con un tavolo per trenta persone in una stanza rivestita da legno scuro, riservata solo a eventi straordinari. C’è un salotto universale, uno per soli uomini e uno piccolo del tè, per le donne, dove ora stanno servendo il welcome drink.
Camminando verso il welcome, le viene da ridere per il significato della parola – cerca di intercettare il padre di Axel per salutarlo. Kent, all’improvviso, le si piazza davanti, vestito con un abito a tre pezzi obsoleto, una cravatta larga, marrone chiaro, le scarpe nere non lucidate con la suola in gomma e i capelli spettinati, anche se pare un blando tentativo di spazzola fosse stato fatto. Tutto in lui suona tragicamente anni Ottanta. È una figura che c’entra poco con l’immagine d’élite che Hilda ha dato della famiglia Silverpil, ma che rispecchia perfettamente le parole della sdentata Ellie.
Kent, col bicchiere di whisky pieno in mano, fa cenno a Melania con la testa. Si avvicina e l’osserva con uno sguardo che dà i brividi, con un brillio che gli occhi di un babbo non dovrebbero più possedere e, senza che nessuno ci faccia caso, come spesso accade in mezzo al frastuono di troppi sguardi, continua a sorseggiarla.
Non la guarda in faccia, ma altrove, e Eva, avvicinatasi velocemente, punta Melania con un muso di squalo geloso.
«Che bella ragazza che ha trovato mio figlio, ma come ci è riuscito incapace com’è? Lui non è come me. Io ho lavorato duramente tutta la vita, sono un grande uomo, un vero uomo… se vuoi, ti faccio vedere ahah.»
Melania, che è molto piccola di statura soprattutto in confronto a Kent, con gli occhi in su cerca di frapporre fra sé e quel grugno di palude la maggior distanza possibile, facendosi ancora più piccina.
Eva non è più solo gelosa ma distrutta e guarda a terra.
Hilda batte di nuovo il cucchiaio sul bicchiere per annunciare che il pranzo di Natale, a breve, verrà servito a tavola.
Melania allora scatta come al suono della campanella salvifica della ricreazione per staccarsi da quello sguardo di saliva e corre per raggiungere Axel che sta parlando con Karin.
«In Svezia la servitù è molto rara» dice rivolto a Melania «ma la famiglia Silverpil ha sempre avuto delle persone che venivano a lavorare durante le feste e in altre occasioni. Lo staff qui è formato da una signora di origine polacca con le sue due figlie. Quando mi vedrà con te avrà uno sguardo triste.»
«Perché triste?» domanda lei.
«Sai, è una signora che lavora qua da quando io sono piccolo e ha sempre sperato che io sposassi una delle due figlie. Ha provato in qualsiasi modo ad avvicinarle a me, ma mia nonna ovviamente non l’avrebbe permesso. Lei però non ha mai mollato, ma adesso, quando mi vedrà con te, sarà desolata.»
«Ma a te piaceva una di loro?»
«Non lo so, ho sempre mirato più in alto.»
A Melania, nonostante la cosa possa dar fastidio, fa dispiacere l’idea che una cameriera non possa essere amata da un uomo benestante. Lei ha solo studiato, ma è tutta una ragazza di paese, di provincia, molto più vicina alle figlie della signora polacca e a Karin che a Hilda. Soprattutto nei valori.
Arrivata al tavolo mentre borbotta ancora tra sé per quell’ingiustizia, alzando la testa si ferma di botto e urla: «Ellie! Ellie, che ci fai qui?».
Tutti si girano, compreso Axel.
Hilda come un gufo si volta e esclama, in svedese, col tono soave che tutti si sforzano di sentire: «Allora tra serve si intendono!».
«Come fai a conoscere la nostra cameriera?» chiede Axel.
Ellie la guarda con una supplica.
«Io… io una volta le ho chiesto un’informazione stradale perché mi ero persa e lei mi ha accompagnato, e abbiamo parlato lungo il tragitto.»
Ellie le sorride e Melania ricambiando si siede di botto, abbandonando il corpo spompato.
A tavola, c’è un gran silenzio. Melania ha l’impressione che Hilda la osservi, ma ogni volta che la guarda, l’aquila è più veloce a colpire con gli occhi qualcosa di diverso da lei.
A Natale Melania è abituata alle vivaci scene italiane e ancora stupita per l’incontro con Ellie, pensa che quel pran...