Il montacarichi (Nero Rizzoli)
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Il montacarichi (Nero Rizzoli)

  1. 144 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il montacarichi (Nero Rizzoli)

Informazioni su questo libro

NERO RIZZOLI È LA BUSSOLA DEL NOIR FIRMATA RIZZOLI. All'interno di un cortile parigino adibito a legatoria, un montacarichi conduce all'appartamento di Madame Dravet. A qualche strada da lì, una sera di Natale dei primi anni Sessanta, Albert Herbin, appena uscito di prigione, è solo al tavolo di un rinomato ristorante della città. Qui i suoi occhi incontrano la signora Dravet, che siede insieme alla figlia.
La donna è bellissima. In maniera del tutto imprevedibile e altrettanto efficace, l'uomo riesce ad accompagnare a casa la donna, che infine lo invita a prendere il montacarichi con lei per un ultimo bicchiere nel suo appartamento. È lì, al secondo piano di questo stabile per metà abitazione e per metà fabbrica, dove l'attrazione tra i due sembra essere destinata a concludersi sul comodo divano del salotto di Madame, che Albert si troverà avvinto a fatti concitati, legato al destino della signora Dravet, coinvolto in una conturbante vicenda.
Noir francese allo stato puro, Il montacarichi è una gemma del genere, un bianco e nero nitido con una femme fatale irresistibile.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2019
Print ISBN
9788817119641
1

L’incontro

Fino a che età ci si sente orfani, quando si perde la madre?
Rivedendo, dopo sei anni d’assenza, il piccolo appartamento in cui era morta la mamma, ebbi la sensazione che mi legassero un gigantesco cappio attorno al petto e stringessero senza pietà.
Mi sedetti sulla vecchia poltrona accanto alla finestra che sceglieva sempre per rammendare, e mi guardai attorno. Il silenzio, gli odori e tutti quei vecchi oggetti erano lì ad aspettarmi. Il silenzio e gli odori mi ferivano più della carta da parati ingiallita.
Mia madre era morta quattro anni prima, e avevo appreso la notizia quando mi avevano chiamato per il funerale. In quei quattro anni avevo pensato molto a lei, ma non avevo pianto quasi mai. Ed ecco che improvvisamente, varcando la soglia della nostra abitazione, realizzavo la sua morte. Mi colpiva come uno schiaffo.
Fuori era Natale. Me ne ero reso conto solo attraversando Parigi, i boulevard affollati, i negozi addobbati e illuminati, le lucine sugli alberi agli incroci.
Natale! Che stupido ero stato, a decidere di tornare a casa proprio quel giorno.
In camera di mia madre aleggiava un odore che non riconoscevo: l’odore della sua morte. Il letto era disfatto, il materasso era stato arrotolato e avvolto in un vecchio lenzuolo. Chi si era occupato di lei aveva dimenticato di portare via il bicchiere dell’acqua santa e il ramoscello d’ulivo.
Quei tristi accessori erano rimasti sul ripiano di marmo del cassettone, accanto a un crocifisso di legno scuro. Nel bicchiere non c’era più acqua e le foglie d’ulivo erano ingiallite. Quando presi in mano il ramoscello, le foglie caddero sul tappeto come coriandoli dorati.
Appesa alla parete c’era una mia fotografia, chiusa in una cornice intarsiata che un tempo conteneva le medaglie di mio padre. La foto risaliva a una decina d’anni prima, ma non mi rendeva giustizia: sembravo un ragazzo malaticcio e schivo, con le guance scavate, lo sguardo sfuggente, e una smorfia indefinibile sulle labbra, che hanno solo gli individui molto cattivi o molto infelici.
Soltanto gli occhi di una madre potevano perdonare a quell’immagine di essere tanto ingrata e trovarla bella. Io mi preferivo adesso. La vita mi aveva messo alla prova, e ormai avevo lo sguardo spavaldo e i lineamenti distesi.
Non mi restava che dare un’occhiata alla mia camera. Non era cambiato niente. Il letto era ancora fatto. Impilati sul caminetto c’erano i libri che amavo tanto, appesa alla chiave dell’armadio la statuina che da piccolo mi ero divertito a intagliare in un ramo di nocciolo.
Mi buttai sul letto e riconobbi il contatto con il copriletto ruvido, il buon profumo di tessuto resistente, che non stinge. Chiusi gli occhi e chiamai mia madre, come facevo da bambino, la mattina, quando la colazione tardava: «Allora, mamma!».
C’è gente che prega diversamente, con frasi articolate. A me venne in mente solo quel semplice appello, lanciato in tono dimesso. Per una frazione di secondo, tensione e nostalgia mi fecero sperare di ricevere la risposta di un tempo. Credo che non avrei esitato a dare gli anni che mi restavano da vivere per intravedere anche solo per un attimo la sagoma di mia madre dietro la porta. Sì, avrei dato qualunque cosa per sentirmi chiedere, con quella voce sempre un po’ ansiosa quando si rivolgeva a me: «Sei sveglio, tesoro?».
Ero sveglio.
E una vita si sarebbe spenta prima che mi riaddormentassi.
Il mio appello si propagò nel silenzio dell’appartamento, vibrò, e mentre si spegneva ebbi il tempo di sentire tutta la disperazione che racchiudeva.
Non potevo passare la serata lì. Avevo bisogno di rumore, di luci, di alcol. Bisogno di vita.
Nell’armadio trovai il mio cappotto di finto cammello, debitamente messo sotto naftalina dalla mamma. Un tempo era un po’ troppo «abbondante», ma adesso mi era stretto di spalle. Mentre lo infilavo, osservai gli altri abiti accuratamente riposti nelle custodie. Che strano effetto mi faceva, quel guardaroba che non mi andava più! Mi parlava del passato in modo più eloquente dei miei ricordi. Solo lui poteva dire con precisione chi ero stato.
Uscii, o meglio, scappai.
La portinaia stava spazzando le scale, brontolando. Era ancora la stessa. Quando ero bambino, aveva già l’aria stanca di chi è arrivato alla frutta. Allora dimostrava molti più anni di quelli che aveva, sembrava quasi più vecchia di adesso. Mi guardò senza riconoscermi. Le si era abbassata la vista e io ero cambiato.
Di tanto in tanto cadeva una pioggerella oleosa, e l’asfalto lucido rifletteva le luci. Le strade strette di Levallois erano piene di gente festosa. Usciva dal lavoro con i pacchi natalizi sottobraccio e si accalcava davanti ai banchi dei pescivendoli, che aprivano le cassette di ostriche, imbacuccati nei loro spessi maglioni da marinaio, sotto i festoni di lampadine colorate. Le salumerie e le pasticcerie erano gremite. Uno strillone claudicante zigzagava tra un marciapiede e l’altro, sbraitando notizie che nessuno ascoltava.
Vagavo senza meta, nel tentativo di sfuggire all’angoscia che mi attanagliava. Mi fermai davanti alla vetrina stretta di una piccola cartoleria-libreria-emporio. Era una di quelle botteghe di quartiere dove si vende un po’ di tutto: dai messali per la prima comunione ai petardi per il 14 luglio, dagli articoli scolastici in settembre alle statuine del presepe in dicembre. Questi negozietti rappresentano la mia giovinezza, e li amo ancora di più da quando sono in via d’estinzione. Chissà perché sentii l’impulso irresistibile di entrare e comprare qualcosa. Forse per il puro piacere di respirarne l’odore e risvegliare sensazioni perdute.
Nell’angusto locale si accalcavano quattro o cinque clienti. La proprietaria era una vecchia vedova, di quelle eternamente vestite a lutto. Un vago aroma di cioccolato si spandeva dal retrobottega. Ero felice che ci fosse gente, così potevo aggirarmi per il negozio, esaminare quelle meraviglie a buon mercato e ritrovare alcune immagini della mia infanzia di cui quel giorno avevo particolarmente bisogno.
Sembrava di essere in una grotta fatata, piena di tesori inestimabili. Le decorazioni per l’albero di Natale riempivano gli scaffali: uccellini di vetro, Babbi Natale di carta, cestini di frutta d’ovatta colorata e tutte quelle palline fragili come bolle di sapone che trasformano un semplice abete in una favola.
Giunse il mio turno. Avevo alle spalle altri clienti.
«Il signore desidera?»
Indicai una gabbietta di cartone argentato spolverato di quarzo. All’interno, un uccellino esotico di velluto blu e giallo si dondolava su un minuscolo trespolo dorato.
«Quel…la!» balbettai.
«Serve altro?»
«A posto così, grazie.»
La vecchietta mise la gabbia in una scatolina di cartone e la legò con lo spago.
«Tre franchi e venti.»
Uscendo dal negozio mi sentii sollevato. Non capivo di preciso perché acquistare quell’inutile oggetto natalizio mi avesse improvvisamente riconciliato con il passato.
Era un mistero.
Entrai in un bar tabacchi per bere un aperitivo. Il locale era gremito di persone in fermento, che parlavano solo di progetti per la vigilia. La maggior parte aveva dei pacchetti sottobraccio o nelle tasche.
Fui tentato di prendere un autobus per andare a fare un giro sui Grands Boulevards. Poi ci ripensai e preferii restare nel mio feudo. A Levallois la gente era più modesta, ma piena di vita e di calore. A ogni angolo incrociavo facce «che mi dicevano qualcosa», ma nessuno mi riconosceva.
A un incrocio, qualcuno gridò: «Albert!». Mi voltai di scatto. Non chiamava me, ma un ragazzotto brufoloso, con indosso una giacca a quadretti da pasticcere, che ondeggiava su un carretto a pedali.
Il mio vecchio quartiere! Con il suo odore di fritto, umido e smog. Con il selciato sconnesso, le facciate tetre, i bar e i randagi che l’accalappiacani aveva rinunciato a catturare.
Camminai per più di un’ora sotto la pioggia vischiosa, riempiendomi di piccole emozioni inebrianti e dolceamare, che mi riportavano indietro di quindici anni. A quel tempo andavo ancora a scuola e la magia del Natale era ancora intatta.
Verso le otto, entrai in un grande ristorante del centro. Era una sorta di trattoria tradizionale, con specchi, perlinato, portatovaglioli, lunghe panche sormontate da piante rampicanti, buffet e camerieri in pantaloni neri e giacca bianca. I vetri erano muniti di tendine, e d’estate le piante verdi venivano spostate sul marciapiede. Era il tipico «ristorante rinomato» di provincia. E rinomato doveva esserlo. Quando da bambino storcevo il naso davanti ai suoi piatti, mia madre sospirava: «Vai a mangiare da Chiclet!».
E in effetti sognavo di mangiarci, un giorno. Credevo fosse un lusso riservato solo alla gente molto ricca e importante. Tutte le sere, tornando da scuola, mi fermavo di fronte al ristorante e contemplavo attraverso le vetrine appannate tutta quell’umanità opulenta seduta ai tavoli.
Prima dei pasti, i signori ci andavano per giocare a bridge. Quando si avvicinava l’ora del servizio, i tavoli da gioco sparivano uno dopo l’altro, come inghiottiti da un naufragio. Restava solo un isolotto di giocatori incalliti in fondo alla sala, il cruccio dei camerieri, costretti a girarci attorno.
Era la prima volta che entravo. Prima della «partenza», nonostante avessi l’età e i mezzi per farlo, non avevo mai osato varcare la porta di quel ristorante.
Quella sera osai. Di più, entrai da Chiclet con passo disinvolto. Da cliente abituale. Avevo preso la decisione di andarci durante la mia lunga assenza, e avevo talmente studiato il mio ingresso e meditato ogni gesto che mi sembrò di agire seguendo un copione.
Ebbi un attimo di esitazione quando fui investito da un profumo che non conoscevo e non potevo immaginare. Non era quello dei ristoranti normali. Sapeva di assenzio, escargot e legno antico.
In fondo alla sala avevano allestito un enorme albero di Natale, avvolto da lucine colorate e festoni dorati, che dava a quella vecchia trattoria un’aria di festa. I camerieri si erano appuntati un rametto d’agrifoglio sulla giacca bianca, e i proprietari – il signore e la signora Chiclet – offrivano l’aperitivo al bancone ai vecchi clienti.
Marito e moglie avevano un’altissima considerazione del proprio ruolo di ristoratori. Sempre tirati a lucido, davano l’impressione di ricevere ospiti a casa. Lei era piuttosto robusta, un po’ cassiera del gran caffè, nonostante gli abiti scuri e i gioielli vistosi. Lui era un uomo smunto, che indossava completi antiquati e camuffava la calvizie con un triste riporto. Di certo presiedeva molti consorzi, e aveva modi da prelato quando chiedeva la parola o la dava agli altri.
Il servizio era appena cominciato e i clienti erano ancora pochi. Un cameriere mi si fece incontro pigramente. Mi aiutò a togliere il cappotto, lo appese a un attaccapanni e mi chiese, indicando la sala con un cenno del capo: «Ha qualche preferenza?».
«Vicino all’albero, se è possibile…»
Avrei voluto tanto portare mia madre da Chiclet. Non ci era mai entrata. Probabilmente anche lei l’aveva sognato per tutta la vita!
Mi sedetti sulla panca, di fronte all’albero, e ordinai un menu leggero. Mi sentivo bene. Bene, come quando hai molta fame e stai per mangiare, o come quando hai molto sonno e stai per coricarti. L’unico vero piacere di questo mondo è l’appagamento. Quello che appagavo in quel momento non era l’appetito ma un sogno di bambino.
Mi misi a contare le palline dell’albero di Natale. Mi affascinavano. Mentre ero assorto in quei calcoli inutili, sentii una vocina cinguettare: «È bello!».
Mi girai e vidi che nel tavolo accanto c’era una bambina di tre o quattro anni, piuttosto bruttina. Anche lei stava ammirando l’alb...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il montacarichi
  4. 1. L’incontro
  5. 2. La prima visita
  6. 3. La passeggiata
  7. 4. La seconda visita
  8. 5. Un buon consiglio
  9. 6. Lo stratagemma
  10. 7. La terza visita
  11. 8. La quarta visita
  12. 9. Il prodigio
  13. 10. L’uccellino di velluto
  14. 11. La scoperta
  15. 12. Gli imponderabili
  16. Copyright