Fino al 2017, anno dei miei primi Mondiali a Budapest, e al 2018, quando si sono svolti i Campionati Europei a Glasgow e i Campionati Mondiali in vasca corta ad Hangzhou, ero una promettente nuotatrice junior che aveva già raggiunto ottimi risultati, tanto ottimi da essere chiamata, ancora minorenne, a far parte del corpo dei Vigili del Fuoco. Oltre ai vari titoli italiani di categoria, nel 2014 avevo vinto due ori agli Europei Juniores di Dordrecht, un oro ai Giochi Olimpici Giovanili di Nanchino, un argento e un oro ai Mondiali Giovanili a Singapore: tutte medaglie che mi avevano dato tanta soddisfazione ma soprattutto mi avevano fatto capire che potevo combinare qualcosa come nuotatrice “grande”, adulta. La mia strada era tutta in ascesa e io ero pronta a raccogliere quello che avevo pazientemente seminato nella carriera giovanile. Ero pronta a fare il salto tra i “grandi” e smaniavo per esserci anch’io: competere per una medaglia assoluta. Perché si sa, quelle medaglie hanno un peso differente, sia al collo che sul cuore.
I Mondiali di Budapest (luglio 2017) mi hanno spalancato le porte dell’empireo dei grandi, mi hanno donato la possibilità di far vedere al mondo chi fossi confrontandomi con atlete blasonate. Non si poteva buttare via un’opportunità del genere: bisognava dare il massimo e cercare di imparare il più possibile da quest’occasione.
Ed è quello che ho fatto.
Ogni volta che pronuncio la parola Budapest è uno scatenarsi di emozioni e ricordi, di importanti prime volte. Budapest rappresenta la mia conferma tra i grandi, ovvero tra i nuotatori che fino a poco tempo prima guardavo alla televisione mentre in quel momento ero lì con loro, indossavo la loro stessa divisa, facevo ufficialmente parte della squadra. Con Budapest infatti sono stata accettata a tutti gli effetti dal gruppo.
In realtà ero già stata chiamata nella squadra nazionale l’anno prima, in occasione degli Europei di Londra, dove mi ero classificata quinta sia nei 1500 stile che negli 800. Per essere una primissima volta non era stato male, anche perché in quell’occasione avevo scoperto il mondo della Nazionale italiana e soprattutto avevo dovuto farmi accettare.
Ma andiamo con ordine.
È difficile raccontare quali sono le emozioni che si scatenano quando vedi realizzarsi il sogno di vestire i colori della Nazionale. Da una parte si concretizza il duro lavoro portato avanti per anni, finalmente tocchi con mano l’esito di quel pensiero continuo, quello che ti accoglie al mattino appena alzata e ti dà la buonanotte la sera prima di spegnere la luce; dall’altra c’è la stretta alla gola che deriva dall’avere così tanta responsabilità da gestire. Tu sei l’Italia, rappresenti il tuo Paese. Ti consegnano la maglia, la tuta, la borsa e tu le tieni in mano con le lacrime agli occhi. È il tuo primo “ce l’ho fatta”: è la prima cerimonia di investitura.
Ma in Nazionale vige anche un’altra cerimonia, la regola per cui chi entra per la prima volta a vestire i colori dell’Italia deve essere battezzato dagli “anziani” del gruppo. Ne avevo già sentito parlare, è un’usanza comune a tutti gli sport: cerimonie di iniziazione più o meno cattive a cui i novizi si devono sottoporre senza battere ciglio, pena la non accettazione da parte del gruppo. Io avevo sentito qualche racconto a proposito, ma erano racconti vaghi perché la seconda regola della Nazionale è che chi viene sottoposto al battesimo non deve divulgare alcun particolare sulla propria cerimonia. Aleggiava un’aura di mistero che ingigantiva la sensazione di importanza: chi doveva essere battezzato provava quel misto di emozione e terrore.
Il desiderio dell’ignoto.
Girava voce che entrare nella Nazionale di nuoto “aveva a che fare con i capelli”. Non parlo di chiome lunghe o corte, di pettinature strampalate, ma di colore: il battesimo per le ragazze si concretizzava in tinture dai colori bizzarri. Per i maschi invece via libera a tagli osceni. Questa prima cerimonia si svolgeva la prima sera della trasferta, mentre per le sere successive veniva chiesto ai novizi di comporre una poesia in rima baciata e di recitarla di fronte a tutta la squadra.
Di solito gli anziani infierivano sui capelli con i colori più disparati, da quelli più agghiaccianti (carta da zucchero, verde marcio, arancio sbiadito) a quelli più scioccanti (biondo platino tendente al bianco, rosa). Il trattamento per i maschi si traduceva in chieriche da frate o forme disparate (quadrati, cerchi, bandiere di Stati).
Quando è arrivato il mio momento, gli anziani si sono presentati nella mia stanza con tutto l’occorrente, compreso il pennello. Era il giorno prima della mia gara londinese, quindi la prospettiva era quella di farmi affrontare un vero e proprio swimming shame per il giorno dopo. Per fortuna le altre squadre sanno che tra gli italiani c’è questa usanza, quindi quando vedono un atleta con una testa insolita capiscono subito che è appena entrato in Nazionale.
Inutile dire che gli anziani non hanno usato tinture ad acqua, quelle che sbiadiscono dopo un paio di lavaggi e chi s’è visto s’è visto. C’è stato del vero professionismo: i miei capelli sono stati prima decolorati e poi ripassati di… fucsia!
Ecco quindi che di quella gara ricordo più il look che il piazzamento, visto che ho gareggiato con una stilosissima quanto imbarazzante chioma rosa degna di una Winx.
L’anno dopo sono andata a Budapest, addirittura ai Mondiali. E questa volta senza chioma fucsia, ma con i capelli del mio biondo naturale.
Ero più tranquilla, essendo la seconda trasferta con la Nazionale. Non avevo battesimi da fare, piuttosto volevo dimostrare chi fosse davvero Simona Quadarella.
Ma, prima di partire, c’era qualcosa che dovevo sistemare, un cerchio da chiudere: dovevo diplomarmi al Liceo. La maturità per qualsiasi studente è già di per se stessa un traguardo temuto in quanto a emozioni da gestire e spesa energetica da dedicare allo studio, figuriamoci per un’atleta impegnata in piscina e in Nazionale.
Il momento non era dei migliori ma, per citare una delle Leggi di Murphy, “se due avvenimenti importanti devono capitare, faranno in modo di arrivare in contemporanea”. Insomma, per l’ennesima volta dovevo trovare il mio equilibrio. Sì, perché la mia vita scolastica, fino a quel momento, l’avevo vissuta come una funambola che deve camminare su una corda d’acciaio tesa tra due grattacieli.
Purtroppo il gruppo della Nazionale sarebbe partito a maggio per un collegiale in altura. Che cosa significa “fare altura”? Tra gli sportivi succede così: si è soliti andare ad allenarsi per alcune settimane in luoghi al di sopra dei duemila metri per poter sviluppare più ossigenazione del sangue e avere benefici una volta che si torna in pianura. È un tipo di preparazione atletica particolarmente indicato in quegli sport che richiedono un’intensa e costante attività aerobica, proprio come il nuoto. Di solito questa procedura viene effettuata qualche settimana prima delle gare importanti.
Il gruppo (formato da atleti di ogni età, quindi nessun altro aveva l’incombenza della maturità da portare a termine) sarebbe volato a Flagstaff, in Arizona.
Per me sarebbe stato impossibile affrontare una trasferta così lunga in compagnia di persone libere di testa, cioè atleti che avrebbero dovuto pensare solo e unicamente ai Mondiali: sarebbe stato un suicidio dal punto di vista scolastico. Avrebbe significato che a Flagstaff non avrei combinato nulla. Quindi ho dovuto rinunciare mio malgrado.
Per fortuna Christian Minotti, il mio allenatore, ha proposto la soluzione ottimale: organizzare un collegiale prima di quello di Flagstaff in un luogo più vicino e assieme a Rachele Ceracchi, mia compagna non solo di allenamento ma anche di classe. Voleva dire che lei e io, assieme, avremmo condiviso le stesse sorti, sia fisiche sia mentali. Avere lei a fianco, sostenerci a vicenda, avrebbe fatto sì che quelle tre settimane sarebbero state produttive anche a livello scolastico. E io volevo chiudere la scuola in bellezza.
Detto fatto, Christian, Rachele e io siamo partiti per il nostro collegiale privato. Destinazione scelta: Livigno.
Devo ammettere che fare un collegiale in due è stato davvero duro ma proficuo. Rachele e io ci allenavamo al mattino; poi ci riposavamo un po’ e andavamo a pranzo; dopo mangiato, studiavamo fino all’allenamento di metà pomeriggio e un altro po’ prima di cena. Nelle giornate libere potevamo studiare tutto il giorno. Era un’organizzazione perfetta e sembravamo due macchine da guerra.
Quando siamo tornate, la scuola era già finita e dovevamo solo attendere gli esami. Oddio, “solo”… Perché nel frattempo si era accavallato anche l’esame del concorso per entrare nei Vigili del Fuoco! Il 19 giugno ho partecipato in solitaria alla prova per entrare nelle Fiamme Rosse: gli altri candidati avevano fatto l’esame due settimane prima, mentre io ero al collegiale. Alla fine, nonostante non potessi contare sull’appoggio degli altri compagni, sono risultata la migliore, con orgoglio mio e della mia famiglia.
Ma tanto per aggiungere carne al fuoco, tra la seconda prova scritta della maturità e la terza si sarebbe svolto pure il Trofeo Settecolli, l’importante appuntamento internazionale in cui si potevano guadagnare altri pass importanti per i Mondiali. Funziona così, per le competizioni internazionali: ogni nazione stabilisce delle prove di qualificazione dove gli atleti, nuotando le loro distanze, devono effettuare tempi minimi. Nonostante avessi già ottenuto i tempi in altre prove, ho comunque partecipato, anche se la mia testa era concentrata sull’esame di maturità. Temevo soprattutto l’orale.
Con la scuola avevo concordato che sarei stata la prima dell’elenco a essere interrogata, perché poi sarei dovuta partire per i Mondiali di Budapest. Ricordo ancora l’allenamento del 26 giugno, due giorni prima dell’orale: avevo la testa talmente assente che non riuscivo a rispettare nessuno dei tempi che mi dava Christian. Dovevo fare venti ripetute da duecento metri, ma già dalle prime ha guardato il cronometro sconsolato. A un certo punto, impietosito, mi ha detto: «Senti, facciamo così: ora esci e te ne vai a casa. Ci rivediamo quando hai finito gli esami».
È stata la soluzione più giusta, altrimenti quell’allenamento sarebbe stato inutile. Ho zampettato fuori dalla piscina e sono corsa a casa, chiudendomi nella mia stanza per un giorno e mezzo.
Il 28 giugno ho ufficialmente concluso il Liceo Scientifico.
Il giorno degli orali ho avuto la bellissima sorpresa di ritrovarmi in aula Elisa, la mia amica del cuore. Ma avevo una promessa da rispettare, così subito dopo l’orale sono andata ad allenarmi da Christian, questa volta con la mente leggerissima. Elisa mi ha accompagnato e ha atteso pazientemente la fine della mia sessione di allenamento. Dopodiché siamo andate a mangiarci un gelato stratosferico in centro. Quel mega gelato da non so quanti etti ha sancito la fine delle mie fatiche scolastiche.
Era un momento perfetto, la degna conclusione del mio ciclo scolastico: ero in centro a Roma, la mia città, il sole caldo mi scaldava la pelle e rigenerava la testa, ero in compagnia della persona che più mi aveva capita negli ultimi anni e stavo mangiando il mio cibo preferito. What else?
Da quel momento avrei pensato solo ed esclusivamente ai Mondiali.
E così ho fatto, ritrovando la mia sintonia con l’acqua, la solita determinazione. Dopo un po’ di giorni, giusto prima di partire per Budapest, siamo andati per qualche giorno al Centro Federale di Ostia, dove è iniziato il countdown.
È un iter che si ripete prima di ogni partenza per una gara internazionale: si sta qualche giorno a Ostia come per raccogliersi in concentrazione, in gruppo, staccandosi dalla realtà quotidiana degli allenamenti nella propria piscina, una sorta di “camera di chiamata” che prelude alla partenza per le varie destinazioni.
In quei giorni, mentre mi ritrovavo con i grandi come Federica Pellegrini e Gregorio Paltrinieri, mi è capitato di pensare quanto fosse bizzarra e imprevedibile la vita che fa tramutare i sogni dell’infanzia in realtà. E io ne facevo parte a tutti gli effetti, ero chiamata a “fare il mio” per l’Italia.
È inutile, l’uomo è un animale sociale e in lui prevarrà sempre la sensazione di completezza quando è inserito in un gruppo, a maggior ragione se questo è destinato a qualcosa di importante.
Siamo finalmente partiti per Budapest e di questa città non posso dire molto, come di tutti gli altri posti in cui ho gareggiato. È il destino degli atleti: così concentrati e protesi sulla propria prestazione, catalogano il mondo in base alle strutture in cui competono. Nel mio caso, quindi, ho una specie di schedario di tutte le piscine in cui ho nuotato. Quella di Budapest, ad esempio, era imponente (forse anche a causa del contesto importante) e si respirava un’aria particolare. E per “aria” intendo proprio l’ossigeno, perché all’interno c’era l’aria leggera, un odore di cloro buono, non stantio. In vasca faceva quasi freddo, mentre di solito le piscine sono impregnate di umidità e trasudano temperature tropicali che rendono l’impianto soffocante.
Io mi ero qualificata sia per il 1500 sia per l’800.
Nella seconda giornata di gare si disputavano le qualifiche per i 1500. Fremevo per nuotare in quella piscina meravigliosa, e mi sono qualificata con il quarto tempo. Ma il fatto che davanti a me ci fossero la fortissima americana Katie Ledecky, la spagnola Mireia Belmonte e la Hu, una cinese che per starmi davanti aveva usato molto le gambe al termine del 1500 (mentre io avevo nuotato tranquilla), mi ha fatto sperare per un terzo posto alle finali. Ma non ci ho pensato più di tanto, era solo una mia considerazione interiore.
Il giorno dopo c’era la resa dei conti. Io mi sono presa il tempo per riflettere e rilassarmi. Nell’ultimo allenamento del mattino mi sono goduta la sensazione di stare benissimo in acqua: volavo sulla sua superficie!
Arrivato il momento della gara noi otto finaliste siamo state radunate in camera di chiamata, che è una specie di stanza di concentrazione antistante la vasca. Mi ricordo che ascoltavo la canzone Counting Stars dei OneRepublic e che da allora per me è diventata “la canzone di Budapest”.
Quando sono arriv...